Tusk fa le purghe e gli europeisti applaudono
Donald Tusk (Getty Images)
  • Il leader di Varsavia azzera in un giorno solo tutti i vertici delle televisioni pubbliche, rei di essere troppo vicini al precedente governo conservatore. Un’epurazione brutale, ben oltre il fisiologico spoils system. Ma per «Repubblica» si tratta di «pulizia».
  • Magistrati polacchi delegittimati dai colleghi lussemburghesi: «Non indipendenti».

Lo speciale contiene due articoli.

Curioso destino, quello della Polonia. Quando si tratta di sfruttarne i sentimenti anti russi a sostegno della causa ucraina, sono tutti pronti a blandirla. Ricordiamo a tale proposito un immortale Enrico Letta: la sera che un paio di missili che si sospettavano essere russi planarono nel cortile di un contadino polacco, l’allora segretario del Pd corse a dichiarare che «cioè che succede alla Polonia succede a noi». Commovente. Quando però le ragioni belliche si appannano, ecco che Varsavia torna a essere un covo di pericolosi bigotti fascistoidi bisognosi di immediata rieducazione e meritevoli di reprimende da parte dell’Unione Europea. Questo tira e molla a base di doppia morale prosegue da tempo, ma ha raggiunto il culmine qualche settimana fa con l’elezione di Donald Tusk – già presidente del Consiglio europeo – a premier di provata fede atlantica ma soprattutto europeista.

L’evento è stato accolto dalla stampa progressista di mezzo continente come manna dal cielo: Tusk è descritto come il cavaliere bianco che ha scalzato dal potere il PiS di Jaroslaw Kaczynski, partito di robusta impronta conservatrice e cattolica di certo non gradito alle gerarchie europee illuminate. E a quanto pare al novello «liberatore» della Polonia tutto è concesso al fine di combattere gli odiati destrorsi, compreso il disinvolto utilizzo delle purghe. Martedì, su impulso dell’esecutivo, il Parlamento polacco ha deciso di provvedere al ripristino «dell’imparzialità e dell’affidabilità dei media pubblici», giudicati troppo vicini alla destra. Risultato: il nuovo ministro della Cultura, Bartlomiej Sienkiewicz, ha provveduto allo smantellamento dei consigli di amministrazione della televisione statale, dei notiziari e della radio. Fuori tutti, in un giorno solo. Ne e seguito un sit in di protesta organizzato dai conservatori, che ha causato una sospensione dei programmi tv e addirittura un intervento delle forze dell’ordine non esattamente dolce. Scene sudamericane, direbbe qualcuno.

Teoricamente, non sarebbe dovuto accadere niente di simile. Come ha spiegato il New York Times, «la più alta corte polacca, il Tribunale Costituzionale, il cui presidente è un vecchio amico e sostenitore di Kaczynski, la settimana scorsa ha emesso un’ordinanza, richiesta dal Pis, chiedendo che il nuovo governo non apportasse modifiche alla gestione della radiodiffusione pubblica». Ma «ignorando l’ordine del Tribunale costituzionale di non apportare modifiche, il Parlamento ha approvato una risoluzione che impone una revisione della gestione del sistema di radiodiffusione pubblica polacco, una rete di canali radiofonici e televisivi regionali e nazionali».

In effetti, Tusk lo aveva promesso in ottobre: «Ci vorranno esattamente ventiquattro ore per trasformare la PiS Tv in una Tv pubblica. Credetemi sulla parola», disse. E così è stato. Solo che la sua idea di Tv pubblica è piuttosto discutibile, poiché consiste nella totale cancellazione dei professionisti nominati dalle attuali forze di opposizione.

Ora, non v’è dubbio che lo spoils system sia pratica comune nelle democrazie liberali, e ci mancherebbe che un governo eletto non piazzasse volti graditi nelle stanze del potere. Ma un conto è un cambio al vertice, un altro conto è un repulisti brutale, per altro portato avanti con la scusa di rendere le emittenti pubbliche «più libere». Dominika Bychawska-Siniarska, avvocato e sostenitrice dei diritti umani intervistata ieri dal Guardian (dunque non certo una pericolosa estremista), ha dichiarato: «Questo tipo di presa di potere politica sembra ripetersi ogni quattro o otto anni dopo le elezioni. La mia preoccupazione è che dopo questa acquisizione, potrebbe non esserci sufficiente motivazione politica per continuare con le riforme essenziali delle leggi sulla radiodiffusione pubblica, vitali per garantire che l’emittente nazionale rimanga indipendente dall’influenza politica». Tradotto: il pericolo vero è che Tusk spazzi via gli avversari e trasformi le reti nazionali nei suoi personali strumenti di propaganda.

Se persino tra i liberali europei serpeggia un filo di preoccupazione, qui da noi invece sembra tutto uno stappare di bottiglie. Repubblica addirittura ha esultato per l’operazione sacrosanta che avrebbe finalmente strappato la Polonia alla oppressione dei cattolici conservatori. Il titolo dell’articolo di Tonia Mastrobuoni era quasi spaventoso: «Tusk fa le pulizie». Come a dire: finalmente è arrivato un europeista di ferro che può eliminare le scorie populiste, che può togliere di mezzo i rifiuti destrorsi.

Davvero interessante. Le autorità europee hanno passato anni a tentare di «raddrizzare» i polacchi, accusandoli di essere omofobi, intolleranti e con una spiccata tendenza autoritaria. Ma adesso che al potere ci sono le forze più gradite a Bruxelles, ecco che si scatena subito la caccia alle streghe, senza perdere un secondo di tempo. A ben vedere, quanto accaduto non stupisce: la censura in nome della democrazia è sempre dietro l’angolo. E i metodi europei li conosciamo: chi non obbedisce, merita stangate. Non sorprende nemmeno che i nostri «giornali liberi» esultino: sono pronti a difendere pluralismo soltanto quando in gioco ci sono i loro interessi. Ma se si tratta di mettere a tacere i populisti, veri o presunti, sono pronti a sventolare la mannaia. Se Giorgia Meloni, tanto per fare un esempio, avesse agito come Tusk, oggi sarebbe trattata alla stregua di Hitler. Ma poiché a censurare è uno dei cosiddetti buoni, problemi non ce ne sono.

Dunque evviva Tusk, l’uomo che riporterà la libertà in Polonia cancellandola.


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