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2020-06-10
Con i protocolli Dogane-associazioni mascherine smistate in sole 24 ore
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«È in arrivo un Aeroflot da Mosca. A che ora atterra? 10:28, piazzola 714». Tiziana Robustelli, responsabile dell'ufficio antifrode della dogana di Malpensa, mette giù il telefono e ci accompagna sulla pista di Cargo City, lo scalo dedicato esclusivamente all'import e all'export delle merci che si trova a una manciata di chilometri dai più conosciuti Terminal 1 e 2, quelli popolati da milioni di passeggeri. Almeno fino a quando il contagio da coronavirus non è diventato una vera e propria pandemia - il Terminal 1 è attualmente ancora chiuso, il 2 è utilizzato per quei pochi voli già consentiti. Al Cargo City hanno dovuto invece moltiplicare gli sforzi per gestire l'arrivo continuo di materiale sanitario proveniente perlopiù dalla Cina.
La priorità, al crescere dell'emergenza, è stata velocizzare e sburocratizzare la procedura di sdoganamento delle merci - soprattutto mascherine generiche, chirurgiche e dei Dispositivi di protezione individuale conosciuti ormai come Dpi - ricevute in donazione e destinate agli enti pubblici, dalle regioni ai comuni passando per le onlus. Obiettivo raggiunto grazie alla sottoscrizione di protocolli di intesa con alcune associazioni di categoria come Anci, Confetra, Confartigianato e Confesercenti, che hanno consentito a un unico soggetto, l'associazione stessa, il ritiro e la distribuzione del materiale a tutti gli associati. Vuol dire una sola dichiarazione d'importazione valida per tutti e un unico svincolo diretto della merce.
In mezza giornata sono atterrati sulla pista dello scalo sei aeromobili (il primo un Air China atterrato alle 6:30, poi un aereo militare irlandese, l'Aeroflot delle 10:28, un volo della El Al, la compagnia di bandiera israeliana, un CargoLux e il Neos delle 14:45), tutti carichi di mascherine, camici e visiere. Solamente dal Neos proveniente da Shenzhen sono state scaricate 3.378.000 mascherine Kn95. Ogni giorno escono via truck dai 5 ai 6 milioni di pezzi. Fa un certo effetto scorgere dai finestrini gli scatoloni posizionati proprio come se fossero passeggeri. Mentre per le donazioni l'iter è stato accelerato, per la merce oggetto di acquisto è invece necessaria la bolletta doganale e un conseguente implemento del controllo documentale, illustratoci dalla responsabile Manuela Barone: «A un certo punto dell'emergenza abbiamo dovuto elevare i controlli richiedendo le certificazioni, in particolare quelle Ce. La busta contenente i documenti dall'aereo viene trasferita negli uffici di Alha dove si fa uno smistamento delle carte e si avvisano i singoli destinatari. Gli spedizionieri le ritirano e procedono con noi allo sdoganamento».
Durante la nostra visita allo scalo ci è stato raccontato come il lavoro del personale dell'Adm è dovuto andare oltre quelle che sono le competenze affinché si sbloccasse una filiera logistica andata in tilt. «Dal 14 marzo, giorno in cui non si è capito più nulla, abbiamo ricevuto centinaia di telefonate al giorno di aziende che reclamavano la merce e ci chiedevano perché la tenevamo ferma in dogana» spiega Tiziana Robustelli. «Reclamavano spedizioni che si trovavano ancora in Cina, se mai esistevano visto che qualcuno le aveva vendute prima ancora di produrle» aggiunge il collega Davide Tanzarella.
In tal senso è risultato molto importante il protocollo firmato da Adm e Consip per il contrasto delle frodi nelle procedure di acquisizione di apparecchiature e dispositivi connessi all'emergenza sanitaria. L'Agenzia verifica la qualità e la professionalità dei partecipanti alle gare e valuta i profili di rischio per evitare che si verifichino casi come quello dell'imprenditore arrestato per turbativa di una gara Consip da circa 16 milioni di euro: in quel caso proprio Adm ha potuto accertare l'inesistenza del carico dichiarato, con un'ispezione presso l'aeroporto cinese di Guangzhou Baiyun. «Noi siamo un organo di controllo, ma abbiamo fatto un lavoro che non avevamo mai fatto prima: rintracciare la merce, capire dove si fosse fermata e farla ripartire» - sottolinea Tanzarella - «abbiamo rincorso gli spedizionieri che non si presentavano a ritirare i documenti nei magazzini».
