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2020-06-10
Con i protocolli Dogane-associazioni mascherine smistate in sole 24 ore
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«È in arrivo un Aeroflot da Mosca. A che ora atterra? 10:28, piazzola 714». Tiziana Robustelli, responsabile dell'ufficio antifrode della dogana di Malpensa, mette giù il telefono e ci accompagna sulla pista di Cargo City, lo scalo dedicato esclusivamente all'import e all'export delle merci che si trova a una manciata di chilometri dai più conosciuti Terminal 1 e 2, quelli popolati da milioni di passeggeri. Almeno fino a quando il contagio da coronavirus non è diventato una vera e propria pandemia - il Terminal 1 è attualmente ancora chiuso, il 2 è utilizzato per quei pochi voli già consentiti. Al Cargo City hanno dovuto invece moltiplicare gli sforzi per gestire l'arrivo continuo di materiale sanitario proveniente perlopiù dalla Cina.
La priorità, al crescere dell'emergenza, è stata velocizzare e sburocratizzare la procedura di sdoganamento delle merci - soprattutto mascherine generiche, chirurgiche e dei Dispositivi di protezione individuale conosciuti ormai come Dpi - ricevute in donazione e destinate agli enti pubblici, dalle regioni ai comuni passando per le onlus. Obiettivo raggiunto grazie alla sottoscrizione di protocolli di intesa con alcune associazioni di categoria come Anci, Confetra, Confartigianato e Confesercenti, che hanno consentito a un unico soggetto, l'associazione stessa, il ritiro e la distribuzione del materiale a tutti gli associati. Vuol dire una sola dichiarazione d'importazione valida per tutti e un unico svincolo diretto della merce.
In mezza giornata sono atterrati sulla pista dello scalo sei aeromobili (il primo un Air China atterrato alle 6:30, poi un aereo militare irlandese, l'Aeroflot delle 10:28, un volo della El Al, la compagnia di bandiera israeliana, un CargoLux e il Neos delle 14:45), tutti carichi di mascherine, camici e visiere. Solamente dal Neos proveniente da Shenzhen sono state scaricate 3.378.000 mascherine Kn95. Ogni giorno escono via truck dai 5 ai 6 milioni di pezzi. Fa un certo effetto scorgere dai finestrini gli scatoloni posizionati proprio come se fossero passeggeri. Mentre per le donazioni l'iter è stato accelerato, per la merce oggetto di acquisto è invece necessaria la bolletta doganale e un conseguente implemento del controllo documentale, illustratoci dalla responsabile Manuela Barone: «A un certo punto dell'emergenza abbiamo dovuto elevare i controlli richiedendo le certificazioni, in particolare quelle Ce. La busta contenente i documenti dall'aereo viene trasferita negli uffici di Alha dove si fa uno smistamento delle carte e si avvisano i singoli destinatari. Gli spedizionieri le ritirano e procedono con noi allo sdoganamento».
Durante la nostra visita allo scalo ci è stato raccontato come il lavoro del personale dell'Adm è dovuto andare oltre quelle che sono le competenze affinché si sbloccasse una filiera logistica andata in tilt. «Dal 14 marzo, giorno in cui non si è capito più nulla, abbiamo ricevuto centinaia di telefonate al giorno di aziende che reclamavano la merce e ci chiedevano perché la tenevamo ferma in dogana» spiega Tiziana Robustelli. «Reclamavano spedizioni che si trovavano ancora in Cina, se mai esistevano visto che qualcuno le aveva vendute prima ancora di produrle» aggiunge il collega Davide Tanzarella.
In tal senso è risultato molto importante il protocollo firmato da Adm e Consip per il contrasto delle frodi nelle procedure di acquisizione di apparecchiature e dispositivi connessi all'emergenza sanitaria. L'Agenzia verifica la qualità e la professionalità dei partecipanti alle gare e valuta i profili di rischio per evitare che si verifichino casi come quello dell'imprenditore arrestato per turbativa di una gara Consip da circa 16 milioni di euro: in quel caso proprio Adm ha potuto accertare l'inesistenza del carico dichiarato, con un'ispezione presso l'aeroporto cinese di Guangzhou Baiyun. «Noi siamo un organo di controllo, ma abbiamo fatto un lavoro che non avevamo mai fatto prima: rintracciare la merce, capire dove si fosse fermata e farla ripartire» - sottolinea Tanzarella - «abbiamo rincorso gli spedizionieri che non si presentavano a ritirare i documenti nei magazzini».
Una volta arrivato l'aereo gli agenti doganali, insieme alla Guardia di finanza e agli agenti di rampa, procedono alle operazioni di sottobordo. Si effettua un primo controllo dei documenti e dei colli e la merce viene scaricata e trasportata in magazzino dove si fa un primo riscontro della merce a campione prima ancora che sia emessa la bolletta doganale. Nel frattempo passiamo nell'area truck dove si agganciano i camion per essere caricati della merce appena sdoganata. Alle 12 ne sono già partiti sei diretti verso le regioni italiane: Nord, Centro, Sud e isole (soltanto per andare in Sicilia è necessario un altro volo che parte dall'aeroporto bresciano di Montichiari).
Il giro di carte per lo sdoganamento delle merci
Lo scalo merci dell'aeroporto di Malpensa è diventato il punto d'ingresso principale d'Italia per il materiale sanitario per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus. Cargo City si estende per circa 500.000 metri quadri tra piste (due da 4.000 metri ciascuna), magazzini e uffici: numeri che lo classificano al primo posto in Italia e tra i primi a livello europeo, seppur ancora molto distante dalla top 20 mondiale redatta ogni anno dall'Airport council international che vede in testa Hong Kong con 4,8 milioni di tonnellate di merce che viene fatta transitare ogni anno. Malpensa nel 2019, secondo Assaeroporti, ha movimentato 558.481 tonnellate di merci di qualunque genere.
Durante la nostra visita a Cargo City siamo entrati negli uffici dell'Agenzia dogane e monopoli per farci spiegare come avviene il controllo dei documenti necessario per lo sdoganamento delle merci. Dal momento in cui l'aereo atterra sulla pista e parcheggia sulla piazzola assegnata, merce e documenti cominciano un secondo viaggio parallelo: i colli e gli imballaggi vengono trasportati dai carrelli in magazzino per i controlli fisici, le buste contenenti tutta la documentazione vengono ritirate dagli agenti di rampa e portate negli uffici dello smistamento documentale di Alha Group, il principale Cargo handling agent (società che si occupa della gestione della movimentazione delle merci) dell'aeroporto di Malpensa.
