La risalita dello spread smaschera tutte le bugie sulle «colpe italiane»
  • Il differenziale fra Btp e Bund è arrivato a 233 punti nonostante Draghi. È la prova che se sale non è colpa dei governi sgraditi a Bruxelles, ma delle politiche Bce. Salvini: «Attacco al Paese. Lunedì riunione urgente».
  • Milano, maglia nera nell’Ue, brucia 39 miliardi in una giornata. Pesano i titoli legati a istituti di credito ed energia. Male anche Parigi (-2,69%) e Francoforte (-3,08%).

Lo speciale contiene due articoli.

Il presidente della Bce Christine Lagarde giovedì scorso ha sancito la fine dei programmi di acquisto dei titoli di Stato dell’Eurozona e annunciato un rialzo dei tassi di interesse nei prossimi mesi. La Lagarde non ha fatto cenno però al modo con cui la Banca centrale intende supportare i paesi periferici dell’Eurozona in futuro. Dunque, lo scudo anti spread, di cui si è favoleggiato su qualche giornale, al momento non esiste. I mercati hanno capito che alla Bce interessa più frenare l’inflazione che sostenere i Paesi più indebitati e si sono mossi immediatamente: borse in calo, tasso del Btp decennale a 3,83% (rendimento che non si vedeva dal 2014) e spread con il Bund tedesco a 213 punti base.

Da Cuneo, dove si trovava per un comizio, si è fatto sentire ieri Matteo Salvini: «È in corso un attacco all’Italia, oggi la Borsa perde il 4%, la Bce non compra più titoli di Stato da un giorno all’altro, lo spread torna ai massimi, c’è l’inflazione, vogliono svendere l’Italia come hanno fatto con la Grecia, è in corso un attentato da parte di Bruxelles alla vita e all’economia del nostro Paese». Salvini ha poi convocato per lunedì una riunione urgente della Lega, spiegando che è necessario «reagire subito per difendere il lavoro e i risparmi degli italiani».

Effettivamente, certo senza volerlo, madame Lagarde ha fatto ben più che chiudere l’era del denaro a costo zero: ha reso evidente una delle contraddizioni fondamentali che minano alla base la costruzione dell’euro. Negli ultimi dieci anni ci è stato detto che lo spread era limite e misura della nostra corretta esecuzione delle politiche economiche dell’Unione europea. Una deviazione dal sentiero segnato ci avrebbe classificato come non credibili e sarebbe stata punita dal mercato con un meritato waterboarding finanziario, lo spread. Nell’estate del 2011 ci venne detto che lo spread a 500 era la «Papi tax» che gli italiani dovevano pagare perché Silvio Berlusconi si sollazzava con Ruby Rubacuori e le Olgettine. Dovevamo fare qualcosa e soprattutto «Fare presto!». Ricevemmo una lettera da Francoforte (il cui mittente siede oggi a Palazzo Chigi) con cui veniva imposto all’Italia un programma di governo a base di sangue, sudore e lacrime. Incaricato di attuarlo fu Mario Monti, che non ci ha salvato da nulla ma in compenso ha provocato una recessione double dip (2012-2013 dopo quella del 2008-2009). Lo spread rimaneva alto, ma non era più così importante perché ci eravamo affidati a un tecnico credibile che stava facendo qualcosa e questo bastava a placare i mercati.

I successivi governi targati Pd furono grigi esecutori dei voleri di Bruxelles, ma ecco giungere le elezioni del 2018 e il governo Lega-5 stelle. In quei giorni, il solo elenco dei candidati al ruolo di ministro delle Finanze sembrava dovesse far scomparire l’intera civiltà occidentale, trascinata nel gorgo del bieco sovranismo populista. Indimenticabile la trattativa da cui, a leggere i giornali, sembravano dipendere i destini del mondo: quella tra Roma e Bruxelles sul rapporto deficit-Pil nella legge di stabilità 2019. Dal 2,4% si passò al 2,04% mentre lo spread, manovrato dagli animal spirits dell’inclemente mercato, frustava le schiene dei poveri italiani.

Ma oggi? Oggi in Italia ci troviamo nella privilegiata condizione di avere Mario Draghi, colui che salvò l’euro da sé stesso, a capo del governo: abile, preparatissimo, determinato, credibile, europeista. Contando su una maggioranza amplissima, in una situazione di guerra, dunque al riparo da imboscate parlamentari a colpi di sfiducia, il super competente Draghi sta con risolutezza attuando il fondamentale Pnrr, con l’annesso corollario di importanti riforme che servono alla competitività del Paese. Dovremmo essere in una botte di ferro. E invece… Invece, guardando i numeri, vediamo che il tasso sui Btp decennali un anno fa era a 0,8%, mentre lo spread era intorno a 90 punti base quando l’attuale governo si insediò. Con i numeri di ieri, abbiamo tassi quadruplicati e spread più che raddoppiato: una performance allarmante, se adottassimo lo stesso metro di valutazione utilizzato per i governi precedenti. Forse c’è qualcosa che non torna, in questa storia. Forse, dopo il momento Lagarde del 9 giugno, qualcuno realizzerà, finalmente, di avere subito dieci anni di narrazione tossica. Lo spread nel 2012 non scese affatto per le politiche di presunto risanamento del governo Monti, ma scese perché Draghi, allora presidente della Bce, pronunciò l’ormai leggendario «Whatever it takes» cui seguirono le prime operazioni Omt (Outright monetary transaction).

Nei fatti, negli ultimi dieci anni, la Bce ha operato da prestatore di ultima istanza o quasi, comprando a mani basse le obbligazioni dei Paesi dell’Eurozona. Lo spread si muove in funzione di quanto e come la Bce interviene sul mercato: tutto il resto è un cumulo di chiacchiere. Oggi lo spread sale perché non c’è chiarezza sui futuri interventi di acquisto della Bce. La contraddizione di fondo dell’euro sta proprio nel fatto che senza il sostegno della Bce l’intera costruzione della moneta unica è a rischio. I mercati, che saranno anche inclementi ma certo stupidi non sono, lo sanno benissimo: vedono il rischio di frantumazione dell’Eurozona e pretendono una remunerazione maggiore per il rischio. Nessuna manovra finanziaria lacrime e sangue e nessun diktat di Bruxelles può cambiare questo dato di fatto. Solo la Bce può rassicurare i mercati, agendo esattamente come dovrebbe agire una Banca centrale.


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