Una volta arrivato l'aereo gli agenti doganali, insieme alla Guardia di finanza e agli agenti di rampa, procedono alle operazioni di sottobordo. Si effettua un primo controllo dei documenti e dei colli e la merce viene scaricata e trasportata in magazzino dove si fa un primo riscontro della merce a campione prima ancora che sia emessa la bolletta doganale. Nel frattempo passiamo nell'area truck dove si agganciano i camion per essere caricati della merce appena sdoganata. Alle 12 ne sono già partiti sei diretti verso le regioni italiane: Nord, Centro, Sud e isole (soltanto per andare in Sicilia è necessario un altro volo che parte dall'aeroporto bresciano di Montichiari).
Il giro di carte per lo sdoganamento delle merci
Lo scalo merci dell'aeroporto di Malpensa è diventato il punto d'ingresso principale d'Italia per il materiale sanitario per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus. Cargo City si estende per circa 500.000 metri quadri tra piste (due da 4.000 metri ciascuna), magazzini e uffici: numeri che lo classificano al primo posto in Italia e tra i primi a livello europeo, seppur ancora molto distante dalla top 20 mondiale redatta ogni anno dall'Airport council international che vede in testa Hong Kong con 4,8 milioni di tonnellate di merce che viene fatta transitare ogni anno. Malpensa nel 2019, secondo Assaeroporti, ha movimentato 558.481 tonnellate di merci di qualunque genere.
Durante la nostra visita a Cargo City siamo entrati negli uffici dell'Agenzia dogane e monopoli per farci spiegare come avviene il controllo dei documenti necessario per lo sdoganamento delle merci. Dal momento in cui l'aereo atterra sulla pista e parcheggia sulla piazzola assegnata, merce e documenti cominciano un secondo viaggio parallelo: i colli e gli imballaggi vengono trasportati dai carrelli in magazzino per i controlli fisici, le buste contenenti tutta la documentazione vengono ritirate dagli agenti di rampa e portate negli uffici dello smistamento documentale di Alha Group, il principale Cargo handling agent (società che si occupa della gestione della movimentazione delle merci) dell'aeroporto di Malpensa.
Da questo momento parte un giro di carte che, per quanto riguarda il materiale sanitario che in questi ultimi mesi ha praticamente monopolizzato lo scalo, si divide in due passaggi: da una parte la merce ricevuta sotto forma di donazione per la quale è necessaria la compilazione del documento A22 che consente un'uscita molto più veloce perché non serve la bolletta doganale; dall'altra il materiale oggetto di acquisto da parte delle aziende per cui è necessaria sì la bolletta doganale e quindi più tempo in quanto entra in gioco il richiedente doganale, ovvero colui che funge da intermediario tra chi acquista e chi compra. Vengono quindi avvisati i singoli destinatari che la merce è arrivata. Le aziende più grosse si appoggiano a degli spedizionieri che sono dichiaranti doganali di base a Malpensa. Questi ritirano tutta la documentazione originale, fatture comprese, e possono procedere alla dichiarazione doganale che dovrà essere trasferita al sistema telematico dell'Agenzia delle dogane e monopoli. Si tratta di un modulo in base al quale l'Adm darà una risposta contenente un codice di svincolo oppure no. In quest'ultimo caso è necessario un livello di controllo superiore.
Basti pensare che in 74 giorni, dal 14 marzo al 27 maggio, l'Agenzia delle dogane ha emesso 485 documenti A22, il modulo per le donazioni, dalle mascherine ai ventilatori, passando per scanner, canule per l'ossigeno, disinfettanti, letti ospedalieri e kit diagnostici. «Tutto il materiale necessario per allestire l'ospedale da campo a Cremona grazie alla donazione di una ong americana è stato sdoganato qua» ci dice con un certo orgoglio la responsabile dell'ufficio antifrode della dogana di Malpensa, Tiziana Robustelli. Un orgoglio misto alla commozione di chi sa di aver fatto la propria parte in un momento delicato per tutto il Paese dove la paura non è mancata, come sottolinea il collega Davide Tanzarella: «Non ci vogliamo sentire eroi, però in un contesto dove c'era l'obbligo di restare a casa abbiamo dovuto bilanciare diverse esigenze perché anche noi abbiamo delle famiglie e avevamo paura di portare il virus a casa ai nostri figli».