Da questo momento parte un giro di carte che, per quanto riguarda il materiale sanitario che in questi ultimi mesi ha praticamente monopolizzato lo scalo, si divide in due passaggi: da una parte la merce ricevuta sotto forma di donazione per la quale è necessaria la compilazione del documento A22 che consente un'uscita molto più veloce perché non serve la bolletta doganale; dall'altra il materiale oggetto di acquisto da parte delle aziende per cui è necessaria sì la bolletta doganale e quindi più tempo in quanto entra in gioco il richiedente doganale, ovvero colui che funge da intermediario tra chi acquista e chi compra. Vengono quindi avvisati i singoli destinatari che la merce è arrivata. Le aziende più grosse si appoggiano a degli spedizionieri che sono dichiaranti doganali di base a Malpensa. Questi ritirano tutta la documentazione originale, fatture comprese, e possono procedere alla dichiarazione doganale che dovrà essere trasferita al sistema telematico dell'Agenzia delle dogane e monopoli. Si tratta di un modulo in base al quale l'Adm darà una risposta contenente un codice di svincolo oppure no. In quest'ultimo caso è necessario un livello di controllo superiore.
Basti pensare che in 74 giorni, dal 14 marzo al 27 maggio, l'Agenzia delle dogane ha emesso 485 documenti A22, il modulo per le donazioni, dalle mascherine ai ventilatori, passando per scanner, canule per l'ossigeno, disinfettanti, letti ospedalieri e kit diagnostici. «Tutto il materiale necessario per allestire l'ospedale da campo a Cremona grazie alla donazione di una ong americana è stato sdoganato qua» ci dice con un certo orgoglio la responsabile dell'ufficio antifrode della dogana di Malpensa, Tiziana Robustelli. Un orgoglio misto alla commozione di chi sa di aver fatto la propria parte in un momento delicato per tutto il Paese dove la paura non è mancata, come sottolinea il collega Davide Tanzarella: «Non ci vogliamo sentire eroi, però in un contesto dove c'era l'obbligo di restare a casa abbiamo dovuto bilanciare diverse esigenze perché anche noi abbiamo delle famiglie e avevamo paura di portare il virus a casa ai nostri figli».
Prima di andare in pista per assistere all'arrivo di un carico proveniente dalla Cina che aveva fatto scalo a Mosca, Tiziana ci accoglie nel suo ufficio e ci fa dare un'occhiata alla lista delle donazioni ricevute finora. Tutta merce regalata in gran parte dalla Cina, ma anche dalla Turchia e dalla Russia. Quella più grossa è datata 2 aprile e conteneva 10.240.000 mascherine Ffp2 donate da Ningbo, una città della Cina appartenente alla provincia dello Zhejiang, alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Nella lista si scorge anche una donazione alla protezione civile di Prato fatta dal comune di Changzhou, un omaggio in virtù del gemellaggio che lega la città toscana a quella cinese dal 1987.
«La merce che arriva al Cargo qui a Malpensa viene flussata dal nostro sistema telematico che è un circuito di controllo doganale che in base ai parametri selezionati può dare tre tipi di esito: un controllo documentale, una visita merce oppure un canale verde e quindi merce che può uscire direttamente» spiega la responsabile dell'ufficio controllo documentale Manuela Barone.
Nel caso delle mascherine, Manuela ci mostra un controllo documentale effettuato per un'importazione fatta da Aria, l'Azienda regionale per l'innovazione e gli acquisti di Regione Lombardia: «Si tratta sia di mascherine chirurgiche che hanno il Nos, il nulla osta sanitario che attesta che si tratta di dispositivi medici, sia di Ffp2 per le quali è stata fatta una richiesta Inail e abbiamo nella documentazione una domanda di autorizzazione alla quale l'Inail stessa risponderà in base alle caratteristiche delle mascherine e se può essere considerata conforme oppure no. Queste mascherine usciranno con un verbale di constatazione in cui l'importatore si assume la responsabilità di non distribuirle finché non avrà avuto l'esito dall'Inail. Una volta fatto questo controllo viene emesso il verbale e la merce viene fatta partire».
Croce Rossa di base a Malpensa durante l'emergenza sanitaria per controllare e dividere la merce
All'interno dei magazzini di Malpensa Cargo City, oltre agli operai che sfrecciano sui muletti, dal primo aprile si vedono anche gli operatori della Croce rossa italiana ai quali è affidato l'ultimo step dopo lo sdoganamento e prima della partenza della merce. Tocca a loro il compito di controllare che il materiale sia conforme e smistarlo nei carrelli destinati alle protezioni civili regionali. Un'attività di supporto alla Dogana per tutto ciò che riguarda il materiale sanitario in arrivo dall'estero che si sviluppa su tre livelli: controllo, tracciabilità e divisione delle merci.
Il controllo, che è di tipo qualitativo, e la tracciabilità avvengono a campione sui materiali che una volta scaricati dall'aereo vengono trasportati all'interno del magazzino. Gli operatori della Croce rossa procedono all'apertura dei colli e all'ispezione fisica della merce: non solo mascherine chirurgiche, ma anche camici, visiere, letti ospedalieri e kit medici. I prodotti vengono registrati su un tablet dove vengono inserite tutte le informazioni (numero polizza, dimensione del cartone, peso, numero di scatole, certificato del produttore) che consentono poi di redigere un report che viene trasmesso quotidianamente al dipartimento della protezione civile. «Tutto la merce in ingresso, una volta che è liberata dall'Agenzia delle dogane, viene tracciata a partire dalla spedizione e viene fotografata e certificata in modo tale da verificare che il materiale che arriva sia conforme a quello che abbiamo richiesto» ci spiega Fabio Carturan, focal point della Croce rossa italiana per la dogana di Malpensa.
Dopodiché si procede alla terza e ultima fase, ossia all'etichettatura delle scatole e alla divisione della merce da destinare alle varie regioni a seconda delle disposizioni ricevute dal commissario straordinario per l'emergenza.
I guanti in lattice diventano merce rara. Sullo sfondo la situazione geopolitica di Taiwan
Il magazzino di Malpensa Cargo City con la pandemia si è per forza di cose svuotato della merce generica e ha fatto posto a migliaia di scatoloni contenenti materiale sanitario di ogni tipo. Gli operatori doganali aprono alcuni colli e ci fanno dare un'occhiata alla merce appena arrivata e scaricata dagli aerei. Da alcune settimane, ormai, di mascherine ne arrivano milioni al giorno, così come arrivano le visiere, i camici e altro materiale sanitario. Quel che scarseggia sono i guanti. Quando chiediamo al responsabile del magazzino se è possibile aprire uno scatolone contenente guanti ci risponde che «non ce ne sono e fino a quando non si sbloccherà la situazione a Taiwan, sarà molto complicato farne arrivare un numero adeguato».
Proprio Taiwan, insieme a Cina e Malesia, è tra i principali produttori ed esportatori di guanti monouso in lattice e in nitrile, diventati merce rara e venduta a caro prezzo da quando è cominciata la cosiddetta fase 2. Secondo una denuncia fatta da Federfarma si è arrivati ad acquistare 100 paia a 16 euro con una domanda a livello mondiale cresciuta del 500% da quando è iniziata la pandemia. Stessa sorte dunque che era toccata prima alle mascherine e ai gel disinfettanti. E anche i costi di trasporto sono aumentati vertiginosamente: movimentare un chilo di merce dalla Cina via aereo, prima del Covid-19, costava tra i 3 e i 4,50 euro. Adesso si è arrivati a 14 euro.
