Giuseppe Benedetto: «La magistratura non vuol cedere potere»
  • Il presidente della Fondazione Einaudi: «La consultazione è l’occasione per cancellare le correnti tra giudici. I cittadini devono andare alle urne per dare un segnale di cambiamento. Lo scarso dibattito è l’indice di quanto sia malata la nostra democrazia».
  • Referendum: le analisi di Volocom su oltre 4.000 fonti di informazione e 2 miliardi di pagine Web.

Lo speciale contiene due articoli.

Saranno cinque Sì quelli che traccerà sulle schede referendarie l’avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica economia e storia.

Quali anomalie del sistema giudiziario italiano verranno corrette dai referendum?

«I referendum trattano alcuni dei mali atavici della giustizia italiana, da tempo denunciati da chi vive quotidianamente le aule giudiziarie. Il correntismo all’interno del Csm, le pseudo-valutazioni dei magistrati a oggi positive nel 99% dei casi e la commistione tra funzioni giudicanti e requirenti logorano la legittimazione dell’ordine giudiziario, la cui indipendenza è diventata autoreferenzialità e superiorità alla legge. Un Sì pieno anche agli altri due quesiti, che mirano a superare l’abuso gravissimo della custodia cautelare e la legge Severino, che ha paralizzato le amministrazioni locali, essendo applicata anche a chi è presunto innocente secondo il dettato della Costituzione. È bene che i cittadini si rechino alle urne e diano un segnale forte verso il cambiamento, a cui molte forze politiche sono disinteressate».

Quali sono i nemici più agguerriti dell’appuntamento di domenica?

«La magistratura, più precisamente quella associata. Il sistema correntizio non ha intenzione di rinunciare al potere acquisito, nonostante centinaia di giovani giudici e pubblici ministeri abbiano compreso la speranza di cambiamento del Paese. Si aggiungono poi coloro che sul conflitto magistratura-politica cercano di raccogliere qualche punto decimale nei sondaggi, ignorando però i danni che il malfunzionamento della giustizia arreca a cittadini e imprese. Mi auguro che la volontà di abbattere gli avversari politici non prevalga sull’esigenza impellente di riforme».

Chi ostacola maggiormente i cambiamenti del nostro sistema giudiziario: parti della magistratura o la politica più giustizialista?

«In questo Paese si è radicata l’idea mortifera per cui la magistratura abbia un ruolo salvifico della società e sia incaricata di proteggere i cittadini dai politici, ladri e corrotti secondo la vulgata popolare. Quest’idea accomuna la magistratura associata, che da garante dell’osservanza della legge è diventata superiore alla legge, e certi partiti politici, che avrebbero dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, salvo poi diventare il più grosso tonno della storia repubblicana. Chi si riconosce in questa fazione si oppone a riforme che ripristino l’equilibrio tra i poteri dello Stato, riportando l’ordine giudiziario nei propri ranghi e restituendo indipendenza al Parlamento».

Come giudica lo scarso dibattito che ha preceduto il voto?

«Lo scarso, per non dire assente, dibattito sui referendum è indice della grave crisi di salute della nostra democrazia. Stando agli ultimi sondaggi, circa un cittadino su due non sa che il 12 giugno si voterà. L’intera classe politica dovrebbe riflettere sul proprio ruolo».

Perché se n’è parlato così poco?

«Vi sono cause fisiologiche, come la guerra d’aggressione in Ucraina, e altre patologiche, che riguardano la parzialità degli organi di informazione. Chi si schiera contro la riforma della magistratura preferisce non dare spazio ai referendum».

Domenica si voterà con la mascherina: è l’ultimo disincentivo ad andare alle urne?

«I disincentivi sono stati purtroppo molti fin dall’inizio. Il voto in una sola giornata, anomalo sotto il profilo statistico, non aiuta il raggiungimento del quorum. L’obbligo di mascherina appare incoerente con quanto deciso per concerti o eventi in discoteca. Ciononostante, a prescindere da quale sarà il numero di elettori che si recheranno alle urne, conteremo il numero di Sì e le percentuali di differenza con i No. Vedremo in quanti non sono soddisfatti dello stato della giustizia italiana sui temi proposti e verificheremo successivamente quali forze politiche daranno seguito alle istanze di riforma».

Dopo il referendum quali saranno i prossimi passi verso un reale cambiamento del sistema giudiziario?

«Lo dico da anni: la prima e imprescindibile riforma della giustizia è la separazione delle carriere dei magistrati a livello costituzionale. La commistione tra pubblici ministeri e giudici all’interno del CsmM annienta la giurisdizione e la cultura della terzietà, ponendo il cittadino-imputato su un piano inferiore a quello dell’accusa. Due funzioni, due ruoli, due Csm: non c’è altra strada. Seconda cruciale riforma è quella relativa ai consiglieri del Csm. Sono scettico sugli effetti di quanto si sta discutendo in Parlamento, perché il problema non si affronta cambiando il sistema elettorale. Tutti i partiti politici e anche l’Anm erano d’accordo sul sorteggio temperato, successivamente scomparso dai radar politici. I conservatori dello status quo ancora una volta stanno vincendo. Come suggerito dalla Fondazione Luigi Einaudi, è necessario eleggere un’Assemblea per la revisione della parte II della Costituzione, che in modo organico superi le criticità presenti».


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