Prima di andare in pista per assistere all'arrivo di un carico proveniente dalla Cina che aveva fatto scalo a Mosca, Tiziana ci accoglie nel suo ufficio e ci fa dare un'occhiata alla lista delle donazioni ricevute finora. Tutta merce regalata in gran parte dalla Cina, ma anche dalla Turchia e dalla Russia. Quella più grossa è datata 2 aprile e conteneva 10.240.000 mascherine Ffp2 donate da Ningbo, una città della Cina appartenente alla provincia dello Zhejiang, alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Nella lista si scorge anche una donazione alla protezione civile di Prato fatta dal comune di Changzhou, un omaggio in virtù del gemellaggio che lega la città toscana a quella cinese dal 1987.
«La merce che arriva al Cargo qui a Malpensa viene flussata dal nostro sistema telematico che è un circuito di controllo doganale che in base ai parametri selezionati può dare tre tipi di esito: un controllo documentale, una visita merce oppure un canale verde e quindi merce che può uscire direttamente» spiega la responsabile dell'ufficio controllo documentale Manuela Barone.
Nel caso delle mascherine, Manuela ci mostra un controllo documentale effettuato per un'importazione fatta da Aria, l'Azienda regionale per l'innovazione e gli acquisti di Regione Lombardia: «Si tratta sia di mascherine chirurgiche che hanno il Nos, il nulla osta sanitario che attesta che si tratta di dispositivi medici, sia di Ffp2 per le quali è stata fatta una richiesta Inail e abbiamo nella documentazione una domanda di autorizzazione alla quale l'Inail stessa risponderà in base alle caratteristiche delle mascherine e se può essere considerata conforme oppure no. Queste mascherine usciranno con un verbale di constatazione in cui l'importatore si assume la responsabilità di non distribuirle finché non avrà avuto l'esito dall'Inail. Una volta fatto questo controllo viene emesso il verbale e la merce viene fatta partire».
Croce Rossa di base a Malpensa durante l'emergenza sanitaria per controllare e dividere la merce
All'interno dei magazzini di Malpensa Cargo City, oltre agli operai che sfrecciano sui muletti, dal primo aprile si vedono anche gli operatori della Croce rossa italiana ai quali è affidato l'ultimo step dopo lo sdoganamento e prima della partenza della merce. Tocca a loro il compito di controllare che il materiale sia conforme e smistarlo nei carrelli destinati alle protezioni civili regionali. Un'attività di supporto alla Dogana per tutto ciò che riguarda il materiale sanitario in arrivo dall'estero che si sviluppa su tre livelli: controllo, tracciabilità e divisione delle merci.
Il controllo, che è di tipo qualitativo, e la tracciabilità avvengono a campione sui materiali che una volta scaricati dall'aereo vengono trasportati all'interno del magazzino. Gli operatori della Croce rossa procedono all'apertura dei colli e all'ispezione fisica della merce: non solo mascherine chirurgiche, ma anche camici, visiere, letti ospedalieri e kit medici. I prodotti vengono registrati su un tablet dove vengono inserite tutte le informazioni (numero polizza, dimensione del cartone, peso, numero di scatole, certificato del produttore) che consentono poi di redigere un report che viene trasmesso quotidianamente al dipartimento della protezione civile. «Tutto la merce in ingresso, una volta che è liberata dall'Agenzia delle dogane, viene tracciata a partire dalla spedizione e viene fotografata e certificata in modo tale da verificare che il materiale che arriva sia conforme a quello che abbiamo richiesto» ci spiega Fabio Carturan, focal point della Croce rossa italiana per la dogana di Malpensa.
Dopodiché si procede alla terza e ultima fase, ossia all'etichettatura delle scatole e alla divisione della merce da destinare alle varie regioni a seconda delle disposizioni ricevute dal commissario straordinario per l'emergenza.
