Christian Raimo (Imagoeconomica)
Frase choc del professore candidato per Avs: «Quando penso ai padroni delle abitazioni, mi viene in mente la ricina», ossia una tossina letale. Proprio come la Salis, vuole punire chi ha un tetto perché se l’è sudato.
Con un post su Facebook Christian Raimo, prof di liceo e scrittore che si muove tra attivismo, editoria e militanza, che ha amministrato la Cultura da assessore del Terzo municipio di Roma Capitale per poi candidarsi senza successo alle elezioni europee con Alleanza dei Verdi e Sinistra e che piace ai progressisti, è arrivato a teorizzare la strage dei proprietari di case.
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.
Donald Trump (Ansa)
La Repubblica islamica dice no alle proposte, ma rilancia con 10 punti. The Donald: «Passo in avanti, però non basta».
Sono ore di alta tensione quelle che sta attraversando la crisi iraniana. Stasera (alle ore 20 di Washington Dc), è prevista la scadenza dell’ultimatum fissato da Donald Trump: a meno che Teheran non riapra lo Stretto di Hormuz, il presidente statunitense, che domenica non ha escluso l’eventualità di schierare truppe di terra, si è detto pronto a colpire le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica.
Uno scenario, questo, che ha innescato la dura reazione del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. «Le conseguenze di una situazione del genere non si limiteranno all’Iran e alla regione, ma avranno anche effetti devastanti sull’energia e sull’economia globali, per i quali la responsabilità ricadrà esclusivamente sui funzionari statunitensi e sugli aggressori», ha dichiarato, minacciando anche una «reazione decisa e completa» in caso di attacco americano.
Resta intanto avvolto nell’incertezza il destino del cessate il fuoco di 45 giorni di cui Stati Uniti e Iran starebbero discutendo attraverso la mediazione di vari attori regionali, a partire dal Pakistan. Da quanto si apprende, la tregua prevedrebbe che Teheran riapra gradualmente Hormuz, diminuendo anche le proprie scorte di uranio, mentre gli Usa sbloccherebbero miliardi di dollari di asset iraniani congelati. Nella seconda fase, si avvierebbero invece dei negoziati per un’intesa a lungo termine.
Ieri, Teheran ha respinto l’idea di un cessate il fuoco, dicendosi invece favorevole a una conclusione definitiva del conflitto. Nell’occasione, il regime khomeinista ha presentato dieci clausole, che trattano di vari argomenti: dalla revoca delle sanzioni alla ricostruzione postbellica, passando per il futuro dello Stretto di Hormuz. «Possiamo continuare la guerra finché le autorità politiche lo riterranno opportuno», ha dichiarato il portavoce dell’esercito di Teheran, Mohammad Akraminia.
«Hanno fatto una proposta, ed è una proposta significativa. È un passo significativo. Non è sufficiente, ma è un passo molto significativo», ha detto ieri Trump, riferendosi alla controproposta iraniana. «Hanno fatto un passo avanti, sono in trattativa. Vedremo cosa succederà», ha aggiunto, aprendo così uno spiraglio diplomatico. «Il primo regime è stato rovesciato, il secondo regime è stato rovesciato. Ora il terzo gruppo di persone con cui abbiamo a che fare non è così radicalizzato e pensiamo che siano in realtà molto più intelligenti», ha proseguito, per poi ribadire che oggi scadrà l’ultimatum relativo alla riapertura di Hormuz. «Non posso parlare di cessate il fuoco, ma posso dirvi che dall’altra parte abbiamo un partecipante attivo e disponibile. Vorrebbero raggiungere un accordo. Non posso dire altro», ha continuato.
Il presidente americano ha altresì sottolineato che il suo vice, JD Vance, «potrebbe» essere coinvolto in eventuali colloqui diretti tra Washington e Teheran. «L’intero Paese può essere messo fuori combattimento in una sola notte», ha detto Trump durante una conferenza stampa dedicata allo storico salvataggio dei piloti statunitensi in Iran. «E quella notte potrebbe essere domani sera», ha proseguito, riferendosi alla scadenza dell’ultimatum. «Nell’esercito degli Stati Uniti non lasciamo indietro nessun americano», ha anche detto, elogiando l’operazione di salvataggio dei piloti, per poi tornare a dirsi «molto deluso» dal comportamento dell’Alleanza atlantica. Il presidente ha inoltre espresso notevole interesse nei confronti del greggio iraniano.
Insomma, la situazione generale resta appesa a un filo. Il regime khomeinista è internamente spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente Masoud Pezeshkian) e una battagliera, che è legata ai pasdaran: quegli stessi pasdaran che, proprio ieri, hanno annunciato che la situazione a Hormuz «non tornerà mai più allo stato precedente, soprattutto per gli Stati Uniti e Israele». Non è un caso che Israele e Stati Uniti stiano continuando ad aumentare la pressione militare sulle Guardie della rivoluzione: è in questo quadro che, sempre ieri, lo Stato ebraico ha reso nota l’eliminazione del capo dell’intelligence dei pasdaran, Majid Khademi.
Dall’altra parte, Trump sta cercando di accelerare la conclusione del conflitto, essendo preoccupato per il notevole aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti: il che rappresenta potenzialmente un problema rilevante per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Tuttavia, oltre alla linea dura dei pasdaran, il presidente americano deve far fronte anche allo scetticismo di alcuni alleati. Secondo Channel 12, l’altro ieri Benjamin Netanyahu avrebbe sconsigliato a Trump di raggiungere un accordo di cessate il fuoco con gli iraniani: una prospettiva, quella del premier israeliano, che sarebbe condivisa anche da sauditi ed emiratini. Di contro, Pakistan e Turchia spingono per la soluzione diplomatica. «Ci stiamo impegnando per cogliere ogni opportunità, per quanto piccola, affinché le ostilità cessino e si aprano i negoziati», ha affermato ieri Recep Tayyip Erdogan. «Il governo israeliano ha continuato a minare tutte le iniziative volte a porre fine alla guerra», ha aggiunto il presidente turco.
Del resto, anche all’interno dell’amministrazione americana si registra una dialettica sotterranea. Se il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è scettico verso una tregua, di tutt’altro avviso appare Vance che, come abbiamo visto, sta assumendo un ruolo centrale nell’iniziativa diplomatica con cui la Casa Bianca sta cercando di chiudere il conflitto con Teheran.
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(Ansa)
A Brindisi solo riserve limitate per voli statali, di ricerca e soccorso, e ospedalieri. Quantità scarse anche a Reggio Calabria e Pescara. Un nuovo problema per l’esecutivo mentre il ministro Pichetto Fratin prevede risorse solamente per un altro mese.
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.
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