2018-07-25
Quarant’anni fa la prima nascita da fecondazione artificiale: una data da festeggiare?
Era il 25 luglio 1978 quando all'Oldham General Hospital di Manchester nacque Louise Brown, la prima «figlia» della Fivet (fecondazione in vitro con embryo tranfer) a vedere la luce. Nelle ultime ore i media stanno celebrando questo quarantesimo compleanno come anniversario non tanto di una nascita, quanto di un successo della scienza. Eppure, ci chiediamo: davvero è un «successo» da celebrare, un trionfo della tecnica sulla vita umana tale da elevare la medesima tecnica a origine della vita?
«Il folle non è chi ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto salvo la ragione». Così scriveva Chesterton agli inizi del Novecento, profetizzando l’era della tecnocrazia nella quale tutti noi viviamo e che, prima ancora della politica, investe la bioetica. Era il 25 luglio 1978 quando all’Oldham General Hospital di Manchester nacque Louise Brown, la prima «figlia» della Fivet (fecondazione in vitro con embryo tranfer) a vedere la luce. Nelle ultime ore i media stanno celebrando questo quarantesimo compleanno come anniversario non tanto di una nascita, quanto di un successo della scienza. Eppure, ci chiediamo: davvero è un «successo» da celebrare, un trionfo della tecnica sulla vita umana tale da elevare la medesima tecnica a origine della vita?
In questa sede non possiamo addentrarci nei meandri di una questione di grande complessità, come invece abbiamo fatto in diverse occasioni sul nostro sito www.notizieprovita.it; tuttavia vogliamo offrire alcuni spunti di riflessione, ricordando alcune di quelle cose che oggi sono taciute da molti.
Nella relazione annuale del Ministero della Salute sull’applicazione della L. 40/2004 sulla procreazione assistita, relativa all’anno 2016, si riporta un dato inquietante: nell’arco di una decina d’anni il numero degli embrioni (ovvero esseri umani) morti per mezzo della fecondazione artificiale, nella forma della Fivet, è passato da circa 80.000 a più di 165.000. Quelli crioconservati si aggirano intorno ai 40.000. Non si tratta di incidenti di percorso, è la tecnica stessa che implica questo sacrificio affinché le coppie interessate possano (egoisticamente) avere il loro bambino. Tale è, infatti, la percentuale di insuccessi della Fivet, che bisogna produrre embrioni in soprannumero per sperare in una gravidanza (al 2016 le coppie con figli in braccio sono solamente il 16,30%, stando alla relazione citata). Senza considerare che la donna, dopo l’assemblaggio dell’embrione in laboratorio, può sempre rifiutare l’impianto nell’utero.
Alla mala sorte degli embrioni, uccisi o imprigionati nell’azoto, si aggiungono i problemi legati alla salute dei bambini (perché concepiti in provetta, fuori del grembo materno), nonché dalle donne stesse. Il Professor Giuseppe Noia, ginecologo, primario dell’Hospice Perinatale e docente di medicina prenatale al policlinico Gemelli, è uno degli esperti che con più costanza cerca da tempo di contrastare il silenzio mediatico sul tema. Per i bambini aumenta il rischio di parto prematuro e in generale si riscontra maggior difficoltà di sviluppo del feto, mentre dopo la nascita (secondo alcune ricerche condotte finora) si riscontrano più facilmente problemi neurologici e muscolari. Quanto alle donne, dopo l’iperstimolazione ovarica cui sono sottoposte per aumentare la raccolta di ovuli, il 10% ha complicazioni immediate e più del 10% diviene sterile. Anche in donne giovani e in ottima salute aumenta il rischio di gravidanze extrauterine, aborti, emorragie post partum, placenta ritenuta…
Un altro aspetto rilevante è poi quello del danno che si porta all’unità della coppia nell’accettare la spersonalizzazione dell’atto procreativo, sostituito da un processo tecnologico; e ancor di più nella fecondazione eterologa (dove uno dei gameti appartiene a un terzo), in seguito alla quale possono sorgere non poche reazioni psicologiche (gelosia, complesso d’inferiorità) da parte del genitore che, non avendo “partecipato” biologicamente, non ha contribuito al concepimento del figlio. Il bambino, in tutto ciò, si ritrova con tre genitori (nel migliore dei casi), uno dei quali sconosciuto e probabilmente, in quanto venditore di gameti, padre di chissà quanti altri figli. Anche senza poter approfondire tutte le questioni che si aprono – e sono tante – appare da subito evidente la galassia di pericoli e sofferenze che una simile procedura comporta.