I guanti in lattice diventano merce rara. Sullo sfondo la situazione geopolitica di Taiwan
Il magazzino di Malpensa Cargo City con la pandemia si è per forza di cose svuotato della merce generica e ha fatto posto a migliaia di scatoloni contenenti materiale sanitario di ogni tipo. Gli operatori doganali aprono alcuni colli e ci fanno dare un'occhiata alla merce appena arrivata e scaricata dagli aerei. Da alcune settimane, ormai, di mascherine ne arrivano milioni al giorno, così come arrivano le visiere, i camici e altro materiale sanitario. Quel che scarseggia sono i guanti. Quando chiediamo al responsabile del magazzino se è possibile aprire uno scatolone contenente guanti ci risponde che «non ce ne sono e fino a quando non si sbloccherà la situazione a Taiwan, sarà molto complicato farne arrivare un numero adeguato».
Proprio Taiwan, insieme a Cina e Malesia, è tra i principali produttori ed esportatori di guanti monouso in lattice e in nitrile, diventati merce rara e venduta a caro prezzo da quando è cominciata la cosiddetta fase 2. Secondo una denuncia fatta da Federfarma si è arrivati ad acquistare 100 paia a 16 euro con una domanda a livello mondiale cresciuta del 500% da quando è iniziata la pandemia. Stessa sorte dunque che era toccata prima alle mascherine e ai gel disinfettanti. E anche i costi di trasporto sono aumentati vertiginosamente: movimentare un chilo di merce dalla Cina via aereo, prima del Covid-19, costava tra i 3 e i 4,50 euro. Adesso si è arrivati a 14 euro.
Sullo sfondo c'è anche un tema geopolitico che riguarda proprio Taiwan. La Repubblica di Cina si è dichiarata indipendente dalla Cina nel dicembre del 1949, ma non è tuttora riconosciuta come Stato né dalla Cina, né dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu (Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti), oltre che dal Canada e da tutti i membri dell'Unione europea, con i quali però intrattiene rapporti commerciali. Tuttavia, l'emergenza sanitaria ha fatto sì che si rafforzassero le relazioni tra Taiwan e Usa, visto che il governo di Taipei sta cercando in tutti i modi di farsi riammettere all'interno dell'Oms, almeno come Paese osservatore per poter aver accesso e condividere determinate informazioni sanitarie, ma trova sempre strada sbarrata dal veto posto dalla Cina.
Taiwan ha avuto e sta avendo un percorso davvero virtuoso nella lotta al Covid-19, nonostante la costa cinese, epicentro della pandemia, disti appena 150 chilometri. Sulla piccola isola sono riusciti infatti a controllare l'espansione del coronavirus registrando soltanto 42 casi e un solo decesso. Taipei ha deciso di adottare fin da subito delle drastiche norme per contenere i contagi. Tra queste il divieto di esportazione di mascherine e altri dispositivi di protezione come termometri, gel disinfettanti e, appunto, guanti.
Tuttavia, ora dall'Oms sconsigliano fortemente l'utilizzo dei guanti, che «possono aumentare il rischio di infezione dal momento che possono portare a una autocontaminazione o a una trasmissione ad altri quando si toccano le superfici contaminate e quindi il viso». Piuttosto, l'Organizzazione mondiale della sanità invita, attraverso le pagine del proprio sito web, a «disinfettarsi più spesso le mani con il gel quando ci si trova in luoghi pubblici come per esempio i supermercati».
