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Bando ai paragoni: qui si eccede nel senso opposto. L’ultimo caso ieri a Milano.
Da troppo tempo in Italia è diffuso il pessimo vizio di parassitare qualsiasi cosa accada nel mondo per trasformarla in una occasione di scontro fra destra e sinistra. L’ultima, immancabile polemica riguarda i fatti del Minnesota, dove è rimasto a terra morto un attivista che manifestava contro le azioni anti migranti dell’Ice dopo una colluttazione con gli agenti. «Altro che voler candidare Trump come premio Nobel. Giorgia Meloni cerchi di ridare all’Italia la dignità che merita e pronunci parole chiare di condanna rispetto alla barbarie di Minneapolis», tuona il Pd sui social.
Commenti di questo genere ne abbiamo letti parecchi nelle ultime settimane, tipo quelli di Ilaria Salis secondo cui «negli Usa la caccia agli immigrati diventa rastrellamento di massa». Queste frasi sono indicative di una strategia nota ma sempre subdolamente efficace che consiste appunto nel sovrapporre ciò che avviene all’estero a quanto accade in Italia. A furia di osservare le immagini degli uomini dell’Ice che battono le città americane in cerca di clandestini, a furia di vedere sparatorie e uccisioni e a furia di sentire le grida di dolore della nostra sinistra, il grande pubblico potrebbe cominciare a pensare che sia davvero in corso chissà quale tentativo di pulizia etnica. E, soprattutto, che ci riguardi. Dunque è bene ribadirlo ed essere molto chiari: ciò che avviene negli Usa è lontano anni luce dalla nostra situazione. Quanto sta accadendo a Minneapolis e altrove ha davvero pochissimi punti di contatto con quanto si verifica da noi. Se proprio vogliamo trovare un punto in comune dobbiamo guardare alla truffa del Minnesota, cioè al mucchio di soldi spesi dai contribuenti americani per sostenere accoglienza e integrazione della comunità somala che in realtà venivano sperperati o usati per finanziare servizi inesistenti. Ecco, questo ricorda in parte quanto fatto in Italia da coop disoneste e amministratori furbetti. Per il resto, qui ci si muove su altre coordinate. Per prima cosa, a differenza degli Usa, l’Italia non è una nazione costruita sull’immigrazione di massa. Non ha ridotto gli africani in schiavitù per coltivare i campi né ha applicato nel passato un modello multiculturale basato sulla creazione di ghetti. Ha una omogeneità culturale e una tradizione differente e paradossalmente risente di più degli ingressi massivi di stranieri. Qui non esistono forze come l’Ice e di sicuro nessuno pensa di inviare la polizia o i carabinieri casa per casa a prelevare i clandestini e i loro figli. Anzi, abbiamo difficoltà a espellere persino i criminali abituali e i soggetti più pericolosi. I metodi delle nostre forze dell’ordine sono - per fortuna - radicalmente diversi, meno esaltati e giustamente più rispettosi. Prima di aprire il fuoco su un uomo indifeso o di sparare dentro una macchina con una donna alla guida ci pensano due volte. Anzi, a dirla tutta qui non appena un agente o un carabiniere apre il fuoco passa enormi guai. Lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio il caso di Emanuele Marroccella, che ha sparato per salvare un collega e ha preso una condanna a tre anni con l’infamante aggiunta di un cospicuo risarcimento da corrispondere ai familiari del migrante irregolare e violento che ha involontariamente ucciso. Lo conferma l’ultimo caso avvenuto proprio ieri a Milano. Durante un controllo antidroga a San Donato Milanese un nordafricano - con precedenti manco a dirlo - pare che abbia estratto una pistola a salve. Un poliziotto presente sul posto ha sparato e lo ha ucciso. Subito vengono aperte indagini sull’accaduto, ma è già chiaro a tutti che i colpi vengono esplosi solo per estrema difesa, e anche così chi preme il grilletto sa che non avrà vita facile. Ed è proprio questo il nocciolo della questione. Non ci piacciono gli Stati di polizia, né i giustizieri invasati che se ne vanno in giro ad ammazzare la gente, anche se si tratta di manifestanti ideologizzati e talvolta minacciosi. Non ci piacciono i bambini trascinati via a forza o altre brutalità di questo tipo. In Italia, in Europa, grazie al cielo non ci si comporta così: abbiamo un rispetto diverso, una cultura diversa. E questa diversità ci terremmo a mantenerla. Ecco perché è necessario, dalle nostre parti, cambiare registro. Non per fare come l’Ice, ma per porre rimedio a violenze e soprusi che sono quotidiani, per permettere a tutti coloro che vivono onestamente di operare liberi e sicuri. Chi suggerisce che una stretta sull’immigrazione in Italia ci precipiterebbe nella brutalità dell’Ice compie un errore gravissimo: servono regole più severe, più espulsioni e più rimpatri proprio per evitare che, un domani non troppo lontano, il clima si esasperi del tutto. A quel punto potremmo trovarci di fronte a qualcosa di perfino peggiore delle retate trumpiane.