Fin qui, dunque, i danni derivanti dalla procedura. Quasi nessuno però si sofferma sull’errore che è all’origine della fecondazione artificiale in quanto tale: il «diritto» alla genitorialità. Può un desiderio, sia pure legittimo, per ciò stesso essere elevato a diritto? Il bambino, prima di essere figlio, è persona e dunque soggetto: non può diventare oggetto di diritti. E questo bisogna tenerlo presente anche in relazione alla sua chiamata all’esistenza: egli va generato, e non fabbricato; accolto, e non progettato.
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Era il 25 luglio 1978 quando all'Oldham General Hospital di Manchester nacque Louise Brown, la prima «figlia» della Fivet (fecondazione in vitro con embryo tranfer) a vedere la luce. Nelle ultime ore i media stanno celebrando questo quarantesimo compleanno come anniversario non tanto di una nascita, quanto di un successo della scienza. Eppure, ci chiediamo: davvero è un «successo» da celebrare, un trionfo della tecnica sulla vita umana tale da elevare la medesima tecnica a origine della vita?«Il folle non è chi ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto salvo la ragione». Così scriveva Chesterton agli inizi del Novecento, profetizzando l’era della tecnocrazia nella quale tutti noi viviamo e che, prima ancora della politica, investe la bioetica. Era il 25 luglio 1978 quando all’Oldham General Hospital di Manchester nacque Louise Brown, la prima «figlia» della Fivet (fecondazione in vitro con embryo tranfer) a vedere la luce. Nelle ultime ore i media stanno celebrando questo quarantesimo compleanno come anniversario non tanto di una nascita, quanto di un successo della scienza. Eppure, ci chiediamo: davvero è un «successo» da celebrare, un trionfo della tecnica sulla vita umana tale da elevare la medesima tecnica a origine della vita?In questa sede non possiamo addentrarci nei meandri di una questione di grande complessità, come invece abbiamo fatto in diverse occasioni sul nostro sito www.notizieprovita.it; tuttavia vogliamo offrire alcuni spunti di riflessione, ricordando alcune di quelle cose che oggi sono taciute da molti.Nella relazione annuale del Ministero della Salute sull’applicazione della L. 40/2004 sulla procreazione assistita, relativa all’anno 2016, si riporta un dato inquietante: nell’arco di una decina d’anni il numero degli embrioni (ovvero esseri umani) morti per mezzo della fecondazione artificiale, nella forma della Fivet, è passato da circa 80.000 a più di 165.000. Quelli crioconservati si aggirano intorno ai 40.000. Non si tratta di incidenti di percorso, è la tecnica stessa che implica questo sacrificio affinché le coppie interessate possano (egoisticamente) avere il loro bambino. Tale è, infatti, la percentuale di insuccessi della Fivet, che bisogna produrre embrioni in soprannumero per sperare in una gravidanza (al 2016 le coppie con figli in braccio sono solamente il 16,30%, stando alla relazione citata). Senza considerare che la donna, dopo l’assemblaggio dell’embrione in laboratorio, può sempre rifiutare l’impianto nell’utero.Alla mala sorte degli embrioni, uccisi o imprigionati nell’azoto, si aggiungono i problemi legati alla salute dei bambini (perché concepiti in provetta, fuori del grembo materno), nonché dalle donne stesse. Il Professor Giuseppe Noia, ginecologo, primario dell’Hospice Perinatale e docente di medicina prenatale al policlinico Gemelli, è uno degli esperti che con più costanza cerca da tempo di contrastare il silenzio mediatico sul tema. Per i bambini aumenta il rischio di parto prematuro e in generale si riscontra maggior difficoltà di sviluppo del feto, mentre dopo la nascita (secondo alcune ricerche condotte finora) si riscontrano più facilmente problemi neurologici e