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Viaggio a Cargo City, diventato il punto d'ingresso principale del materiale sanitario per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus in Italia.All'arrivo della merce, il controllo dei documenti si divide in due percorsi: da una parte le donazioni per le quali è sufficiente un A22, una carta che consente un'uscita molto più veloce dei colli, dall'altra gli acquisti che richiedono la più classica bolletta doganale e quindi un percorso più lungo.Dal primo aprile anche la Croce rossa è presente in pianta stabile nei magazzini dello scalo milanese per occuparsi della conformità dei dispositivi medici e destinarli alle regioni.L'emergenza ora è rappresentata dalla difficoltà a reperire i guanti: «Finché non si sblocca la situazione a Taiwan sarà complicato farli arrivare» racconta un operatore in dogana.Lo speciale contiene quattro articoli e tre video.«È in arrivo un Aeroflot da Mosca. A che ora atterra? 10:28, piazzola 714». Tiziana Robustelli, responsabile dell'ufficio antifrode della dogana di Malpensa, mette giù il telefono e ci accompagna sulla pista di Cargo City, lo scalo dedicato esclusivamente all'import e all'export delle merci che si trova a una manciata di chilometri dai più conosciuti Terminal 1 e 2, quelli popolati da milioni di passeggeri. Almeno fino a quando il contagio da coronavirus non è diventato una vera e propria pandemia - il Terminal 1 è attualmente ancora chiuso, il 2 è utilizzato per quei pochi voli già consentiti. Al Cargo City hanno dovuto invece moltiplicare gli sforzi per gestire l'arrivo continuo di materiale sanitario proveniente perlopiù dalla Cina.La priorità, al crescere dell'emergenza, è stata velocizzare e sburocratizzare la procedura di sdoganamento delle merci - soprattutto mascherine generiche, chirurgiche e dei Dispositivi di protezione individuale conosciuti ormai come Dpi - ricevute in donazione e destinate agli enti pubblici, dalle regioni ai comuni passando per le onlus. Obiettivo raggiunto grazie alla sottoscrizione di protocolli di intesa con alcune associazioni di categoria come Anci, Confetra, Confartigianato e Confesercenti, che hanno consentito a un unico soggetto, l'associazione stessa, il ritiro e la distribuzione del materiale a tutti gli associati. Vuol dire una sola dichiarazione d'importazione valida per tutti e un unico svincolo diretto della merce. In mezza giornata sono atterrati sulla pista dello scalo sei aeromobili (il primo un Air China atterrato alle 6:30, poi un aereo militare irlandese, l'Aeroflot delle 10:28, un volo della El Al, la compagnia di bandiera israeliana, un CargoLux e il Neos delle 14:45), tutti carichi di mascherine, camici e visiere. Solamente dal Neos proveniente da Shenzhen sono state scaricate 3.378.000 mascherine Kn95. Ogni giorno escono via truck dai 5 ai 6 milioni di pezzi. Fa un certo effetto scorgere dai finestrini gli scatoloni posizionati proprio come se fossero passeggeri. Mentre per le donazioni l'iter è stato accelerato, per la merce oggetto di acquisto è invece necessaria la bolletta doganale e un conseguente implemento del controllo documentale, illustratoci dalla responsabile Manuela Barone: «A un certo punto dell'emergenza abbiamo dovuto elevare i controlli richiedendo le certificazioni, in particolare quelle Ce. La busta contenente i documenti dall'aereo viene trasferita negli uffici di Alha dove si fa uno smistamento delle carte e si avvisano i singoli destinatari. Gli spedizionieri le ritirano e procedono con noi allo sdoganamento».Durante la nostra visita allo scalo ci è stato raccontato come il lavoro del personale dell'Adm è dovuto andare oltre quelle che sono le competenze affinché si sbloccasse una filiera logistica andata in tilt. «Dal 14 marzo, giorno in cui non si è capito più nulla, abbiamo ricevuto centinaia di telefonate al giorno di aziende che reclamavano la merce e ci chiedevano perché la tenevamo ferma in dogana» spiega Tiziana Robustelli. «Reclamavano spedizioni che si trovavano ancora in Cina, se mai esistevano visto che qualcuno le aveva vendute prima ancora di produrle» aggiunge il collega Davide Tanzarella.In tal senso è risultato molto importante il protocollo firmato da Adm e Consip per il contrasto delle frodi nelle procedure di acquisizione di apparecchiature e dispositivi connessi all'emergenza sanitaria. L'Agenzia