Sullo sfondo c'è anche un tema geopolitico che riguarda proprio Taiwan. La Repubblica di Cina si è dichiarata indipendente dalla Cina nel dicembre del 1949, ma non è tuttora riconosciuta come Stato né dalla Cina, né dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu (Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti), oltre che dal Canada e da tutti i membri dell'Unione europea, con i quali però intrattiene rapporti commerciali. Tuttavia, l'emergenza sanitaria ha fatto sì che si rafforzassero le relazioni tra Taiwan e Usa, visto che il governo di Taipei sta cercando in tutti i modi di farsi riammettere all'interno dell'Oms, almeno come Paese osservatore per poter aver accesso e condividere determinate informazioni sanitarie, ma trova sempre strada sbarrata dal veto posto dalla Cina.
Taiwan ha avuto e sta avendo un percorso davvero virtuoso nella lotta al Covid-19, nonostante la costa cinese, epicentro della pandemia, disti appena 150 chilometri. Sulla piccola isola sono riusciti infatti a controllare l'espansione del coronavirus registrando soltanto 42 casi e un solo decesso. Taipei ha deciso di adottare fin da subito delle drastiche norme per contenere i contagi. Tra queste il divieto di esportazione di mascherine e altri dispositivi di protezione come termometri, gel disinfettanti e, appunto, guanti.
Tuttavia, ora dall'Oms sconsigliano fortemente l'utilizzo dei guanti, che «possono aumentare il rischio di infezione dal momento che possono portare a una autocontaminazione o a una trasmissione ad altri quando si toccano le superfici contaminate e quindi il viso». Piuttosto, l'Organizzazione mondiale della sanità invita, attraverso le pagine del proprio sito web, a «disinfettarsi più spesso le mani con il gel quando ci si trova in luoghi pubblici come per esempio i supermercati».
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Viaggio a Cargo City, diventato il punto d'ingresso principale del materiale sanitario per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus in Italia.All'arrivo della merce, il controllo dei documenti si divide in due percorsi: da una parte le donazioni per le quali è sufficiente un A22, una carta che consente un'uscita molto più veloce dei colli, dall'altra gli acquisti che richiedono la più classica bolletta doganale e quindi un percorso più lungo.Dal primo aprile anche la Croce rossa è presente in pianta stabile nei magazzini dello scalo milanese per occuparsi della conformità dei dispositivi medici e destinarli alle regioni.L'emergenza ora è rappresentata dalla difficoltà a reperire i guanti: «Finché non si sblocca la situazione a Taiwan sarà complicato farli arrivare» racconta un operatore in dogana.Lo speciale contiene quattro articoli e tre video.«È in arrivo un Aeroflot da Mosca. A che ora atterra? 10:28, piazzola 714». Tiziana Robustelli, responsabile dell'ufficio antifrode della dogana di Malpensa, mette giù il telefono e ci accompagna sulla pista di Cargo City, lo scalo dedicato esclusivamente all'import e all'export delle merci che si trova a una manciata di chilometri dai più conosciuti Terminal 1 e 2, quelli popolati da milioni di passeggeri. Almeno fino a quando il contagio da coronavirus non è diventato una vera e propria pandemia - il Terminal 1 è attualmente ancora chiuso, il 2 è utilizzato per quei pochi voli già consentiti. Al Cargo City hanno dovuto invece moltiplicare gli sforzi per gestire l'arrivo continuo di materiale sanitario proveniente perlopiù dalla Cina.La priorità, al crescere dell'emergenza, è stata velocizzare e sburocratizzare la procedura di sdoganamento delle merci - soprattutto mascherine generiche, chirurgiche e dei Dispositivi di protezione individuale conosciuti ormai come Dpi - ricevute in donazione e destinate agli enti pubblici, dalle regioni ai comuni passando per le onlus. Obiettivo raggiunto grazie alla sottoscrizione di protocolli di intesa con alcune associazioni di categoria come Anci, Confetra, Confartigianato e Confesercenti, che hanno consentito a un unico soggetto, l'associazione stessa, il ritiro e la distribuzione del materiale a tutti gli associati. Vuol dire una sola dichiarazione d'importazione valida per tutti e un unico svincolo diretto della merce. In mezza giornata sono atterrati sulla pista dello scalo sei aeromobili (il primo un Air China atterrato alle 6:30, poi un aereo militare irlandese, l'Aeroflot delle 10:28, un volo della El Al, la compagnia di bandiera israeliana, un CargoLux e il Neos delle 14:45), tutti carichi di mascherine, camici e visiere. Solamente dal Neos proveniente da Shenzhen sono state scaricate 3.378.000 mascherine Kn95. Ogni giorno escono via truck dai 5 ai 6 milioni di pezzi. Fa un certo effetto scorgere dai finestrini gli scatoloni posizionati proprio come se fossero passeggeri. Mentre per le donazioni l'iter è stato accelerato, per la merce oggetto di acquisto è invece necessaria la bolletta doganale e un conseguente implemento del controllo documentale, illustratoci dalla responsabile Manuela Barone: «A un certo punto dell'emergenza abbiamo dovuto elevare i controlli richiedendo le certificazioni, in particolare quelle Ce. La busta contenente i documenti dall'aereo viene trasferita negli uffici di Alha dove si fa uno smistamento delle carte e si avvisano i singoli destinatari. Gli spedizionieri le ritirano e procedono con noi allo sdoganamento».Durante la nostra visita allo scalo ci è stato raccontato come il lavoro del personale dell'Adm è dovuto andare oltre quelle che sono le competenze affinché si sbloccasse una filiera logistica andata in tilt. «Dal 14 marzo, giorno in cui non si è capito più nulla, abbiamo ricevuto centinaia di telefonate al giorno di aziende che reclamavano la merce e ci chiedevano perché la tenevamo ferma in dogana» spiega Tiziana Robustelli. «Reclamavano spedizioni che si trovavano ancora in Cina, se mai esistevano visto che qualcuno le aveva vendute prima ancora di produrle» aggiunge il collega Davide Tanzarella.In tal senso è risultato molto importante il protocollo firmato da Adm e Consip per il contrasto delle frodi nelle procedure di acquisizione di apparecchiature e dispositivi connessi all'emergenza sanitaria. L'Agenzia verifica la qualità e la professionalità dei partecipanti alle gare e valuta i profili di rischio per evitare che si verifichino casi come quello dell'imprenditore arrestato per turbativa di una gara Consip da circa 16 milioni di euro: in quel caso proprio Adm ha potuto accertare l'inesistenza del carico dichiarato, con un'ispezione presso l'aeroporto cinese di Guangzhou Baiyun. «Noi siamo un organo di controllo, ma abbiamo fatto un lavoro che non avevamo mai fatto prima: rintracciare la merce, capire dove si fosse fermata e farla ripartire» - sottolinea Tanzarella - «abbiamo rincorso gli spedizionieri che non si presentavano a ritirare i documenti nei magazzini».Una volta arrivato l'aereo gli agenti doganali, insieme alla Guardia di finanza e agli agenti di rampa, procedono alle operazioni di sottobordo. Si effettua un primo controllo dei documenti e dei colli e la merce viene scaricata e trasportata in magazzino dove si fa un primo riscontro della merce a campione prima ancora che sia emessa la bolletta doganale. Nel frattempo passiamo nell'area truck dove si agganciano i camion per essere caricati della merce appena sdoganata. Alle 12 ne sono già partiti sei diretti verso le regioni italiane: Nord, Centro, Sud e isole (soltanto per andare in Sicilia è necessario un altro volo che parte dall'aeroporto bresciano di Montichiari).