muscolari. Quanto alle donne, dopo l’iperstimolazione ovarica cui sono sottoposte per aumentare la raccolta di ovuli, il 10% ha complicazioni immediate e più del 10% diviene sterile. Anche in donne giovani e in ottima salute aumenta il rischio di gravidanze extrauterine, aborti, emorragie post partum, placenta ritenuta…Un altro aspetto rilevante è poi quello del danno che si porta all’unità della coppia nell’accettare la spersonalizzazione dell’atto procreativo, sostituito da un processo tecnologico; e ancor di più nella fecondazione eterologa (dove uno dei gameti appartiene a un terzo), in seguito alla quale possono sorgere non poche reazioni psicologiche (gelosia, complesso d’inferiorità) da parte del genitore che, non avendo “partecipato” biologicamente, non ha contribuito al concepimento del figlio. Il bambino, in tutto ciò, si ritrova con tre genitori (nel migliore dei casi), uno dei quali sconosciuto e probabilmente, in quanto venditore di gameti, padre di chissà quanti altri figli. Anche senza poter approfondire tutte le questioni che si aprono – e sono tante – appare da subito evidente la galassia di pericoli e sofferenze che una simile procedura comporta.Fin qui, dunque, i danni derivanti dalla procedura. Quasi nessuno però si sofferma sull’errore che è all’origine della fecondazione artificiale in quanto tale: il «diritto» alla genitorialità. Può un desiderio, sia pure legittimo, per ciò stesso essere elevato a diritto? Il bambino, prima di essere figlio, è persona e dunque soggetto: non può diventare oggetto di diritti. E questo bisogna tenerlo presente anche in relazione alla sua chiamata all’esistenza: egli va generato, e non fabbricato; accolto, e non progettato.
Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 gennaio 2026. Il deputato della Lega Giampiero Zinzi commenta la falsa partenza di Fico in Campania tra incompatibilità e conflitti di interesse.
In questa puntata di Segreti si ricostruisce il delitto di Aurora a Milano: un omicidio brutale, preceduto da aggressioni, segnali ignorati e una lunga scia di precedenti. Un’analisi che mette al centro il profilo dell’assassino, le falle del sistema e una domanda che resta aperta: come è stato possibile che un soggetto così pericoloso fosse ancora libero di colpire?
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La piccola exclave per decenni ha avuto un’economia particolarmente florida, basata sugli introiti del locale casinò, gestito da una società interamente partecipata dal Comune. Fino al 2018, quando il fallimento della casa da gioco (riaperta nel 2021 dopo l’omologa del concordato) ha trascinato l’ente locale in un dissesto milionario, come detto tuttora gestito da un organismo straordinario di liquidazione che affianca il lavoro dell’attuale primo cittadino, eletto nel 2020 dopo due anni di commissariamento.
Prima del tracollo di otto anni fa, i dipendenti comunali erano circa 120 (poco meno del 10% della popolazione), di cui una quarantina deputati ai controlli all’interno del casinò; adesso, il drastico taglio al budget comunale ha falcidiato il personale, ridotto a 15 unità, di cui due part-time. Ma gli stipendi d’oro, derivanti da una norma risalente agli anni Ottanta, basata sul fatto che la «particolare situazione geografica e il contesto economico svizzero in cui è inserito il Comune di Campione d’Italia ove la valuta corrente è il franco svizzero», stabiliva trattamento un economico dei dipendenti comunali con decorrenza 1° gennaio 1986, prevedendo un assegno ad personam da 4.000 a 5.000 franchi svizzeri, e assegno di exclave da 5.000 a 6.000 franchi per un totale mensile netto a dipendente fra gli 8.000 e i 13.000 franchi. A oggi una cifra che spazia all’incirca tra gli 8.000 e i 13.000 euro netti mensili.