verifica la qualità e la professionalità dei partecipanti alle gare e valuta i profili di rischio per evitare che si verifichino casi come quello dell'imprenditore arrestato per turbativa di una gara Consip da circa 16 milioni di euro: in quel caso proprio Adm ha potuto accertare l'inesistenza del carico dichiarato, con un'ispezione presso l'aeroporto cinese di Guangzhou Baiyun. «Noi siamo un organo di controllo, ma abbiamo fatto un lavoro che non avevamo mai fatto prima: rintracciare la merce, capire dove si fosse fermata e farla ripartire» - sottolinea Tanzarella - «abbiamo rincorso gli spedizionieri che non si presentavano a ritirare i documenti nei magazzini».Una volta arrivato l'aereo gli agenti doganali, insieme alla Guardia di finanza e agli agenti di rampa, procedono alle operazioni di sottobordo. Si effettua un primo controllo dei documenti e dei colli e la merce viene scaricata e trasportata in magazzino dove si fa un primo riscontro della merce a campione prima ancora che sia emessa la bolletta doganale. Nel frattempo passiamo nell'area truck dove si agganciano i camion per essere caricati della merce appena sdoganata. Alle 12 ne sono già partiti sei diretti verso le regioni italiane: Nord, Centro, Sud e isole (soltanto per andare in Sicilia è necessario un altro volo che parte dall'aeroporto bresciano di Montichiari).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-dogana-2646116697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-giro-di-carte-per-lo-sdoganamento-delle-merci" data-post-id="2646116697" data-published-at="1591153375" data-use-pagination="False"> Il giro di carte per lo sdoganamento delle merci Lo scalo merci dell'aeroporto di Malpensa è diventato il punto d'ingresso principale d'Italia per il materiale sanitario per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus. Cargo City si estende per circa 500.000 metri quadri tra piste (due da 4.000 metri ciascuna), magazzini e uffici: numeri che lo classificano al primo posto in Italia e tra i primi a livello europeo, seppur ancora molto distante dalla top 20 mondiale redatta ogni anno dall'Airport council international che vede in testa Hong Kong con 4,8 milioni di tonnellate di merce che viene fatta transitare ogni anno. Malpensa nel 2019, secondo Assaeroporti, ha movimentato 558.481 tonnellate di merci di qualunque genere.Durante la nostra visita a Cargo City siamo entrati negli uffici dell'Agenzia dogane e monopoli per farci spiegare come avviene il controllo dei documenti necessario per lo sdoganamento delle merci. Dal momento in cui l'aereo atterra sulla pista e parcheggia sulla piazzola assegnata, merce e documenti cominciano un secondo viaggio parallelo: i colli e gli imballaggi vengono trasportati dai carrelli in magazzino per i controlli fisici, le buste contenenti tutta la documentazione vengono ritirate dagli agenti di rampa e portate negli uffici dello smistamento documentale di Alha Group, il principale Cargo handling agent (società che si occupa della gestione della movimentazione delle merci) dell'aeroporto di Malpensa.Da questo momento parte un giro di carte che, per quanto riguarda il materiale sanitario che in questi ultimi mesi ha praticamente monopolizzato lo scalo, si divide in due passaggi: da una parte la merce ricevuta sotto forma di donazione per la quale è necessaria la compilazione del documento A22 che consente un'uscita molto più veloce perché non serve la bolletta doganale; dall'altra il materiale oggetto di acquisto da parte delle aziende per cui è necessaria sì la bolletta doganale e quindi più tempo in quanto entra in gioco il richiedente doganale, ovvero colui che funge da intermediario tra chi acquista e chi compra. Vengono quindi avvisati i singoli destinatari che la merce è arrivata. Le aziende più grosse si appoggiano a degli spedizionieri che sono dichiaranti doganali di base a Malpensa. Questi ritirano tutta la documentazione originale, fatture comprese, e possono procedere alla dichiarazione doganale che dovrà essere trasferita al sistema telematico dell'Agenzia delle dogane e monopoli. Si tratta di un modulo in base al quale l'Adm darà una risposta contenente un codice di svincolo oppure no. In quest'ultimo caso è necessario un livello di controllo superiore.Basti pensare che in 74 giorni, dal 14 marzo al 27 maggio, l'Agenzia delle dogane ha emesso 485 