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-dogana-2646116697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giro-di-carte-per-lo-sdoganamento-delle-merci" data-post-id="2646116697" data-published-at="1591153375" data-use-pagination="False"> Il giro di carte per lo sdoganamento delle merci Lo scalo merci dell'aeroporto di Malpensa è diventato il punto d'ingresso principale d'Italia per il materiale sanitario per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus. Cargo City si estende per circa 500.000 metri quadri tra piste (due da 4.000 metri ciascuna), magazzini e uffici: numeri che lo classificano al primo posto in Italia e tra i primi a livello europeo, seppur ancora molto distante dalla top 20 mondiale redatta ogni anno dall'Airport council international che vede in testa Hong Kong con 4,8 milioni di tonnellate di merce che viene fatta transitare ogni anno. Malpensa nel 2019, secondo Assaeroporti, ha movimentato 558.481 tonnellate di merci di qualunque genere.Durante la nostra visita a Cargo City siamo entrati negli uffici dell'Agenzia dogane e monopoli per farci spiegare come avviene il controllo dei documenti necessario per lo sdoganamento delle merci. Dal momento in cui l'aereo atterra sulla pista e parcheggia sulla piazzola assegnata, merce e documenti cominciano un secondo viaggio parallelo: i colli e gli imballaggi vengono trasportati dai carrelli in magazzino per i controlli fisici, le buste contenenti tutta la documentazione vengono ritirate dagli agenti di rampa e portate negli uffici dello smistamento documentale di Alha Group, il principale Cargo handling agent (società che si occupa della gestione della movimentazione delle merci) dell'aeroporto di Malpensa.Da questo momento parte un giro di carte che, per quanto riguarda il materiale sanitario che in questi ultimi mesi ha praticamente monopolizzato lo scalo, si divide in due passaggi: da una parte la merce ricevuta sotto forma di donazione per la quale è necessaria la compilazione del documento A22 che consente un'uscita molto più veloce perché non serve la bolletta doganale; dall'altra il materiale oggetto di acquisto da parte delle aziende per cui è necessaria sì la bolletta doganale e quindi più tempo in quanto entra in gioco il richiedente doganale, ovvero colui che funge da intermediario tra chi acquista e chi compra. Vengono quindi avvisati i singoli destinatari che la merce è arrivata. Le aziende più grosse si appoggiano a degli spedizionieri che sono dichiaranti doganali di base a Malpensa. Questi ritirano tutta la documentazione originale, fatture comprese, e possono procedere alla dichiarazione doganale che dovrà essere trasferita al sistema telematico dell'Agenzia delle dogane e monopoli. Si tratta di un modulo in base al quale l'Adm darà una risposta contenente un codice di svincolo oppure no. In quest'ultimo caso è necessario un livello di controllo superiore.Basti pensare che in 74 giorni, dal 14 marzo al 27 maggio, l'Agenzia delle dogane ha emesso 485 documenti A22, il modulo per le donazioni, dalle mascherine ai ventilatori, passando per scanner, canule per l'ossigeno, disinfettanti, letti ospedalieri e kit diagnostici. «Tutto il materiale necessario per allestire l'ospedale da campo a Cremona grazie alla donazione di una ong americana è stato sdoganato qua» ci dice con un certo orgoglio la responsabile dell'ufficio antifrode della dogana di Malpensa, Tiziana Robustelli. Un orgoglio misto alla commozione di chi sa di aver fatto la propria parte in un momento delicato per tutto il Paese dove la paura non è mancata, come sottolinea il collega Davide Tanzarella: «Non ci vogliamo sentire eroi, però in un contesto dove c'era l'obbligo di restare a casa abbiamo dovuto bilanciare diverse esigenze perché anche noi abbiamo delle famiglie e avevamo paura di portare il virus a casa ai nostri figli».Prima di andare in pista per assistere all'arrivo di un carico proveniente dalla Cina che aveva fatto scalo a Mosca, Tiziana ci accoglie nel suo ufficio e ci fa dare un'occhiata alla lista delle donazioni ricevute finora. Tutta merce regalata in gran parte dalla Cina, ma anche dalla Turchia e dalla Russia. Quella più grossa è datata 2 aprile e conteneva 10.240.000 mascherine Ffp2 donate da Ningbo, una città della Cina appartenente alla provincia dello Zhejiang, alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Nella lista si scorge anche una donazione alla protezione civile di Prato fatta dal comune di Changzhou, un omaggio in virtù del gemellaggio che lega la città toscana a quella cinese dal 1987.«La merce che arriva al Cargo qui a Malpensa viene flussata dal nostro sistema telematico che è un circuito di controllo doganale che in base ai parametri selezionati può dare tre tipi di esito: un controllo documentale, una visita merce oppure un canale verde e quindi merce che può uscire direttamente» spiega la responsabile dell'ufficio controllo documentale Manuela Barone.Nel caso delle mascherine, Manuela ci mostra un controllo documentale effettuato per un'importazione fatta da Aria, l'Azienda regionale per l'innovazione e gli acquisti di Regione Lombardia: «Si tratta sia di mascherine chirurgiche che hanno il Nos, il nulla osta sanitario che attesta che si tratta di dispositivi medici, sia di Ffp2 per le quali è stata fatta una richiesta Inail e abbiamo nella documentazione una domanda di autorizzazione alla quale l'Inail stessa risponderà in base alle caratteristiche delle mascherine e se può essere considerata conforme oppure no. Queste mascherine usciranno con un verbale di constatazione in cui l'importatore si assume la responsabilità di non distribuirle finché non avrà avuto l'esito dall'Inail. Una volta fatto questo controllo viene emesso il verbale e la merce viene fatta partire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-dogana-2646116697.