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Piero Benvenuti: «Hawking? Un grande, ma non un gigante»

Piero Benvenuti, originario di Conegliano (Treviso), è uno dei grandi scienziati italiani, riconosciuti e stimati nel mondo. È stato presidente dell'Istituto nazionale di astrofisica, consigliere dell'Asi (Agenzia spaziale italiana), responsabile scientifico, per conto dell'Esa (Agenzia spaziale europea), dei progetti Iue (International ultraviolet explorer), Hubble space telescope, Astrovirtel (telescopio virtuale) e Avo (Astrophysical virtual telescope). È anche coautore di testi scritti a quattro mani con teologi e filosofi, come il saggio Contempla il cielo e osserva.

Raggiungo Piero Benvenuti al telefono mentre è a Parigi (e so di rubargli del tempo prezioso), soprattutto perché mi sembra anomalo che nel nostro Paese, a parlare di scienza, e magari anche di filosofia o di religione, siano spesso personaggi di secondo o terz'ordine: legittimati in ciò non da effettive competenze, ma da mass media e da giornalisti intenti a sacralizzare i luoghi comuni del mainstream, con falsi bollini di qualità e di scientificità.

Professore, come è nato il suo interesse per le stelle?

«Da una passione giovanile: era un tempo in cui il cielo si vedeva anche dalle città. Oggi purtroppo non è più così. Riuscivo a osservare con un piccolo telescopio, con obiettivo di 4 centimetri, come quello di Galileo Galilei. Un'emozione profonda. Crescendo, alle medie e al liceo, la fisica, la matematica, l'astronomia, hanno continuato ad affascinarmi. Diciamo che non mi sono mai pentito».

Poi è diventato professore di astrofisica, ha ricoperto tutti gli incarichi possibili ed immaginabili, e circa un anno fa, a Honolulu, nelle Hawaii, è stato eletto segretario generale dell'International astronomical union. Lei è il primo italiano a ricoprire questo incarico. Che cos'è la Iau?

«Fondata nel 1919, la Iau riunisce tutti gli astronomi professionisti del mondo, quasi 12.000, provenienti da oltre 90 Paesi diversi. Sviluppiamo collaborazioni internazionali, «battezziamo» gli asteroidi che vengono scoperti, organizziamo convegni al più alto livello e siamo impegnati nell' attività di divulgazione dell'astronomia in tutto il mondo».

Anche in continenti che non sono stati protagonisti, sino al recente passato, della grande storia dell'astronomia, come l'Africa?

«Sì, il progetto Astronomy for development-Astronomy for a better world! utilizza l'astronomia per attrarre giovani in paesi in via di sviluppo. Ricorriamo all'antico fascino dell'astronomia, alla bellezza del cielo stellato, per avvicinare poi questi stessi giovani anche alla fisica, alla matematica, alla mentalità scientifica. A questo fine abbiamo uffici in Zambia, Nigeria, Etiopia, ed anche in Cina, Armenia, Colombia... La settimana prossima sarò a Bogotà».

Dunque l'astronomia può aiutare alcuni popoli a passare dalla mentalità magica a quella razionale-scientifica, sconfiggendo così uno dei più forti motivi di sottosviluppo?

«Sì, ma l'operazione è molto delicata, perché occorre stare attenti a non scontrarsi frontalmente con visioni astrologiche e magiche radicate. Ci siamo affidati anche ad esperti di scienze sociali, per fare progetti senza creare traumi, dal momento che in certe regioni del mondo il solo proclamare le recenti scoperte astronomiche, senza conoscere le credenze locali sugli astri, può diventare pericoloso. Si può rischiare persino la vita. Ci sono incomprensioni, dunque, ma anche riconoscimenti».

Noi europei possiamo contare sulla tradizione greca, che ha posto alcune basi per l'astronomia, e su quella cristiana, che ha combattutto la divinizzazione dei pianeti e delle stelle, le credenze astrologiche e l'oroscopo, in nome della differenza tra le creature materiali (comprese le stelle), l'uomo (unica creatura dotata di libertà) e il Dio Creatore?

«Sì, centrali sono stati il riconoscimento greco di un ordine cosmico, e la consapevolezza ebraico-cristiana di un Creatore del tutto. Nella scolastica medievale la visione greca si è fusa con la visione della teologia scolastica. Ad un certo punto, però, è diventato difficile separare le due visioni. Così ai tempi di Copernico qualcuno ha potuto credere che la nuova visione astronomica portasse con sè una rivoluzione teologica. Ma non è così».