documenti A22, il modulo per le donazioni, dalle mascherine ai ventilatori, passando per scanner, canule per l'ossigeno, disinfettanti, letti ospedalieri e kit diagnostici. «Tutto il materiale necessario per allestire l'ospedale da campo a Cremona grazie alla donazione di una ong americana è stato sdoganato qua» ci dice con un certo orgoglio la responsabile dell'ufficio antifrode della dogana di Malpensa, Tiziana Robustelli. Un orgoglio misto alla commozione di chi sa di aver fatto la propria parte in un momento delicato per tutto il Paese dove la paura non è mancata, come sottolinea il collega Davide Tanzarella: «Non ci vogliamo sentire eroi, però in un contesto dove c'era l'obbligo di restare a casa abbiamo dovuto bilanciare diverse esigenze perché anche noi abbiamo delle famiglie e avevamo paura di portare il virus a casa ai nostri figli».Prima di andare in pista per assistere all'arrivo di un carico proveniente dalla Cina che aveva fatto scalo a Mosca, Tiziana ci accoglie nel suo ufficio e ci fa dare un'occhiata alla lista delle donazioni ricevute finora. Tutta merce regalata in gran parte dalla Cina, ma anche dalla Turchia e dalla Russia. Quella più grossa è datata 2 aprile e conteneva 10.240.000 mascherine Ffp2 donate da Ningbo, una città della Cina appartenente alla provincia dello Zhejiang, alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Nella lista si scorge anche una donazione alla protezione civile di Prato fatta dal comune di Changzhou, un omaggio in virtù del gemellaggio che lega la città toscana a quella cinese dal 1987.«La merce che arriva al Cargo qui a Malpensa viene flussata dal nostro sistema telematico che è un circuito di controllo doganale che in base ai parametri selezionati può dare tre tipi di esito: un controllo documentale, una visita merce oppure un canale verde e quindi merce che può uscire direttamente» spiega la responsabile dell'ufficio controllo documentale Manuela Barone.Nel caso delle mascherine, Manuela ci mostra un controllo documentale effettuato per un'importazione fatta da Aria, l'Azienda regionale per l'innovazione e gli acquisti di Regione Lombardia: «Si tratta sia di mascherine chirurgiche che hanno il Nos, il nulla osta sanitario che attesta che si tratta di dispositivi medici, sia di Ffp2 per le quali è stata fatta una richiesta Inail e abbiamo nella documentazione una domanda di autorizzazione alla quale l'Inail stessa risponderà in base alle caratteristiche delle mascherine e se può essere considerata conforme oppure no. Queste mascherine usciranno con un verbale di constatazione in cui l'importatore si assume la responsabilità di non distribuirle finché non avrà avuto l'esito dall'Inail. Una volta fatto questo controllo viene emesso il verbale e la merce viene fatta partire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-dogana-2646116697.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="croce-rossa-di-base-a-malpensa-durante-l-emergenza-sanitaria-per-controllare-e-dividere-la-merce" data-post-id="2646116697" data-published-at="1591153375" data-use-pagination="False"> Croce Rossa di base a Malpensa durante l'emergenza sanitaria per controllare e dividere la merce All'interno dei magazzini di Malpensa Cargo City, oltre agli operai che sfrecciano sui muletti, dal primo aprile si vedono anche gli operatori della Croce rossa italiana ai quali è affidato l'ultimo step dopo lo sdoganamento e prima della partenza della merce. Tocca a loro il compito di controllare che il materiale sia conforme e smistarlo nei carrelli destinati alle protezioni civili regionali. Un'attività di supporto alla Dogana per tutto ciò che riguarda il materiale sanitario in arrivo dall'estero che si sviluppa su tre livelli: controllo, tracciabilità e divisione delle merci.Il controllo, che è di tipo qualitativo, e la tracciabilità avvengono a campione sui materiali che una volta scaricati dall'aereo vengono trasportati all'interno del magazzino. Gli operatori della Croce rossa procedono all'apertura dei colli e all'ispezione fisica della merce: non solo mascherine chirurgiche, ma anche camici, visiere, letti ospedalieri e kit medici. I prodotti vengono registrati su un tablet dove vengono inserite tutte le informazioni (numero polizza, dimensione del cartone, peso, numero di scatole, certificato del produttore) che consentono poi di redigere un report che viene