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Il presidente invia in Minnesota il duro ed esperto Tom Homan. Tanto basta per ottenere la collaborazione del ribelle Tim Walz.
Tira aria di distensione tra la Casa Bianca e il Minnesota. Ieri, Donald Trump ha reso noto di aver avuto una telefonata amichevole con il governatore dem dello Stato, Tim Walz. «Walz mi ha chiamato chiedendomi di collaborare per quanto riguarda il Minnesota. È stata un’ottima telefonata e, in effetti, sembravamo essere sulla stessa lunghezza d’onda», ha affermato il presidente americano su Truth. «Era felice che Tom Homan andasse in Minnesota, e lo sono anch’io!», ha aggiunto Trump.
Poco prima di questo post, il presidente americano aveva infatti annunciato di aver inviato Homan nello Stato. «Stasera mando Tom Homan in Minnesota. Non è mai stato coinvolto in quella zona, ma conosce e apprezza molte persone del posto. Tom è duro ma giusto e riferirà a me direttamente», aveva dichiarato.
Attuale responsabile delle frontiere statunitensi, Homan è stato ai vertici dell’Ice ed è specializzato nei rimpatri di immigrati irregolari: attività, questa, per cui fu addirittura premiato da Barack Obama nel 2015. La scelta di inviare Homan in Minnesota potrebbe significare che Trump abbia intenzione, almeno in parte, di commissariare ufficiosamente il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, oltreché gli attuali vertici locali dell’Ice. E questo sia per avere un più diretto controllo della situazione sul campo sia per impiegare un figura - Homan - particolarmente esperta sul piano tecnico. «Homan gestirà le operazioni dell’Ice sul territorio del Minnesota e si coordinerà con altri nelle indagini sulle frodi in corso», ha chiarito la Casa Bianca, per poi sottolineare che la Noem avrebbe comunque ancora la fiducia di Trump.
Nei mesi scorsi, sia Axios che Fox News avevano riferito di tensioni tra Homan e la stessa Noem. In particolare, i due non si intenderebbero sull’approccio e sugli scopi del contrasto all’immigrazione clandestina. Homan sostiene la necessità di concentrarsi maggiormente sugli immigrati irregolari con precedenti penali, mentre la Noem ha come obiettivo i clandestini in generale. Una linea, la sua, che ha però finito col sovraccaricare di lavoro gli agenti federali. L’invio di Homan in Minnesota potrebbe quindi aver rappresentato un punto di caduta nei difficili rapporti tra Trump e Walz: consente al primo di mantenere la linea dura, mentre il secondo vedrà l’Ice impegnata in azioni più mirate all’interno dello Stato che guida. Del resto, l’ufficio del governatore ha definito la telefonata di ieri come «produttiva», aggiungendo che Trump si sarebbe mostrato aperto sia a una «indagine indipendente» sulle sparatorie che hanno recentemente coinvolto l’Ice sia alla possibilità di «ridurre» il numero di agenti federali attualmente presenti in Minnesota. La Casa Bianca, dal canto suo, ha fatto sapere che la polizia di Minneapolis dovrà consegnare gli immigrati arrestati e cooperare con l’Ice.