Effettivamente, nè l'ecclesiastico Copernico, nè il teologo Keplero si ritennero «rivoluzionari». Ma vi è o no vi è un constrasto tra scienza e fede?

«Non vi è alcun constrasto. Oggi poi, dopo la fine dei concetti di spazio e tempo assoluti propri dell'epoca di Isaac Newton, l'idea di sant'Agostino e di san Tommaso secondo cui che il tempo non c'era prima dell'universo, perché è nato con l'universo stesso, è ben comprensibile. Il Big bang ci porta proprio lì, all'origine del tempo e dello spazio. Oggi diventa attuale e comprensibile anche il concetto tomista di «creazione continua»».

A proposito di tomismo, il padre del Big bang era un sacerdote e un filosofo tomista, oltre che un matematico ed un astronomo. Ma il suo nome è poco conosciuto. Perché?

«Ne abbiamo già discusso, quando lei ha scritto Creazione ed evoluzione. Dalla geologia alla cosmologia: Stenone, Wallace e Lemaître. Georges Edouard Lemaître, il sacerdote belga di cui parliamo, non cercava la pubblicità per sé; però era una mente eccezionale, è stato anche il vero scopritore della legge di Hubble. La sua scoperta fu pubblicata su un giornale minore, due anni prima di Edwin Hubble. Non ci sono le prove, ma forse Hubble ha fatto il “furbetto". Così è nata la “legge di Hubble", che in verità dovrebbe chiamarsi “legge di Lemaître", oppure “legge di Lemaître-Hubble", come ormai in diversi scienziati hanno proposto. In ogni modo, Hubble ha avuto la meglio e tutti quelli che hanno scritto i libri, hanno ripetuto la stessa vulgata. Io stesso ho scoperto solo recentemente il merito di Lemaître: qualche volta bisogna riscrivere i libri di storia».

Nel suo best seller del 1988 Dal Big bang ai buchi neri l'astrofisico Stephen Hawking, riconosce che Galilei rimase sempre un «fedele cattolico»; attribuisce ad Agostino il merito di aver capito bene che «prima dell'inizio dell'universo il concetto di tempo non ha alcun significato»; ma non nomina mai Lemaître, a dimostrazione di quanto poco il padre del Big bang sia conosciuto anche da chi si occupa del tema. A parte questo, cosa pensa dell'idea di Hawking, secondo cui arriveremo alla «teoria del tutto»?

«Mah, Hawking è un grande scienziato, non all'altezza dei giganti, come si potrebbe credere dai media, ma certo un grande. Eppure nel suo ultimo libro, Il grande disegno, lui o chi lo ha scritto per lui, dice delle enormi sciocchezze filosofiche (benché cominci dicendo che “la filosofia è morta"). Non arriveremo mai ad una teoria del tutto... noi conosciamo solo il 4 o 5 per cento di ciò che esiste... esistono l'“energia oscura" e la “materia oscura" che chiamiamo così perché in verità non sappiamo cosa siano... Tra vent'anni cosa può saltare fuori? È recentissima la scoperta delle onde gravitazionali, che ci porteranno altri elementi. La scienza è un' avventura continua, per fortuna... Quel libro di Hawking è pessimo, è evidentemente un prodotto di cassetta, un'operazione commerciale, con affermazioni incomprensibili, astruse, e affermazioni comprensibili ma errate. Forse intorno ad Hawking si è creato un circolo che sfrutta la situazione da un punto di visto economico, mediatico».

Niente piace di più, a un certo pubblico, di affermazioni incomprensibili, che danno però l'idea di aver risolto ogni mistero. Cosa ci dice dell'uomo, nell'universo?

«Io credo che nell'universo ci possano essere altre forme di vita. Certo, la nascita della vita è un fenomeno assai improbabile. Se uno legge l'evoluzione della vita vede che ci sono tantissimi fatti contingenti: mille sono le circostanze, gli eventi, che avrebbero potuto impedire la vita. Eppure la vita c'è. Quanto all'uomo, ragiono da credente: credo che l'atto creativo sia un atto d'amore di Dio, e che quindi fosse per così dire “necessario" che sorgesse una consapevolezza, che riconosca e ricambi l'amore...».

L'amore, ma anche il dolore; il bene, ma anche il male...che può dirci la scienza su questo?

«Nulla, tutto ciò esula dal campo del misurabile, quindi esula dal campo della scienza».

Allora è vero che «l'essenziale è invisibile agli occhi»?

«Sì, concordo. Un materialista non sarebbe d'accordo. Però dovrebbe coerentemente affermare che siamo solo delle macchine, che la libertà dell'uomo non esiste, perché è tutto determinato... Ma non siamo solo delle macchine».