trasmesso quotidianamente al dipartimento della protezione civile. «Tutto la merce in ingresso, una volta che è liberata dall'Agenzia delle dogane, viene tracciata a partire dalla spedizione e viene fotografata e certificata in modo tale da verificare che il materiale che arriva sia conforme a quello che abbiamo richiesto» ci spiega Fabio Carturan, focal point della Croce rossa italiana per la dogana di Malpensa.Dopodiché si procede alla terza e ultima fase, ossia all'etichettatura delle scatole e alla divisione della merce da destinare alle varie regioni a seconda delle disposizioni ricevute dal commissario straordinario per l'emergenza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-dogana-2646116697.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-guanti-in-lattice-diventano-merce-rara-sullo-sfondo-la-situazione-geopolitica-di-taiwan" data-post-id="2646116697" data-published-at="1591153375" data-use-pagination="False"> I guanti in lattice diventano merce rara. Sullo sfondo la situazione geopolitica di Taiwan Il magazzino di Malpensa Cargo City con la pandemia si è per forza di cose svuotato della merce generica e ha fatto posto a migliaia di scatoloni contenenti materiale sanitario di ogni tipo. Gli operatori doganali aprono alcuni colli e ci fanno dare un'occhiata alla merce appena arrivata e scaricata dagli aerei. Da alcune settimane, ormai, di mascherine ne arrivano milioni al giorno, così come arrivano le visiere, i camici e altro materiale sanitario. Quel che scarseggia sono i guanti. Quando chiediamo al responsabile del magazzino se è possibile aprire uno scatolone contenente guanti ci risponde che «non ce ne sono e fino a quando non si sbloccherà la situazione a Taiwan, sarà molto complicato farne arrivare un numero adeguato».Proprio Taiwan, insieme a Cina e Malesia, è tra i principali produttori ed esportatori di guanti monouso in lattice e in nitrile, diventati merce rara e venduta a caro prezzo da quando è cominciata la cosiddetta fase 2. Secondo una denuncia fatta da Federfarma si è arrivati ad acquistare 100 paia a 16 euro con una domanda a livello mondiale cresciuta del 500% da quando è iniziata la pandemia. Stessa sorte dunque che era toccata prima alle mascherine e ai gel disinfettanti. E anche i costi di trasporto sono aumentati vertiginosamente: movimentare un chilo di merce dalla Cina via aereo, prima del Covid-19, costava tra i 3 e i 4,50 euro. Adesso si è arrivati a 14 euro.Sullo sfondo c'è anche un tema geopolitico che riguarda proprio Taiwan. La Repubblica di Cina si è dichiarata indipendente dalla Cina nel dicembre del 1949, ma non è tuttora riconosciuta come Stato né dalla Cina, né dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu (Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti), oltre che dal Canada e da tutti i membri dell'Unione europea, con i quali però intrattiene rapporti commerciali. Tuttavia, l'emergenza sanitaria ha fatto sì che si rafforzassero le relazioni tra Taiwan e Usa, visto che il governo di Taipei sta cercando in tutti i modi di farsi riammettere all'interno dell'Oms, almeno come Paese osservatore per poter aver accesso e condividere determinate informazioni sanitarie, ma trova sempre strada sbarrata dal veto posto dalla Cina.Taiwan ha avuto e sta avendo un percorso davvero virtuoso nella lotta al Covid-19, nonostante la costa cinese, epicentro della pandemia, disti appena 150 chilometri. Sulla piccola isola sono riusciti infatti a controllare l'espansione del coronavirus registrando soltanto 42 casi e un solo decesso. Taipei ha deciso di adottare fin da subito delle drastiche norme per contenere i contagi. Tra queste il divieto di esportazione di mascherine e altri dispositivi di protezione come termometri, gel disinfettanti e, appunto, guanti.Tuttavia, ora dall'Oms sconsigliano fortemente l'utilizzo dei guanti, che «possono aumentare il rischio di infezione dal momento che possono portare a una autocontaminazione o a una trasmissione ad altri quando si toccano le superfici contaminate e quindi il viso». Piuttosto, l'Organizzazione mondiale della sanità invita, attraverso le pagine del proprio sito web, a «disinfettarsi più spesso le mani con il gel quando ci si trova in luoghi pubblici come per esempio i supermercati».
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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