La distensione è arrivata dopo che, nei giorni scorsi, il governatore aveva paragonato le azioni dei federali all’occupazione nazista, mentre il presidente americano aveva duramente criticato le cosiddette «città santuario». «I politici dem devono collaborare con il governo federale per proteggere i cittadini americani nella rapida espulsione di tutti gli immigrati clandestini con precedenti penali nel nostro Paese», aveva tuonato Trump l’altro ieri, rivolgendosi a Walz e al sindaco di Minneapolis, Jacob Frey. «Inoltre», aveva aggiunto, «chiedo al Congresso degli Usa di approvare immediatamente una legge per porre fine alle città santuario, che sono la causa principale di tutti questi problemi». «I dem stanno anteponendo gli immigrati clandestini criminali ai cittadini rispettosi della legge e ai contribuenti, creando circostanze pericolose per tutti soggetti coinvolti. Tragicamente, due cittadini americani hanno perso la vita a causa del caos provocato dai democratici», aveva aggiunto, riferendosi alle morti di Alex Pretti e Renee Good, avvenute nel corso di alcune operazioni dell’Ice.
Ricordiamo che le «città santuario» sono quelle amministrazioni municipali, generalmente a guida dem, che si rifiutano di cooperare con gli agenti federali contro l’immigrazione clandestina. Basti pensare che, a inizio dicembre, Frey aveva firmato un’ordinanza volta a ostacolare la collaborazione tra polizia locale e Ice. Vale a tal proposito la pena di sottolineare che, in base al Titolo 8 sezione 1325 del codice degli Stati Uniti, l’ingresso di stranieri senza autorizzazione in territorio americano è un reato federale. Il che rende quantomeno problematica l’azione portata avanti dalle cosiddette «città santuario». A questo si aggiunga che, stando a un’inchiesta pubblicata l’altro ieri da Fox News, le proteste di Minneapolis non risulterebbero affatto spontanee. La testata ha infatti individuato una rete organizzativa che viaggerebbe attraverso messaggi crittografati sulle chat di Signal. Secondo Fox News, molte manifestazioni sarebbero orchestrate da una serie di gruppi di estrema sinistra, alcuni dei quali finanziati da Neville Roy Singham: miliardario americano socialista, accusato di intrattenere collegamenti con il governo cinese. Tutto questo, mentre, domenica, i manifestanti anti-Ice hanno preso di mira un hotel di Minneapolis dove ritenevano che alloggiassero dei funzionari federali: hanno, in particolare, lanciato oggetti contro le persone all’interno, rotto finestre e scritto «fanculo all’Ice» sulla facciata dell’edificio.
Ora, la telefonata distensiva tra Trump e Walz potrebbe mutare il quadro complessivo. E, come detto, se ciò accadesse, assumerebbe una decisa centralità la figura di Homan. Bisognerà tuttavia, in caso, vedere se questo allentamento della tensione politica troverà compatto o meno il Partito democratico.
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Oggi si ricorda la Shoah, l’ultimo e più devastante dei tanti massacri compiuti in Europa contro gli israeliti. Che la storia pare condannare a essere oltraggiati senza reagire. Pena, passare per i «cattivi» del mondo.
Oggi, 27 gennaio, riesplode la memoria dell’ebreo morto, che piace molto, mentre quello vivo, Dio non voglia armato fino ai denti perché intenzionato a restare vivo, diciamocelo, non piace; anzi è considerato il peggior mostro dell’umanità.
Il più grande pogrom su suolo europeo prima della Seconda guerra mondiale esplode nel quattordicesimo secolo: gli ebrei sono massacrati per l’accusa di aver causato la peste. Il 9 gennaio 1349 quasi tutta la popolazione ebraica di Basilea fu massacrata. Anche in Germania, Svizzera e Francia la popolazione ebraica fu accusata di aver avvelenato le fonti d’acqua e di aver causato una moria diffusa tra i cristiani. L’imperatore del Sacro romano impero Carlo IV aveva emanato un editto secondo il quale tutte le proprietà degli ebrei uccisi per il loro presunto coinvolgimento nella diffusione della peste potevano essere impunemente confiscate dai loro vicini cristiani. Lo sterminio degli ebrei si moltiplicò. A Strasburgo, il 10 febbraio 1349, fu rovesciato il governo comunale e istituito un cosiddetto governo del popolo. Gruppi di uomini armati e inferociti andarono il 14 a prelevare gli ebrei dalle loro case, dove erano riuniti per lo Shabat. Il giorno stesso sono stati bruciati su enormi roghi eretti nel cimitero ebraico, donne, uomini e ragazzi, un totale di circa 2.000 persone. Furono salvati solo i bambini più piccoli, consegnati poi a famiglie cristiane.