Sulle nuove assunzioni Verda e Marchesini, hanno prodotto un’interrogazione a risposta scritta diretta al sindaco Roberto Canesi: «In un momento dove non si pagano gli arretrati degli ex dipendenti, dei pensionati, dei carabinieri, si cerca solo di favorire figure singole senza a nostro avviso una strategia, basti pensare che la pianta organica dal 1° gennaio 2026 passerà da 15 a 21, con cinque di loro componenti della polizia locale, tra cui addirittura marito e moglie, e la spesa passa da 2 milioni e 700.000 euro a 4 milioni e 700.000».
Secondo quanto risulta a La Verità tra i nuovi assunti ci sarebbe anche una persona che si era licenziata dopo il dissesto e che è stata riassunta direttamente, grazie a una norma che permette di far tornare nel posto di lavoro chi si era dimesso nei cinque anni precedenti. Anche su questo caso i due consiglieri di Campione 2.0 hanno presentato un’interrogazione. Anche perché, in virtù della procedura di dissesto, il Comune di Campione d’Italia, come prevede la normativa, riceve fondi da Roma. «Il contributo dello Stato a Campione d’Italia è di 10 milioni di euro, la metà viene spesa per tutti i dipendenti», spiega a La Verità il consigliere Verda. In passato i maxi stipendi venivano coperti dai proventi che generava il casinò, che riempivano le casse del Comune, con cifre che oscillavano, prima del 2018, tra i 40 e i 50 milioni di euro.
L’ente locale è tuttora l’azionista unico della società partecipata che gestisce la casa da gioco. Ma con l’entrata in vigore del concordato, indispensabile per sanare il debito da circa 132 milioni di euro della casa da gioco, quest’ultima paga al Comune una somma fissa per tutta la durata della procedura. Si parte dai 500.000 euro del 2022, per arrivare ai 2,5 milioni che la casa da gioco verserà nel 2026 e 2027. Detto in parole povere, senza il contributo di Stato, il Comune probabilmente farebbe fatica a pagare gli stipendi. Ma c’è di più. Il dissesto di un Comune impone vincoli che rendono pressoché impossibile assumere nuovo personale. E anche su questo argomento la tensione tra la maggioranza e l’opposizione è alle stelle. Per quest’ultima, infatti, se da un lato è vero che esiste il decreto ministeriale del 24 dicembre 2021 di approvazione dell’ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato 2018-2022, dall’altro c’è stato in seguito l’esito negativo del controllo della Corte dei Conti e la decisione delle Sezioni riunite che porterebbero a escludere che il Comune possa qualificarsi come dotato di un bilancio stabilmente riequilibrato.
Di conseguenza, l’ente sarebbe ancora in dissesto. A rafforzare la teoria degli esponenti di Campione 2.0 anche il fatto che l’Osl sia ancora attivo, tanto che l’ultima delibera firmata dal commissario porta la data del 17 dicembre 2025.
I due consiglieri di opposizione chiedono all’amministrazione chiarezza anche sulle conseguenze delle assunzioni, convinti che, per espressa giurisprudenza contabile, l’ente non possa disporre di un numero di dipendenti superiore al rapporto massimo previsto dalla legge in relazione agli abitanti, che sarebbe di 15 posizioni professionali. Un tetto che, già con la prima assunzione, verrebbe sforato. Secondo quanto risulta a La Verità, Verda e Marchesini, per fare chiarezza sulla vicenda, starebbero anche valutando di presentare una denuncia alla magistratura.
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