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="croce-rossa-di-base-a-malpensa-durante-l-emergenza-sanitaria-per-controllare-e-dividere-la-merce" data-post-id="2646116697" data-published-at="1591153375" data-use-pagination="False"> Croce Rossa di base a Malpensa durante l'emergenza sanitaria per controllare e dividere la merce All'interno dei magazzini di Malpensa Cargo City, oltre agli operai che sfrecciano sui muletti, dal primo aprile si vedono anche gli operatori della Croce rossa italiana ai quali è affidato l'ultimo step dopo lo sdoganamento e prima della partenza della merce. Tocca a loro il compito di controllare che il materiale sia conforme e smistarlo nei carrelli destinati alle protezioni civili regionali. Un'attività di supporto alla Dogana per tutto ciò che riguarda il materiale sanitario in arrivo dall'estero che si sviluppa su tre livelli: controllo, tracciabilità e divisione delle merci.Il controllo, che è di tipo qualitativo, e la tracciabilità avvengono a campione sui materiali che una volta scaricati dall'aereo vengono trasportati all'interno del magazzino. Gli operatori della Croce rossa procedono all'apertura dei colli e all'ispezione fisica della merce: non solo mascherine chirurgiche, ma anche camici, visiere, letti ospedalieri e kit medici. I prodotti vengono registrati su un tablet dove vengono inserite tutte le informazioni (numero polizza, dimensione del cartone, peso, numero di scatole, certificato del produttore) che consentono poi di redigere un report che viene trasmesso quotidianamente al dipartimento della protezione civile. «Tutto la merce in ingresso, una volta che è liberata dall'Agenzia delle dogane, viene tracciata a partire dalla spedizione e viene fotografata e certificata in modo tale da verificare che il materiale che arriva sia conforme a quello che abbiamo richiesto» ci spiega Fabio Carturan, focal point della Croce rossa italiana per la dogana di Malpensa.Dopodiché si procede alla terza e ultima fase, ossia all'etichettatura delle scatole e alla divisione della merce da destinare alle varie regioni a seconda delle disposizioni ricevute dal commissario straordinario per l'emergenza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-dogana-2646116697.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-guanti-in-lattice-diventano-merce-rara-sullo-sfondo-la-situazione-geopolitica-di-taiwan" data-post-id="2646116697" data-published-at="1591153375" data-use-pagination="False"> I guanti in lattice diventano merce rara. Sullo sfondo la situazione geopolitica di Taiwan Il magazzino di Malpensa Cargo City con la pandemia si è per forza di cose svuotato della merce generica e ha fatto posto a migliaia di scatoloni contenenti materiale sanitario di ogni tipo. Gli operatori doganali aprono alcuni colli e ci fanno dare un'occhiata alla merce appena arrivata e scaricata dagli aerei. Da alcune settimane, ormai, di mascherine ne arrivano milioni al giorno, così come arrivano le visiere, i camici e altro materiale sanitario. Quel che scarseggia sono i guanti. Quando chiediamo al responsabile del magazzino se è possibile aprire uno scatolone contenente guanti ci risponde che «non ce ne sono e fino a quando non si sbloccherà la situazione a Taiwan, sarà molto complicato farne arrivare un numero adeguato».Proprio Taiwan, insieme a Cina e Malesia, è tra i principali produttori ed esportatori di guanti monouso in lattice e in nitrile, diventati merce rara e venduta a caro prezzo da quando è cominciata la cosiddetta fase 2. Secondo una denuncia fatta da Federfarma si è arrivati ad acquistare 100 paia a 16 euro con una domanda a livello mondiale cresciuta del 500% da quando è iniziata la pandemia. Stessa sorte dunque che era toccata prima alle mascherine e ai gel disinfettanti. E anche i costi di trasporto sono aumentati vertiginosamente: movimentare un chilo di merce dalla Cina via aereo, prima del Covid-19, costava tra i 3 e i 4,50 euro. Adesso si è arrivati a 14 euro.Sullo sfondo c'è anche un tema geopolitico che riguarda proprio Taiwan. La Repubblica di Cina si è dichiarata indipendente dalla Cina nel dicembre del 1949, ma non è tuttora riconosciuta come Stato né dalla Cina, né dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu (Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti), oltre che dal Canada e da tutti i membri dell'Unione europea, con i quali però intrattiene rapporti commerciali. Tuttavia, l'emergenza sanitaria ha fatto sì che si rafforzassero le relazioni tra Taiwan e Usa, visto che il governo di Taipei sta cercando in tutti i modi di farsi riammettere all'interno dell'Oms, almeno come Paese osservatore per poter aver accesso e condividere determinate informazioni sanitarie, ma trova sempre strada sbarrata dal veto posto dalla Cina.Taiwan ha avuto e sta avendo un percorso davvero virtuoso nella lotta al Covid-19, nonostante la costa cinese, epicentro della pandemia, disti appena 150 chilometri. Sulla piccola isola sono riusciti infatti a controllare l'espansione del coronavirus registrando soltanto 42 casi e un solo decesso. Taipei ha deciso di adottare fin da subito delle drastiche norme per contenere i contagi. Tra queste il divieto di esportazione di mascherine e altri dispositivi di protezione come termometri, gel disinfettanti e, appunto, guanti.Tuttavia, ora dall'Oms sconsigliano fortemente l'utilizzo dei guanti, che «possono aumentare il rischio di infezione dal momento che possono portare a una autocontaminazione o a una trasmissione ad altri quando si toccano le superfici contaminate e quindi il viso». Piuttosto, l'Organizzazione mondiale della sanità invita, attraverso le pagine del proprio sito web, a «disinfettarsi più spesso le mani con il gel quando ci si trova in luoghi pubblici come per esempio i supermercati».
Ansa
Tutto avviene in un lasso di tempo brevissimo: solo 20 secondi da quando l’Iryo è deragliato e ha occupato il binario opposto. Troppo poco tempo perché entrasse in azione il sistema di sicurezza: lo stesso macchinista dell’Alvia, che nell’incidente ha perso la vita dopo essere sbalzato a decine di metri dal convoglio, non ha avuto tempo di frenare.
Il bilancio è «ancora provvisorio» ha precisato il ministro dei Trasporti Oscar Puente: «È stato un caos totale. È stato terribile. Siamo stati sbalzati in aria» il racconto di Rocìo Flores, 30 anni, una delle sopravvissute che in questo momento si trova ricoverata a Cordova. «Sono sotto osservazione a causa dei colpi alla testa e del vomito. Le mie costole non sono rotte, solo dislocate. I medici mi hanno fatto un primo controllo in reparto e poi mi hanno mandata in ospedale. Sono piena di dolori e lividi».
«Il treno ha iniziato a frenare all’improvviso e alcuni sedili sono stati scaraventati via. Ho pensato di morire» racconta un’altra passeggera e El Mundo. «Tutto è stato molto veloce e caotico, le valigie hanno iniziato a cadere e quando siamo riusciti a scendere dai vagoni ci siamo trovati di fronte a una situazione catastrofica», ha raccontato alla agenzia Efe uno dei feriti. E ancora un’altra superstite: «Li vedevo morire e non potevo fare nulla». E poi: «Siamo stati sbalzati in aria, c’erano corpi dappertutto. Ho pensato di morire».
Molte delle vittime sono irriconoscibili, per questo il lavoro della Guardia Civil si è concentrato «sull’identificare le vittime dell’incidente e sul lavoro che sta realizzando la criminalistica di Madrid, specializzata nella raccolta di campioni, impronte e Dna. Abbiamo aperto cinque punti per poter assistere e raccogliere informazioni di queste vittime, cinque punti affinché possano accedere i familiari diretti delle vittime: si trovano a Madrid, a Siviglia, Cordova, Huelva e Malaga». Alcuni corpi sono stati trovati a centinaia di distanza, come fosse stata un’esplosione. «Quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime», ha detto il presidente della regione dell’Andalusia Juanma Moreno.