L’ultimo pogrom su suolo europeo si è avuto in Polonia nel 1946, un anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale a Kielce, una quarantina di ebrei furono uccisi e una cinquantina feriti. Erano tutti reduci dai campi. Era tutto quello che era rimasto. Non è stato solo Hitler. L’odio mortale per l’ebreo è una costante della storia europea. Poi l’antisemitismo è stato sospeso: troppo disonorato da Hitler. È risorto dopo il 1974 sotto forma di antisionismo. Fino a 1974 sapevamo che gli israeliani erano i buoni. Tutti avevamo il tifo per loro nella Guerra dei sei giorni. Dopo la sconfitta della guerra del Kippur, visto che non potevano distruggere Israele militarmente, i signori del petrolio hanno puntato su una guerra diversa: le burocrazie dell’Onu e dell’Unione europea sono state comprate, fiumi di denaro sono stati investiti per giornalisti, scrittori, uomini politici per la beatificazione del terrorismo palestinese e la demonizzazione di Israele. Il terreno era fertile.
Era lo stesso mondo che aveva visto la Shoah, uno sterminio avvenuto su terre cristiane, ad opera di uomini al 95% battezzati. Dalla nascita dello stato di Israele c’è un tratto ricorrente, quasi strutturale, nella storia dell’antisemitismo europeo e mediorientale: l’idea che, qualunque cosa accada, gli ebrei possano sottrarsi all’accusa morale solo accettando la propria vulnerabilità fino all’annientamento. Il contenuto delle accuse cambia nel tempo, il linguaggio si aggiorna, i riferimenti simbolici si adattano alla sensibilità dell’epoca, ma l’esito del ragionamento resta sorprendentemente stabile. Se gli ebrei non vogliono «passare dalla parte del torto», devono rinunciare a difendersi.
Nel corso dei secoli, questo discorso ha assunto forme diverse, spesso internamente coerenti, talvolta persino persuasive per i contemporanei. Nel Medioevo cristiano, l’accusa centrale era quella di deicidio, un’accusa folle e demente. Dio non si può uccidere. Gesù è morto non per volontà del sinedrio, ma per volontà del Padre. Il popolo eletto che aveva custodito la Sua nascita, ha dovuto custodire la Sua morte, perché è la Sua morte il trionfo, è la Sua passione che ha sottratto l’umanità al demonio. Su questa accusa si fondavano le altre, una su tutte il contagio della peste. In età moderna, con l’emancipazione ebraica, l’ostilità si è tradotta in stereotipi economici e politici: l’ebreo usuraio, cosmopolita, cospiratore. Nel Novecento, l’antisemitismo razziale ha fornito una giustificazione «scientifica» allo sterminio. Ogni epoca ha prodotto il proprio apparato argomentativo, adeguato al clima culturale del tempo. Dopo la Shoah, sembrava che alcune forme di discorso fossero definitivamente screditate. L’antisemitismo esplicito, biologico o teologico, è diventato inaccettabile nello spazio pubblico occidentale. Ma il problema non è scomparso: si è trasformato.
Oggi, in larga parte del dibattito politico e mediatico, la questione ebraica riemerge quasi esclusivamente attraverso Israele. Ed è qui che il vecchio schema torna a funzionare. Nel contesto del conflitto israelo-palestinese, e in particolare dopo l’atrocità delle stragi compiute da Hamas, dopo che ostaggi anche bambini sono stati trascinati tra ali di «civili» festanti che li prendevano a calci e sputavano loro addosso, dopo che ostaggi, inclusi due bimbetti dai capelli rossi, sono stati torturati, affamati e assassinati nel tunnel, durante la guerra a Gaza, si è diffusa una narrazione secondo cui Israele, per non essere moralmente condannabile, dovrebbe rinunciare all’uso della forza anche quando subisce attacchi deliberati contro civili e rapimenti di massa.
