I giallorossi già s’azzuffano sul dpcm. E intanto cresce la fronda anti Conte
  • Il decreto scontenta tutti: i renziani e Pierpaolo Sileri contestano le chiusure, Stefano Bonaccini parla di restrizioni incoerenti. Il M5s accusa Paola De Micheli, mentre Nicola Zingaretti incalza il premier: «Recuperi il rapporto con l’opposizione».
  • La Lega, all’attacco su test, medici e clorochina, lancia lo streaming per salvare i teatri. Giancarlo Giorgetti: «Mattarella bis e voto anticipato». Giorgia Meloni: «No a esecutivi unitari».

Lo speciale contiene due articoli.

Un premier per insufficienza di prove: Giuseppe Conte è un presidente dimezzato, sbeffeggiato dalla sua stessa maggioranza, che ormai maggioranza non è più, con i partiti che litigano tra di loro, i ministri commissariati dai loro consulenti, i consulenti che in tv e sui giornali criticano i ministri. La nave Italia è alla deriva, le misure contenute nell’ultimo dpcm hanno scontentato tutti, mentre nelle piazze dilaga la protesta di imprenditori, lavoratori e famiglie.

La genesi dell’ultimo dpcm la racconta alla Verità un autorevole esponente di governo: «Tutto inizia a metà della scorsa settimana», rivela la fonte, «quando Dario Franceschini chiede a Conte misure più stringenti rispetto al dpcm del 18 ottobre. Il premier si inalbera di brutto: vuole aspettare una decina di giorni per verificare se le restrizioni bastano a contenere i contagi. Niente da fare: la curva continua a salire, il Pd fa la voce grossa e anche il M5s chiede una stretta. Conte cede, ma alla fine combina un altro pasticcio: fa un dpcm che castiga praticamente solo bar, ristoranti e cultura. A quel punto», aggiunge la fonte, «fa infuriare tutti, perché è evidente che chiudere i locali alle 18 è una presa in giro per gli italiani e un dramma per gli imprenditori, che stanno protestando ovunque. Cambiare premier? Durante una pandemia è impossibile, e Mario Draghi, l’unico che potrebbe guidare un esecutivo di unità nazionale, non è disponibile».

Il racconto è confermato da quanto accade ieri. Il tutti contro tutti esplode in una vera e propria crisi di governo strisciante. «Chiediamo al presidente Conte», dice il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, in direzione dem, «di svolgere fino in fondo la funzione di sintesi e capacità di sviluppare senza timori un dibattito che ci permetta ora di fare un salto qualità e indicare al Paese una via uscita. Serve recuperare il rapporto con i sindacati e con le opposizioni. Non si può chiedere alla maggioranza di dichiararsi sconfitta, perché non è vero, ma non si può chiedere all’opposizione solo di sottoscrivere decisioni già prese», aggiunge Zingaretti, «perché anche questo è sbagliato». Sembra di sentire Giorgia Meloni o Matteo Salvini: è la prova che Conte è ormai isolato.

Il M5s intanto va all’assalto del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli: «Purtroppo ci tocca constatare», scrivono i senatori pentastellati in commissione Lavori pubblici e Trasporti, «che il nostro Paese è costretto a nuove restrizioni anche per via di alcuni settori dove si è lavorato poco. La ministra De Micheli da giorni minimizza, ma quello del trasporto pubblico rimane un problema da affrontare». Nella sostanza è una sfiducia al ministro da parte del primo partito di maggioranza in Parlamento: se fossimo in una nazione seria, De Micheli si dimetterebbe. Inoltre, il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri (M5s), affonda i colpi contro il dpcm: «Laddove c’è un protocollo e dove il protocollo viene rispettato», dice Sileri ad Agorà, su Rai 3, «il rischio di contagio è sicuramente molto basso. Su queste misure non sono pienamente d’accordo. Secondo me laddove vengono seguite le regole il rischio è basso. Non mi ricandiderò: nel 2023 tornerò in sala operatoria, è il mio mondo».

Non c’è solo la protesta di chi ritiene il dpcm troppo duro: anche il fronte dei rigoristi è deluso da Conte: «L’insieme delle misure», dice a Omnibus su La7 Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, «è un passo avanti ma mio avviso non sufficiente ad affrontare la circolazione del virus che in alcune aree del Paese in questo momento dilaga, è incontrollato. Uno studio pubblicato su Lancet», aggiunge Ricciardi, «dice che quando la circolazione del virus ha le dimensioni che ha, ad esempio, in questo momento in Italia, in Francia e in Spagna, l’unica cosa che serve per rallentare questo indice di contagio è un lockdown. Naturalmente non lo devi fare generalizzato ma dove l’indice di contagio è alto».

Ricciardi vuole chiudere, Matteo Renzi vuole aprire, e manda in tilt la maggioranza: «Chiederemo a Conte», annuncia il leader di Italia viva, «di cambiare il dpcm nella parte su ristoratori, luoghi di cultura e attività sportiva. Chiudere i luoghi di cultura e di sport è un errore: è più facile contagiarsi sulla metropolitana che a teatro. E la chiusura dei ristoranti alle 18 è tecnicamente inspiegabile», argomenta Renzi, «sembra un provvedimento preso senza alcuna base scientifica. A cena il Covid fa più male che a pranzo? Ci rendiamo conto del danno economico devastante?». Zingaretti replica a muso duro: «Vedo molti distinguo», ribatte il segretario dem, «da esponenti di governo, da forze di maggioranza con iniziative politiche che ritengo incomprensibili. Penso che non siano mai stati seri quei partiti che la sera siedono ai tavoli del governo e la mattina organizzano l’opposizione rispetto alle decisioni prese la sera precedente».

Anche Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna e uomo forte del Pd, azzanna il governo: «Il dpcm contiene molte nuove restrizioni, alcune delle quali forse non pienamente coerenti tra loro. Sulle modalità di alcune chiusure ritengo non vi sia stato sufficiente ascolto delle proposte che abbiamo avanzato come regioni. Il governo ascolti la protesta civile», aggiunge Bonaccini al Tg3, «e provi a valutare se qualche correzione ci potrà essere. Secondo noi era meglio chiudere i centri commerciali il sabato e la domenica dove si affolla tanta gente che ristoranti, teatri, cinema e palestre che rispettavano le regole».


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