Le prime ricostruzioni sulla dinamica dell’incidente hanno escluso immediatamente l’errore umano, mentre a chi indaga è risultato presto evidente un giunto rotto sui binari. I tecnici presenti sul posto, che hanno analizzato le rotaie, hanno individuato una certa usura nella giunzione tra le sezioni della rotaia, nota come piastra di giunzione, il che, secondo loro, dimostra che il guasto era presente da tempo. Gli investigatori hanno scoperto che il giunto difettoso creava uno spazio tra le sezioni della rotaia che si allargava man mano che i treni continuavano a viaggiare sui binari. Ma c’è di più perché il sindacato spagnolo dei macchinisti aveva segnalato anomalie sui binari proprio in quel tratto di ferrovia lo scorso agosto mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiamenti.
Anche i passeggeri diretti alla stessa stazione che avevano percorso il tratto prima del deragliamento avevano già notato ore prima «problemi» lungo il tragitto.
Jonathan Gomez, direttore dell’ufficio per il Turismo del comune di Malaga, intervistato dal giornale on line Diario Sur, ha detto: «quando avevamo già superato Cordoba, nella zona in cui si è verificata la tragedia, abbiamo sentito il treno sobbalzare così tanto che il mio portatile, su cui stavo lavorando, è caduto dal tavolino. Probabilmente c’era già qualcosa che non andava nei binari che ha causato quel movimento».
Papa Leone XIV si è detto «profondamente addolorato nell’apprendere la tragica notizia dell’incidente ferroviario di Adamuz», e ha offerto «preghiere per il riposo eterno dei defunti». Leone «estende inoltre le sue più sentite condoglianze alle famiglie dei defunti, insieme alle sue parole di conforto, alla sua sincera preoccupazione e ai suoi auguri per la pronta guarigione dei feriti e incoraggia le squadre di soccorso a perseverare nei loro sforzi di soccorso e assistenza». Il primo ministro Pedro Sánchez, che ha promesso una «indagine trasparente», ha deciso di annullare la sua partecipazione al Forum Economico di Davos sospendendo tutti gli impegni ufficiali per seguire da vicino la situazione ed esprimendo «profondo dolore» e vicinanza alle famiglie delle vittime. Anche la Corona spagnola ha inviato messaggi di solidarietà.
«Ho appena parlato con Sánchez per esprimere le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e ai loro cari. L’Europa è vicina alla Spagna in questo tragico momento e condivide il vostro dolore» ha detto il presidente della Commissione Ursula von der Leyen aggiungendo: «Le bandiere della Commissione europea saranno a mezz’asta».
«Con grande tristezza apprendo dell’incidente ferroviario» ha scritto Giorgia Meloni sui social. «L’Italia è vicina al dolore della Spagna per questa tragedia. I nostri pensieri vanno alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie».
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Elio Ciol, Giovani a San Daniele del Friuli, 1957 © Elio Ciol
Autore di immagini profonde e suggestive, che invitano a riflettere sulla bellezza e la spiritualità della vita quotidiana, Eio Ciol è sicuramente fra i più noti ed importanti fotografi contemporanei. Friulano di Casarsa della Delizia, 96 anni portati con la forza e il vigore tipici della sua terra, punto di partenza della sua poetica sono proprio le sue origini, quell’entroterra friulano che comincia a immortalare sin dagli inizi della sua carriera e che ritornerà sempre, come tema ricorrente, negli oltre settantacinque anni della sua lunga e proficua attività. Anche durante il periodo Neorealista degli anni Cinquanta, quando Ciol il Neorealismo lo interpreta «a modo suo», in una maniera assolutamente originale, scegliendo di mettere a centro dei suoi lavori non l’impegno politico, ma il reale in tutte le sue declinazioni: la natura, le architetture, il paesaggio, ma soprattutto l’uomo colto nella normalità della vita quotidiana, più « banale» che eccezionale, ma non per questo meno interessante.
La maestria di Ciol sta proprio in questo, nel saper dare alle immagini una profondità contemplativa e spirituale che nobilita paesaggi, luoghi e persone, regalando dignità alla povertà di contadini, bambini e anziani, sempre rappresentati con delicatezza e rispetto. La sua fotografia è fatta di piccoli gesti, sguardi e silenzi, proprio come ricorda i titolo della bella mostra allestita al Museo Diocesano di Milano, un’importante retrospettiva di oltre 100 immagini che regalano al visitatore una panoramica completa della poetica e dello stile di Ciol, caratterizzato non solo da una grande attenzione al dettaglio e da una profonda sensibilità, ma anche da una continua ricerca di nuove tecniche e sperimentazioni: particolarmente caro a Ciol fotografare in bianco e nero con una pellicola all’infrarosso, per restituire all’occhio di chi guarda una realtà che ha del magico, dell'onirico, con una vegetazione che diventa completamente bianca e i cieli sereni completamenti neri.
La Mostra
Curato dal figlio Stefano Ciol, che ha raccolto l’eredità artistica del celebre genitore, il percorso espositivo si articola in undici sezioni (chiamati più poeticamente «tempi ») che spaziano dalle foto neorealiste degli anni ’50 alle immagini della tragedia del Vajont, di cui Elio Ciol, profondamente turbato dalla catastrofe, racconta un dolore composto e profondamente umano, senza alcuna esibizione cronachistica. Molto interessante «Il tempo delle amicizie » , dove spiccano i ritratti di Pier Paolo Pasolini, di Padre David Maria Turoldo, sacerdote scomodo e poeta della condizione umana, e dell’ artista statunitense William G. Congdon , legato a Ciol da una lunga e profonda amicizia. Fotografo «della spiritualità», molto profondo è il legame che Elio Ciol ha con Assisi, la sua Betlemme, il luogo in cui l‘artista è tornato più e più volte per fotografare l’arte sacra, rimanendo profondamente affascinato dallo spirito del posto e da quell’ inscindibile identità di arte, uomo, natura, che sono poi tra i capisaldi della sua fotografia: ad Assisi, intrisa di spirito francescano come l’anima di Ciol, è dedicato «Il tempo del sacro» ,mentre a chiudere la mostra è «Il tempo della contemplazione » dove a catturare il visitatore sono i luoghi dell’infanzia e i paesaggi, che il fotografo contempla con meraviglia e gratitudine, in quanto parte del Creato «Il paesaggio è per me un dono: lo ricevo, non l’ho fatto io»
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Valentino Garavani durante una sfilata nel 1991 (Getty Images)
Addio a Valentino, l’ultimo imperatore della moda. Dopo di lui, il diluvio. Con la morte di Valentino Garavani, scomparso ieri a Roma all’età di 93 anni, si chiude definitivamente un’epoca. Non soltanto quella dell’alta moda italiana, ma quella di una visione assoluta della bellezza, intesa come disciplina, ossessione e destino. Valentino non è stato semplicemente uno stilista: è stato il couturier per eccellenza, l’ultimo imperatore di un regno fatto di eleganza, rigore e incanto.
«Valentino Garavani si è spento oggi presso la sua residenza romana, circondato dai suoi cari», ha annunciato la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La camera ardente sarà allestita presso PM23, in piazza Mignanelli 23, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio alle 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma.