Le vittime israeliane vengono rapidamente assorbite nello sfondo, mentre il centro del discorso si sposta sulle conseguenze delle operazioni militari israeliane sulla popolazione palestinese, in particolare sui bambini. Le sofferenze di Gaza enfatizzate con una potenza mediatica mai vista prima, diventano il perno morale attorno a cui si riorganizza l’intero giudizio. La legittima difesa israeliana viene resa concettualmente impossibile. Hamas può colpire civili, nascondersi tra la popolazione, usare infrastrutture civili per scopi militari; Israele, invece, sembra non avere alcuna opzione moralmente accettabile. Ogni risposta è definita come sproporzionata per definizione.
La conclusione implicita è sempre la stessa: se Israele vuole restare «dalla parte giusta della storia», deve subire. Questo meccanismo non è nuovo. Ci sono almeno due elementi che ricorrono costantemente nella lunga durata storica dell’antisemitismo. Il primo è la trasformazione di identità o qualifiche ebraiche in insulti. In passato, «ebreo» era sinonimo di avaro o infido nel linguaggio popolare europeo. Oggi, in molti contesti, «sionista» viene usato non come termine politico descrittivo, ma come etichetta morale negativa, equivalente a persona crudele, manipolatrice o intrinsecamente malvagia. È un passaggio significativo: si evita il riferimento diretto all’ebreo, ma se ne conserva la funzione stigmatizzante. Il secondo elemento è l’appropriazione selettiva di simboli ebraici che non possono essere facilmente delegittimati. Gesù viene presentato come palestinese e contrapposto ai «sionisti», la Shoah viene evocata per costruire analogie rovesciate, i bambini palestinesi diventano il fulcro di una retorica che richiama esplicitamente l’immaginario della persecuzione ebraica. Non si tratta semplicemente di empatia per le vittime civili, ma di una sostituzione simbolica: l’ebreo non è più la vittima archetipica, bensì il persecutore che ha usurpato quel ruolo. Le vittime civili sono fortunatamente poche, ma tutti prendono per buoni gli assurdi numeri di vittime forniti da Hamas, o, in molti casi, li aumentano.
In questo quadro, chi rifiuta di aderire completamente a questa narrazione viene rapidamente classificato come «disumano», privo di empatia, indifferente alla sofferenza dei civili. È un’accusa potente, perché non riguarda le analisi o le soluzioni politiche, ma il carattere morale della persona. E colpisce non solo chi agisce in malafede o per puro odio ideologico, ma anche persone sinceramente convinte di stare dalla parte dei diritti umani. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: la sensazione che, ancora una volta, il discorso sia costruito in modo quasi perfetto. Non grossolano, non apertamente antisemita, non facilmente smontabile con un richiamo ai precedenti storici. Un discorso che consente di sentirsi giusti, compassionevoli, solidali con gli oppressi - e che tuttavia produce, come risultato finale, la stessa conclusione di sempre: gli ebrei possono essere accettati solo come vittime passive. Nel momento in cui agiscono, nel momento in cui si difendono, diventano colpevoli.
La storia mostra che questo schema non è mai stato innocuo. Ogni volta che si è affermata l’idea che gli ebrei dovessero «abbozzare» per il bene superiore della società, il passo successivo è stato giustificare la loro esclusione, persecuzione o eliminazione. Le ragioni addotte cambiavano; la logica sottostante no. Occorre rifiutare un dispositivo morale che, ancora una volta, chiede a un popolo di dimostrare la propria innocenza rinunciando al diritto fondamentale di sopravvivere.
Il rilancio fino a livelli mortali del nuovo antisemitismo passa dal vittimismo palestinese. L’islamizzazione dell’Europa passa dal vittimismo palestinese. Una guerra risolvibile e già risolta da ottimi trattati di pace che avrebbero dato uno stato ai palestinesi diventa eterna grazie al vittimismo palestinese.
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I due militari sono stati fatti inginocchiare con un mitra puntato addosso. Ira di Roma: convocato l’ambasciatore israeliano.
Due carabinieri in servizio all’ambasciata presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme sono stati fermati illegalmente domenica da un colono israeliano in Cisgiordania, che li ha fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore e «interrogati», ovviamente senza averne alcun titolo. La vicenda, resa nota ieri pomeriggio da fonti di governo, ha scatenato una tempesta diplomatica tra Italia e Israele, dagli esiti ancora incerti. Con una nota la Farnesina ha fatto sapere che «il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto di convocare l’ambasciatore di Israele in Italia per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta sull’episodio che ha visto coinvolti ieri (domenica, ndr) due carabinieri in servizio presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme».
