«Tempo 5 anni e tutto il mondo che va sotto il nome di Esg non ci sarà più». Parola di un importante gestore di un fondo obbligazionario Usa riportate dal Financial Times qualche settimana fa. E, per rincarare la dose, il Wall Street Journal di mercoledì scorso in prima pagina ha titolato «Le società evitano di parlare di Esg», con l’avvio del pezzo ancora più esplicito («Molte società non pronunciano più queste tre lettere: E-S-G»).
Stessi toni sul britannico Daily Telegraph di martedì, e potremmo continuare a lungo. A marcare la netta differenza tra il resto del mondo e la Ue, negli stessi giorni la presidente della Bce Christine Lagarde è tornata a parlare dell’impegno contro il cambiamento climatico – un obiettivo eccentrico, quando la sua istituzione da almeno 15 anni non riesce a centrare l’obiettivo di inflazione – e ridurrà i tassi solo quando sarà certa che l’inflazione sarà tornata al 2%. Quando però troverà intorno a sé il deserto industriale. Al contempo, il legislatore europeo si appresta a lanciare addosso alle nostre imprese il carico burocratico di due direttive (Csrd e Csdd) che riguardano la gestione da parte delle imprese delle variabili Esg (ambiente, sociale e governo societario).
Obblighi di bilancio, piani di azione e monitoraggio per costringere le imprese ad un’efficace gestione dei rapporti con l’ambiente, con i portatori di interessi diversi dagli azionisti (dipendenti, minoranze, comunità locali) e adottare idonee regole di governo societario. Con adeguato corredo di sanzioni. Tutti temi su cui ha dettagliatamente riferito su questo giornale il collega Sergio Giraldo lo scorso 27 dicembre.
Oggi la novità è che in Europa stiamo guidando contromano, mentre le aree più avanzate del pianeta si stanno rendendo conto dell’ubriacatura ideologica e stanno facendo clamorosamente macchina indietro. Noi ancora andiamo, mentre loro già tornano e i titoli in prima pagina sul Wsj e sul Ft non sono mai un caso.
Al centro della vicenda c’è Larry Fink, a capo del fondo Blackrock che gestisce fondi per 9.100 miliardi di dollari. Il primo al mondo. Fu lui a lanciare prepotentemente nel 2020 la corsa agli obiettivi Esg per le imprese, orientando di conseguenza le sue scelte di investimento. Con il poco invidiabile risultato – considerato il potere che detiene – di essere pesantemente attaccato da alcuni suoi importanti clienti che hanno avviato significativi deflussi di fondi. Quello che sembrava un cavallo di battaglia vincente, si è rivelato un boomerang, con il Ft che parla di «contraccolpo». E Fink è subito passato da voler salvare il pianeta ad un più prosaico approccio che guarda ai rendimenti degli investimenti (a prescindere che si tratti di fonti fossili o rinnovabili). Cose che accadono quando nei primi nove mesi del 2023, negli Usa i fondi focalizzati su investimenti Esg hanno avuto deflussi per 14 miliardi di dollari, di cui 2,1 miliardi relativi ad un solo fondo di Blackrock.
Negli Usa, parlare di investimenti Esg è diventato un tema politicamente divisivo. Soprattutto da quando ben 18 Stati (tutti repubblicani) hanno adottato leggi anti-Esg. Con le quali si vietano discriminazioni contro le imprese che trattano fonti energetiche fossili o armi. E allora giganti come Coca-Cola hanno fatto prudentemente sparire dai loro report le tre lettere incriminate per virare su più generici impegni di sostenibilità e responsabilità. Al Ceo del gigante assicurativo francese Axa, Thomas Buberl, durante incontri con i suoi colleghi Usa è stato esplicitamente suggerito di non usare la parola Esg. Il vento è cambiato anche nei rapporti con gli investitori delle società quotate comprese nell’indice S&P 500, che hanno più che dimezzato dal 2021 i riferimenti ad iniziative Esg.
Ma il vento è cambiato anche perché era facile parlare di Esg nel 2020, col denaro a tasso quasi zero, liquidità abbondante e nessuna guerra in casa. La crisi del gas dell’estate 2022 e i recenti eventi bellici hanno reso necessario il ricorso a fonti fossili e al riarmo. L’antitesi dell’Esg. Inoltre, con questi livelli di tassi, i rendimenti di iniziative Esg calano e gli investitori scappano. Infine, si sta affermando la semplice verità che gli investimenti green si scontrano con colli di bottiglia produttivi e generano solo inflazione ed è scoppiata anche la bolla del «green washing», perché gli investitori si sono accorti che molte iniziative, di verde avevano solo la vernice che le ricopriva. Sotto non c’era nulla.
E così anche nel Regno Unito l’anno scorso sono scappati dai fondi Esg ben 2,4 miliardi di sterline.
Tutto ciò non significa affatto aver smesso di perseguire obiettivi di efficienza nell’uso delle fonti energetiche o obiettivi di benessere sociale. Significa soltanto aver smantellato quell’enfasi che spesso sconfina nel dogmatismo. Le imprese fanno il loro lavoro che è quello di massimizzare il profitto per i propri azionisti, nel rispetto delle leggi che regolano i rapporti con l’ambiente, con gli altri portatori di interesse della società civile e con idonei strumenti di gestione del rischio di impresa. Nulla di più e nulla di meno di quanto scritto nel nostro Codice Civile e in tutte le norme stratificatesi nel tempo per la protezione dell’ambiente. Il resto è soltanto fumo per affossare la competitività delle imprese e ingrassare eserciti di consulenti. Un goffo e subdolo tentativo di torsione dell’attività di impresa verso finalità e valori che albergano solo nella testa di burocrati ideologizzati.
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