Nato a Voghera l’11 maggio 1932, sotto il segno del Toro, Valentino Ludovico Clemente Garavani scopre prestissimo la sua vocazione. È il cinema, prima ancora della moda, a chiamarlo: le dive hollywoodiane, le donne sofisticate, gli abiti luminosi e i gioielli che riempiono lo schermo. «Mia sorella mi portava al cinema e io sognavo donne bellissime, estremamente eleganti», raccontava. «In quel periodo decisi che avrei fatto questo: rendere belle le donne». Un sogno coltivato con ostinazione e trasformato in destino. Studia figurino a Milano, poi vola a Parigi, dove frequenta l’École de la Chambre Syndicale de la Couture e lavora negli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche. Apprende il rigore francese, la costruzione impeccabile, la disciplina dell’haute couture. Ma la sua sensibilità resta profondamente italiana. Alla fine degli anni Cinquanta rientra a Roma, dove si forma accanto a Emilio Schuberth e Vincenzo Ferdinandi, prima di aprire una propria maison. Il ritorno nella Capitale segna l’inizio del mito. Nel 1959 apre l’atelier in via dei Condotti; nel 1960 incontra Giancarlo Giammetti, compagno di vita e di lavoro, di visione e di destino. È l’inizio di una storia che unisce amore, creatività e impresa, una simbiosi rara e irripetibile. Giammetti discreto, riservato, lontano dai riflettori, è stato l’architettura silenziosa dell’impero Valentino, il suo equilibrio. Valentino era l’estro e l’assoluto; Giammetti la misura e la protezione. Insieme hanno costruito non solo una maison, ma un mondo. «Io mi occupo solo della bellezza», amava dire Valentino, «Giancarlo pensa a tutto il resto». Insieme costruiscono un impero che attraversa decenni e rivoluzioni culturali senza mai rinunciare a un’idea precisa di eleganza. Nel 1962 arriva la consacrazione: la sfilata alla Sala Bianca di Pitti a Firenze è un trionfo. Vogue Francia gli dedica due pagine, segno inequivocabile dell’ingresso nel pantheon dei grandi. È l’inizio di un’ascesa inarrestabile, accompagnata da una firma cromatica destinata a diventare leggenda: il rosso Valentino, tonalità intensa e vibrante che non è solo un colore, ma un manifesto estetico diventato la sua cifra stilistica.
Negli anni Valentino veste il potere e il sogno. Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Farah Diba, Nancy Reagan. Jackie Bouvier sceglie un suo abito per sposare Aristotele Onassis, spalancandogli definitivamente le porte degli Stati Uniti. «Ho sempre desiderato rendere belle le donne», ripeteva. E lo faceva con una devozione quasi ossessiva, chiedendo alle sue première di smontare e rimontare un abito fino a quando non fosse perfetto. «Un vestito può tormentarmi la notte», confessava. «Se non è giusto, non è giusto». Negli anni Settanta, mentre Roma era attraversata dalla paura degli anni di piombo, dagli attentati e da una tensione che sembrava non dare tregua, Valentino continuava a muoversi in una dimensione altra. Il suo non era disinteresse né provocazione, ma una sorta di ostinata fedeltà alla bellezza. In una città segnata dall’ideologia e dalla violenza, lui difendeva il lusso, l’eleganza, la grazia come valori assoluti, quasi un atto di resistenza estetica. La moda, per Valentino, non era evasione ma disciplina, un ordine da preservare contro il disordine del tempo. Anche quando tutto intorno sembrava crollare, il suo mondo restava intatto, impermeabile, guidato da un’unica legge: la perfezione. Nel 1991, in piena Guerra del Golfo, Valentino disegnò un abito chiamato «Peace Dress», bianco con la parola «Pace» scritta in 14 lingue, come messaggio di speranza e di pace internazionale - un gesto simbolico che fu riconosciuto anche con un premio - «Man of fashion and peace» - dal Parlamento europeo.
Otto star saliranno sul palco degli Oscar indossando una sua creazione. Le supermodelle - da Claudia Schiffer a Cindy Crawford, da Naomi Campbell in poi - sfileranno per lui. Time lo definisce «the victorious», il vittorioso. Valentino diventa «larger than life», sovrano assoluto di una moda che non insegue le tendenze ma le trascende. Nel corso della carriera riceve tutti i massimi riconoscimenti: il Premio Neiman Marcus (considerato il Nobel della moda), il Leone d’Oro alla carriera, la Legion d’Onore francese, le più alte onorificenze italiane. Ma uno dei tributi più simbolici arriva dalla sua città natale: Voghera gli dedica il Teatro Valentino Garavani, suggellando il legame tra il ragazzo che sognava il cinema e l’uomo che ha trasformato la moda in spettacolo e memoria collettiva. Nel 2008 annuncia il ritiro dalle passerelle con una sfilata memorabile al Musée Rodin di Parigi. Un addio solenne e teatrale. Ma Valentino non smette mai davvero di esserlo. Anche lontano dalle scene, resta custode inflessibile di un’idea di bellezza che non ammette compromessi. Roma rimane il suo centro gravitazionale: via Condotti, piazza Mignanelli, la Dolce Vita che lo aveva visto nascere come personaggio pubblico. Anche oggi che il brand appartiene a un grande gruppo internazionale, la città eterna resta il cuore simbolico della maison.
Valentino ha vissuto come ha creato: senza mezze misure. I viaggi, gli yacht, i cani inseparabili, le amicizie illustri. Ma dietro lo sfarzo c’era una disciplina ferrea, una dedizione assoluta all’haute couture. «La moda non è solo vestire», diceva, «è un modo di essere, di guardare il mondo». Con la scomparsa dello stilista, Giancarlo Giammetti resta l’ultimo testimone di una storia irripetibile: una storia d’amore e di moda che ha attraversato il tempo senza mai piegarsi. Non esiste un Valentino dopo Valentino. Con lui se ne va l’ultima vera icona di una moda intesa come impero personale e visione assoluta. Resta il rosso, restano le linee perfette, resta un’idea di bellezza che non chiede permesso. E che difficilmente tornerà.
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La curcuma non è una sola pianta. Curcuma, difatti, è un genere di piante, genere che appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae e la specie longa è la più rinomata e diffusa tra quelle che possono essere «la curcuma». Curcuma longa, quindi, è la principale curcuma. Ma ce ne sono davvero tante, un elenco botanico decisamente lungo, dalla Curcuma aeruginosa alla Curcuma zedoaroides passando per un’infinità di altre. A sua volta, la curcuma è l’ingrediente principale dell’altra spezia che poi è anch’essa un gruppo di spezie, appunto, come la curcuma, ovvero il curry.
