Roma-Milano, asse caldo. Ma non per il meteo. A riscaldare Piazza Affari non sono i prezzi ma le dichiarazioni infuocate (e le repliche altrettanto puntute) di due protagonisti d’eccellenza della partita Mediobanca-Mps E se finora Francesco Gaetano Caltagirone si era mantenuto in silenzio, come sua abitudine, ora ha deciso di passare all’offensiva. Non con un sussurro: con una raffica di smentite, rilievi e controrepliche. Il bersaglio? Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca accusato di aver diffuso «due oggettive falsità» sul ruolo dei grandi azionisti nel risiko bancario più intricato della finanza italiana
L’antefatto: tre giorni fa, nel corso dell’incontro con gli analisti l’amministratore delegato di Mediobanca si è lasciato andare a qualche considerazione non proprio amichevole verso Delfin, Caltagirone e soprattutto il governo chiamato addirittura «entità istituzionale» volendo usare toni non proprio amichevoli. Commenti sferzanti acquisti «anomali» in vista dell’assemblea Mps di aprile, offerte «simultanee» per il collocamento del 15% del Tesoro in novembre. Accuse secondo Caltagirone completamente false.
«Nessun acquisto significativo ad aprile», scrive con toni perentori il gruppo romano smentendo la tesi secondo cui il blitz sul capitale Mps sarebbe avvenuto proprio a ridosso dell’assemblea del 17 aprile riunita per varare l’aumento di capitale necessario a far partire l’Ops. Anzi - fanno sapere in serata, con una seconda nota dai toni affilati - la soglia del 9% di proprietà di Caltagirone era già stata raggiunta due mesi prima. «Triplicato? Forse il volume delle chiacchiere», sembrano voler dire da Roma. Il secondo falso riguarda l’offerta per il 15% del gruppo senese che il Mef ha piazzato a novembre. Nagel, secondo Caltagirone, avrebbe fatto intendere che tutti gli acquirenti - Delfin, Caltagirone stesso, Banco Bpm e Anima - avrebbero presentato offerte con «lo stesso identico premio» lasciando immaginare una possibile azione di concerto. Ma qui si entra nel regno del sottile: Mediobanca ha replicato candidamente che «non è mai stato fatto alcun commento del genere». A Roma ribattono con stile un po’ più sarcastico: «È vero, non lo ha detto. Lo ha scritto». Il riferimento è al comunicato ufficiale di Piazzetta Cuccia, diffuso venerdì scorso, che sembra in effetti suggerire una sincronia sospetta nelle offerte ricevute.
Mediobanca non si ferma: «Tutto vero», ribadisce senza esitazione. E per provare che il gruppo romano ha davvero rafforzato la sua posizione nei mesi clou, snocciola una sequenza di percentuali: 5% a dicembre, 8% a febbraio, 9,96% ad aprile. Una scalata progressiva. Ma comunque tutta dentro i confini del lecito, riconoscono fonti vicine al gruppo milanese. E allora dov’è il problema? Non a caso a Caltagirone non è piaciuta per nulla l’etichetta di «comportamento anomalo», tanto da ricordare (non troppo velatamente) che fu proprio Piazzetta Cuccia a presentare un esposto in Procura sul collocamento di novembre. E che ora, ironia della sorte, si ritrova a dover spiegare ciò che prima chiedeva di indagare.
La ciliegina sulla torta? È arrivata, manco a dirlo, da Siena. Il ceo del Monte, Luigi Lovaglio, ha annunciato con tempismo perfetto che, se l’offerta pubblica di scambio andrà in porto (chiusura l’8 settembre), Nagel verrà gentilmente accompagnato alla porta. E mentre Lucchini e Gavio riducono lentamente la loro partecipazione nel Patto di Mediobanca - forse con la cautela di chi preferisce defilarsi prima che il fuoco incrociato si trasformi in incendio - Lovaglio vola a Londra e poi a New York. Obiettivo: convincere gli investitori esteri a credere nell’Ops.
In attesa del prossimo round una cosa è chiara: la battaglia per Mediobanca non è solo fatta di numeri, ma di narrazioni. E anche per questo Caltagirone, stavolta, ha deciso che era ora di parlare rompendo il suo tradizionale riserbo.