«I due militari», si legge nella nota, «sono stati bloccati in territorio palestinese, vicino Ramallah, probabilmente da un “colono” sotto la minaccia di un fucile mitragliatore». La Farnesina ha inoltre riferito che «l’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha già rivolto una protesta formale al governo israeliano rivolgendosi al ministero degli Affari esteri, al Cogat (il comando militare israeliano per il Territori palestinesi occupati), allo Stato maggiore delle Idf, la polizia e allo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi)». I dettagli dell’accaduto non sono ancora chiari. Secondo le prima ricostruzioni i due militari stavano effettuando un sopralluogo in vista di una missione degli ambasciatori della Ue in un villaggio nei pressi di Ramallah, in territorio della Autorità nazionale palestinese.
Gli uomini dell’Arma, che erano a bordo di un’auto con targa diplomatica e muniti di passaporti e tesserini diplomatici, come detto, sono stati «interrogati» dall’uomo, armato e in abiti civili, che si presume essere un colono israeliano. I due militari hanno però rifiutato di rispondere. Secondo quanto riferito dalla Farnesina l’uomo avrebbe poi passato ai due carabinieri una persona al telefono, che senza identificarsi, li ha informati che si trovavano all’interno di un’area militare e dovevano allontanarsi. Il ministero degli Esteri ha poi precisato che una verifica con il Cogat ha però confermato che non esiste nessuna area militare in quel punto. I due carabinieri sono poi rientrati incolumi in consolato e hanno riportato all’ambasciata e alla catena di comando dell’Arma quanto era avvenuto.
Al momento di andare in stampa nessun esponente del governo aveva ancora preso posizione con una dichiarazione sull’accaduto. Una scelta probabilmente dettata dall’esigenza di non interferire con i passi formali portati avanti dalla Farnesina. Ma da Palazzo Chigi è filtrata informalmente una forte irritazione del premier Giorgia Meloni che condivide in pieno l’azione di Tajani.
Un ulteriore comunicato della Farnesina ha poi spiegato che «l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, è stato convocato» ieri «pomeriggio alla Farnesina, su decisione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, dopo il grave episodio che ha coinvolto due carabinieri in servizio presso il consolato generale d’Italia a Gerusalemme». «All’ambasciatore israeliano», prosegue il comunicato, «è stato espresso il forte disappunto e la dura protesta
dell’Italia per quanto accaduto. È stato ribadito come l’episodio sia di particolare gravità, anche alla luce del ruolo svolto dai carabinieri e del contesto operativo in cui si trovavano».
Infine, conclude la Farnesina, «si è colta l’occasione per reiterare la preoccupazione del governo sui comportamenti dei coloni violenti in Cisgiordania, in linea con quanto il ministro Tajani ha ricordato al suo omologo israeliano in occasione di numerosi colloqui. L’ambasciatore Peled ha espresso rincrescimento per l’incidente e ha indicato che il suo governo provvederà a effettuare le opportune indagini su quanto accaduto».
A prendere posizione per la maggioranza è stata la senatrice di Forza Italia e presidente della commissione Affari esteri e difesa a Palazzo Madama, Stefania Craxi, che in una nota ha espresso la sua «più ferma condanna per il gravissimo episodio avvenuto nei pressi di Ramallah». Aggiungendo poi che «se confermato, risulta ancor più grave che i due militari siano stati interrogati e trattenuti sotto minaccia nonostante fossero in possesso di passaporti e tesserini diplomatici». Per la senatrice di Fi quello avvenuto domenica «è un atto inaccettabile, che rappresenta una seria violazione delle norme internazionali». Per la segretaria del Pd Elly Schlein però, «i coloni uccidono, minacciano i palestinesi e stanno perpetrando da tempo - e indisturbati - abusi e violenze di ogni genere». Per questo, sostiene, «convocare l’ambasciatore non basta». E il governo dovrebbe dire «piuttosto a Netanyahu di fermarsi».
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