Diciamo il vero: nei nostri ricettari precisamente italiani la curcuma trova poco o zero alloggio. Si possono forse trovare ricette degli anni Ottanta, come il risotto o le pennette curry (quindi anche curcuma) e gamberetti, ma si tratta sempre di prelievi del condimento da ricettari orientali. La curcuma, infatti, è originaria dell’Asia e molto diffusa in India, Indonesia, Thailandia, e da lì anche in altre zone dell’Oriente, l’India ne è il maggior produttore mondiale. Troviamo poi, nei nostri supermercati, nel settore del cibo etnico, preparati come il golden milk, anche detto curcuma latte, un mix in polvere con il quale si realizza la bevanda ayurvedica omonima aggiungendo latte caldo a 1/2 o 1 cucchiaino del preparato di curcuma, zenzero, cannella e pepe nero. Il golden milk è considerato antinfiammatorio e antiossidante in particolar modo grazie al connubio tra curcuma e pepe, che amplifica le proprietà della curcumina, principio attivo della curcuma, tuttavia questi preparati che percepiamo come salutari non vanno presi con leggerezza e consumati a cucchiaiate mane, pomeriggio e sera. Possono essere insalubri (e questo vale per tutto ciò che ci viene detto faccia bene). Ora vedremo perché.
La curcumina è uno dei rimedi di fitoterapia più diffusi nel mondo. Si possono, infatti, trovare spesso pubblicizzati quasi come miracolosi gli integratori alimentari di curcumina. Per il tramite della tradizione medica ayurvedica, nel sud est asiatico la curcuma, per il suo contenuto di curcumina, è considerata un rimedio fitoterapico trasversale da far scendere in campo un po’ per tutto: dai disturbi biliari alla sinusite passando per i dolori mestruali, antisettico, analgesico, antinfiammatorio, antimalarico e repellente per insetti. Anche da quest’altra parte del mondo ormai la curcumina è stata adottata come rimedio fitoterapico ed è considerata innanzitutto antinfiammatoria, poi antidolorifica, in particolar modo nei confronti dei dolori da artrosi e, in generale, articolari. Poi, è considerata un tonico cerebrale e del sistema nervoso, un valido aiuto per la cicatrizzazione delle ferite e per la prevenzione delle infezioni batteriche. Ancora, la curcumina aiuterebbe la digestione. Ma non soltanto. 2 compresse al giorno da 250 mg avrebbero lo stesso effetto dell’omeprazolo, farmaco gastroprotettore inibitore di pompa protonica (IPP) che serve a curare il reflusso gastroesofageo, perché riduce drasticamente la produzione di acido nello stomaco, ma anche le ulcere gastriche, duodenali, associate a Helicobapter pylori o prodotte dall’assunzione di Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei.
La curcumina, poi, preverrebbe il diabete di tipo 2 cioè la patologia metabolica cronica che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina a causa di uno stato cosiddetto di insulino-resistenza oppure non produce insulina a sufficienza, così registrando aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Il diabete 2 si collega a sovrappeso, obesità, sedentarietà, alimentazione scorretta ed è una vera e propria piaga contemporanea tanto più diffusa quanto più mangiamo male (ultraprocessato, troppo, troppo dolce, troppi cereali raffinati, troppo grasso), un problema sempre più presente che riguarda, pensate, anche i bambini. Ancora, la curcumina è considerata un antiossidante perché limita l’azione dei radicali liberi, poi rinforza il sistema immunitario. Insomma, tra gli innumerevoli integratori alimentari che si possono trovare al banco della farmacia, ma anche on line, svetta sicuramente la curcumina. E qui bisogna fare una prima distinzione tra curcuma assunta come spezia da cucina e integratore: nelle pillole di integratori il quantitativo di curcumina è alto. L’integratore alimentare contiene dosi importanti e talvolta si tratta di integratori che hanno subito anche modifiche per migliorare la biodisponibilità, cioè la quantità con cui la sostanza raggiunge la circolazione sanguigna diventando così più disponibile per l’organismo. Per esempio, legarla col fitosoma, molecola in grado di aumentare la capacità di superare la barriera intestinale che rende la curcumina più facilmente assorbibile. Ci sono stati tanti studi sul rapporto tra curcumina e fitosoma, che hanno messo in evidenza anche altre caratteristiche curative del connubio. Per esempio, negli anziani l’assunzione di curcumina migliora la forza e l’energia, ciò che scongiura la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di massa ossea (osteopenia). In chi ha problemi di tipo oculistico, la curcumina pare aiutare a migliorare la vista, anche nel caso di problemi alla vista causati dal diabete. Ancora, la curcumina parrebbe aiutare anche chi soffre di psoriasi e, ancora, la curcumina sembrerebbe abbassare il colesterolo alto e quindi, indirettamente, diminuirebbe il rischio di problemi cardiocircolatori. Insomma, questa curcumina sembra una vera e propria manna dal cielo, ma c’è il rovescio della medaglia che si può manifestare in particolar modo in soggetti predisposti oppure assumendo la curcumina come integratore ad alto dosaggio magari amplificato da piperina o nanoparticelle. E non bisogna nemmeno dimenticare che acquistata on line, per esempio, di dubbia provenienza, può anche contenere coloranti non naturali e altre aggiunte chimiche che possono essere responsabili di effetti collaterali. Infine, bisogna ricordare che pure in forma di spezia, assunta a grandi dosi può far male, in particolare se si è predisposti o soggetti a rischio. Attenzione, quindi. Se da una parte si registrano effetti collaterali lievi, come disturbi gastrointestinali vari tra i quali nausea e diarrea, mal di testa, eruzione cutanea, dall’altra parte sono stati registrati casi di vera e propria intossicazione e conseguente danneggiamento del fegato, con effetti pesanti come epatite, aumento preoccupante delle transaminasi, ittero, urine concentrate e scure. L’epatotossicità possibile della curcumina è un fatto (ci sono stati vari casi) e sarebbe amplificata dall’alta biodisponibilità (inclusione con piperina o nanoparticelle) oppure da un dosaggio inferiore accompagnato però a un consumo costante in persone predisposte, ma in generale è sempre meglio guardare anche al mezzo cucchiaino di curcuma che si spolverizza su un riso bianco con occhi guardinghi. Questi effetti collaterali sul fegato, infatti, possono anche diventare molto gravi e un altro elemento probante della responsabilità della curcumina in certi casi di problematiche epatiche è che, se il danno al fegato non è irreversibile, queste spariscono una volta interrotta l’assunzione di curcumina. Anche per questa ragione, dal 2022 un decreto ha normato l’impiego di sostanze e preparati negli integratori alimentari inserendo una specifica avvertenza nell’etichettatura degli integratori contenenti ingredienti derivati da Curcuma longa e spp (tutte le sue specie, ndr). L’aggiunta recita: «AVVERTENZA IMPORTANTE In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Non usare in gravidanza e allattamento. Non utilizzare per periodi prolungati senza consultare il medico. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico». Teniamolo a mente per tutelare il nostro fegato e prima di assumere integratori alimentari contenenti curcumina a scopo terapeutico chiediamo sempre ad uno specialista, a partire dal nostro medico di base. E, per precauzione, non esageriamo nemmeno con la curcuma come spezia, perché potremmo essere ipersensibili e non saperlo oppure, in caso di fegato già danneggiato, potremmo non reggere nemmeno l’uso frequente ed abbondante della spezia, aggravando le condizioni del nostro amico organo.
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