Le associazioni Lgbt piangono ma incassano
Ansa
Varie organizzazioni arcobaleno scrivono un accorato appello contro il governo che «mette in pericolo diritti e democrazia». Grazie al vittimismo, però, ottengono un bel po’ di soldi pubblici. L’ultimo caso in Umbria: 40.000 euro per propaganda gender.

Va bene che ormai il vittimismo è una professione – pure molto praticata – ma anche l’esercizio del piagnisteo dovrebbe fermarsi entro una certa soglia. Un limite che, purtroppo, risulta sconosciuto a gran parte delle associazioni Lgbt del nostro Paese, le quali continuano a lamentare discriminazioni, ingiustizie e terribili vessazioni. In realtà, non solo godono di privilegi per lo più ingiustificati, ma dimostrano in aggiunta un atteggiamento parecchio aggressivo verso chi si permette di pensarla diversamente da loro.

Facciamo un esempio. Pochi giorni fa, varie organizzazioni arcobaleno hanno lanciato un appello ai parlamentari italiani, rivolgendosi in particolare ai 5 stelle e al Partito democratico. «La qualità della democrazia in Italia, intesa come capacità delle istituzioni di tutelare i diritti di tutte e tutti i suoi cittadini, sta rapidamente deteriorando», affermano gli attivisti. Costoro dipingono uno scenario da incubo. Parlano di «una deriva che, nelle città italiane, si sta traducendo in violenza fisica nei confronti di decine di persone», raccontano che «persone di etnia rom e immigrati sono nel mirino dei fucili di chi pensa sia lecito sparare loro come si spara ai bersagli». Insomma, siamo in piena «barbarie».

Tra i sintomi della fine dei tempi ci sarebbe il fatto che «in Parlamento è nato l’intergruppo “Famiglie e vita”, promosso dal leader del Family day in Italia Massimo Gandolfini e che, secondo i promotori, conterebbe già 150 adesioni, tra deputati e senatori». Ah, ecco il punto: se qualcuno si esprime in difesa della famiglia, allora «i diritti» sono a rischio. A quanto pare, la democrazia arcobaleno consiste nel ridurre al silenzio gli oppositori politici, e tutti coloro che coltivano idee differenti. In compenso, le associazioni Lgbt devono poter agire come meglio credono, possibilmente foraggiate con il denaro pubblico.

Prendiamo qualche caso concreto, giusto per non limitarci alla teoria. Tra i firmatari del succitato appello c’è l’immancabile Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Cioè l’associazione che si ispira al noto attivista e teorico «queer» morto suicida nel 1983. Ne abbiamo scritto nei giorni scorsi, attirandoci per altro le ire di numerosi attivisti che ci accusano di omofobia. Alla figura di Mieli è dedicato un film intitolato Gli anni amari, attualmente in produzione, finanziato dal ministero dei Beni culturali (150.000 euro) e dalla Regione Emilia Romagna (105.000 euro circa). La pellicola, ovviamente, ancora non l’abbiamo vista, ma è in odore di agiografia, visto che il regista definisce Mieli «un genio», sorvolando sulle idee dell’attivista a proposito di pedofilia e coprofagia.

Ecco, visto che in Italia il mondo arcobaleno è discriminato, si possono girare film di questo tipo grazie al contributo pubblico (e alla coproduzione di Rai cinema). E non è tutto. Il suddetto Circolo Mario Mieli, assieme ad altre associazioni, organizza una serie di «corsi di formazione» per medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e altri professionisti. L’iniziativa in questione si chiama «Liber@ di essere», ed è gentilmente offerta dall’Unar, che fornisce 75.000 euro di soldi pubblici. Tutto questo si deve a una decisione del precedente governo, quando Maria Elena Boschi era sottosegretario con delega alle Pari opportunità.

Ma andiamo avanti. Tra gli altri firmatari dell’appello al Parlamento c’è l’associazione Omphalos, associazione Lgbt di Perugia. Quest’ultima è tra i protagonisti di una singolare vicenda che si sta svolgendo in Umbria. La Regione, guidata da Catiuscia Marini del Pd, ha presentato nei giorni scorsi un protocollo attuativo di una legge regionale del 2017 intitolata «Norme contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere». Tra le altre cose, il protocollo in questione promuove «una formazione adeguata e integrata rivolta al personale della scuola, agli studenti e alle famiglie, agli operatori e alle operatrici dei servizi sociali e sanitari e delle forze dell’ordine». Siamo alle solite: stiamo parlando di corsi di formazione, ovviamente orientati ideologicamente, che le varie associazioni Lgbt terranno a professionisti, forze dell’ordine e persino studenti. A pagare dovrebbe essere sempre la Regione, mettendo a disposizione 40.000 euro.

Ci sono però alcuni problemi. Come ha notato il senatore della Lega Simone Pillon, la legge regionale sulle discriminazioni di genere «ha radicalmente escluso qualsiasi coinvolgimento diretto degli studenti». Il protocollo che la mette in atto, invece, prevede esplicitamente la formazione rivolta ai ragazzi e ragazze che frequentano le scuole. Anche per questo motivo, vari rappresentanti delle istituzioni umbre (tra cui i questori di Perugia e Terni, il comandante della legione carabinieri, i prefetti di Perugia e Terni, i sindaci di Perugia, Terni, Spoleto, Norcia, Assisi e il rettore dell’Università di Perugia) non hanno firmato il protocollo. Che invece è stato sottoscritto da numerose associazioni Lgbt – a partire proprio da Omphalos – e benedetto dall’immancabile Unar.

Riepilogando: la Regione a guida Pd impone un protocollo in contrasto con la legge regionale, e intende renderlo operativo anche se numerose istituzioni lo hanno rifiutato (compreso l’ufficio scolastico regionale). Tutto perché il governatore Marini vuole combattere «ogni forma di discriminazione omofobica». Già, opporsi all’indottrinamento nelle scuole è «omofobia». Intanto altri 40.000 vengono stanziati a favore delle associazioni arcobaleno, per un’iniziativa che, nella migliore delle ipotesi, si rivelerà inutile. Per un Paese preda della «barbarie» e dell’«omofobia» non c’è male, che dite?

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