Gioco a rimpiattino sul Recovery. Tutti in lotta sul fondo che non c’è
  • Giuseppe Conte attacca i «sovranisti» polacchi e ungheresi. Che vogliono sfuggire alle imposizioni ideologiche dell’Ue e a un sistema confuso. L’unica via è la Bce che, come ha detto Christine Lagarde, crea denaro e non fa bancarotta.
  • Roberto Gualtieri ammette che il prestito da 27,4 miliardi deliberato dall’Ue a favore dell’Italia per le spese sostenute per la Cig Covid non è gratis. Dire che si risparmia è propaganda.

Lo speciale contiene due articoli.

È sempre colpa di qualcun altro. A luglio erano i cosiddetti paesi «frugali» ,capitanati dall’Olanda. In queste ore, sul banco degli imputati ci finiscono Polonia, Ungheria e Slovenia. Il cui peccato sarebbe quello di non tollerare che i trasferimenti finanziari dell’Ue ai Paesi beneficiari siano subordinati al rispetto dello «stato di diritto». Una locuzione generica, ma talmente vuota di contenuti che la Commissione e il Consiglio Ue la riempiranno a loro piacimento. Proponi una riforma della giustizia che «minerebbe» l’indipendenza della magistratura? Niente soldi. Vuoi controllare i confini, così da non tutelare l’universale diritto all’accoglienza? Niente soldi. Il tuo ordinamento non prevede la possibilità che coppie omosessuali possano avere figli? Discriminazione: niente soldi.

Nell’annunciare l’imminente Consiglio Ue sull’approvazione del Recovery fund all’assemblea Anci, il premier Giuseppe Conte mette le mani avanti: «Polonia e Ungheria, non condividendo la proposta in materia di rule of law, minacciano di porre un veto all’approvazione del bilancio Ue, il che significherebbe rallentare l’approvazione anche del Recovery plan europeo. Questo lo dobbiamo assolutamente evitare». Come del resto lui sta evitando – e siamo quasi a dicembre – di presentare in tempi decenti la legge di bilancio. Avendo previsto che la copertura di alcuni capitoli di spesa si basino proprio sul Recovery fund, il governo non sa in effetti cosa presentare. E Giuseppi ribatte pure al «fuoco amico» di Repubblica che ieri titolava acida: «Recovery, allarme Ue sul ritardo dell’Italia». Ma è sempre colpa di qualcun altro nel mondo di Giuseppi. «Abbiamo presentato le linee guida che sono state condivise con un passaggio parlamentare». Per terminare con l’immancabile attribuzione di colpe al «sovranismo», reo di non voler che la Commissione Ue si trasformi in una sorta di Corte di giustizia prêt-à-porter. Un organismo che appunto già esiste, e a cui può ricorrere chiunque pur di vedere ribaltate sentenze che comprovino l’avvenuta violazione dei principi fondanti dello stato di diritto. Non si capacitano, a Bruxelles. A partire da Lucas Guttemberg – vicedirettore del Jacques Delors institute – che dopo aver decretato una settimana fa la morte cerebrale del Mes, non tollera che alcuni stati beneficiari vogliano tenere il punto mettendo a rischio i trasferimenti in loro favore già stabiliti nel Recovery fund e così impedendo addirittura che i programmi di spesa di altri Stati siano portati a termine. La verità è che le élite che governano il Paese e l’Ue hanno investito un enorme capitale politico in una soluzione farraginosa quanto inutile. Che da sola testimonia l’intrinseca disabilità del progetto europeo. Basta infatti che chiunque alzi il ditino e il programma non si approva. E se, anche approvato, basta che un altro ditino si alzi e il pagamento delle tranche previste si interrompe. Sulla sua inutilità sono poi i numeri a parlare da soli. L’Italia riceverebbe da qui al 2028 «ben» 65 miliardi di trasferimenti a fondo perduto. In larga parte da restituire sotto forma di contribuzione al programma. Ma l’effettivo esborso finanziario nel 2021 sarebbe di appena 4,5 miliardi, cui se ne aggiungerebbero altri 6,5 nel 2022. E tutto questo se il Programma andasse in porto, cosa al momento da ritenersi fin troppo ottimistica. La vitamina D data dopo un anno al paziente che sta morendo dissanguato. Qualcuno, rimanendo serio, riesce forse a sostenere che questa sia la risposta che serve a un Paese che nel 2020 perderà 170 miliardi di Pil? Sembra più una giostra finalizzata ad accentrare il potere decisionale nei prossimi anni in capo a Bruxelles per fare cose che spesso a noi non servono, pur di svuotare di contenuti e prerogative il prossimo governo di cui piddini e pentastellati non faranno probabilmente parte. Una grossolana strategia di avvelenamento dei pozzi. Un’operazione propagandistica che cerca di nascondere l’unica soluzione veramente possibile e che di fatto ha consentito a tutti di arrivare fino a qui.

Da marzo a settembre 2020 abbiamo infatti emesso titoli di stato per poco più di 360 miliardi. Al netto di quelli in scadenza sono quasi 137 miliardi. Questa è l’effettiva ulteriore richiesta di denaro che l’Italia ha avanzato agli investitori in questi mesi di pandemia. Peccato che i mercati di questa richiesta non se ne siano neppure accorti. Banca d’Italia ha infatti messo sul piatto 136 miliardi nuovi di pacca con cui ha acquistato Btp. Al mercato non è rimasto che rinnovare l’investimento sui titoli in scadenza. È come se Via Nazionale avesse acquistato il 100% del nuovo debito italiano. E al 30 settembre aveva in portafoglio circa 530 miliardi di Btp, pari al 20% del complessivo debito di 2.583 miliardi. Che sia cancellato o meno, poco importa. È solo una decisione politica, non correndo la Bce – come ha specificato madame Christine Lagarde ieri – alcun rischio di bancarotta o continuità operativa. E l’Italia ha ancora a disposizione almeno 110 miliardi di fido a Francoforte grazie la Pepp. Che potrebbero arrivare a 190 in caso di ulteriore allargamento. Intanto si passa il tempo a discorrere di Recovery fund.


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