L’Ue approva la corsia preferenziale per inondare Kiev con le munizioni
Ansa
  • L’Europarlamento dà l’ok all’adozione della procedura d’urgenza per l’Asap, cioè la norma che prevede un finanziamento da 500 milioni per garantire all’Ucraina la consegna di un milione di proiettili all’anno.
  • La presidente della Commissione europea festeggia la misconosciuta «giornata dell’Europa» insieme al leader del Paese invaso. E, celebrando la pace, rilancia la guerra a Vladimir Putin.

Lo speciale contiene due articoli.

Ieri, la plenaria del Parlamento Ue ha votato a larga maggioranza l’ok all’adozione di una procedura d’urgenza, che accelererà l’approvazione definitiva dell’Act in support of ammunition production. Ovvero, la norma, proposta dalla Commissione, che potenzia l’industria della Difesa con un finanziamento da 500 milioni, per garantire all’Ucraina la consegna di un milione di munizioni all’anno.

Come aveva annunciato il commissario per il Mercato interno, Thierry Breton, il disegno di legge, identificato dall’acronimo Asap, che in inglese significa as soon as possible, cioè «prima possibile», autorizza pure il dirottamento dei fondi Pnrr sull’acquisto di armamenti. A conferma che, quando qualcuno tira fuori la tiritera del «fate presto», bisogna drizzare le antenne. All’articolo 6, comma 3, del testo, si legge infatti: «Nel proporre piani per la ripresa e la resilienza modificati o nuovi, […] gli Stati membri possono includere misure che contribuiscono anche agli obiettivi del presente strumento».

Il messaggio che parte da Bruxelles è chiaro: per asili e stadi il Recovery fund non si tocca; per razzi e cannoni, sì. Alla faccia dei «settant’anni di pace» che ci avrebbe regalato l’Ue, tragicamente celebrata a Kiev da Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky, il quale ha voluto ribattezzare il 9 maggio – dedicato, nell’ex Urss, a celebrare la vittoria sulla Germania nazista – come Giornata dell’Europa. Un’Europa che si accomoda cinicamente sulle macerie, sentenziando che non bisogna negoziare e che questo è «il momento di sostenere militarmente la guerra» (l’ha detto l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell). E che i soldi pensati per la ripresa post Covid, ora, devono essere impiegati per alimentare l’artiglieria ucraina.

In realtà, il governo italiano ha già fatto sapere di essere contrario all’ipotesi ventilata da Breton e prevista dall’Asap. Venerdì scorso, interpellate dall’Ansa, fonti di Palazzo Chigi avevano spiegato che benché Roma fosse «favorevole al rafforzamento della capacità dell’industria della Difesa europea, anche nell’ottica di una maggiore autonomia strategica della Ue», nonché al sostegno «politico e militare» al Paese invaso dai russi, il Pnrr rimane comunque «uno strumento di investimento strategico e non un veicolo per finanziare la produzione di munizioni o armamenti».

Le disposizioni dell’esecutivo di Giorgia Meloni sono inequivoche. Nondimeno, ieri, gli eurodeputati di Fratelli d’Italia, appartenenti al gruppo Ecr, hanno dato parere favorevole alla procedura d’urgenza. E visti i tempi contingentati, non sembrano esserci ampi margini di modifica. Gli Stati non sono obbligati a mettere l’elmetto ai loro Pnrr, ma è lecito supporre che qualcuno lo farà. E non è incamminandosi verso l’escalation a due passi da casa, o verso la cristallizzazione di una crisi delle materie prime, che si diventerà strategicamente autonomi dagli Usa.

L’idea di mettere il turbo all’approvazione dell’Asap è partita dal numero uno del Partito popolare europeo, Manfred Weber, che ha scritto una missiva alla presidente dell’assemblea, Roberta Metsola, chiedendo, a nome della sua formazione politica, «in considerazione dell’urgente necessità di aiutare l’Ucraina a riempire le sue scorte di munizioni», di portare in plenaria il voto su «una procedura d’urgenza ai sensi dell’articolo 163 del Regolamento del Parlamento». Il proposito del Ppe sarebbe di mettere in calendario la consultazione finale entro maggio. A decidere se il momento della verità arriverà questo mese o a giugno sarà la conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari, che si svolgerà oggi.

I 500 milioni dell’Act in support of ammunition production sono il «terzo pilastro» della strategia di Bruxelles per sostenere Kiev: sono stati già messi sul piatto due miliardi, in parte radunati, con ironia orwelliana, tramite il Fondo europeo per la pace. Nel frattempo, a dispetto degli sberleffi a Vladimir Putin, che doveva aver esaurito già da un pezzo le sue bombe, a svuotarsi sono i depositi Nato.

Qualche giorno fa, il Corriere della Sera denunciava proprio lo «scarso livello di munizionamento» dei nostri arsenali nazionali, che ci starebbe mettendo in «seria difficoltà». Zelensky, dal canto suo, incassa e ringrazia la von der Leyen «per la prontezza dell’Unione europea di fornire le necessarie munizioni, un miliardo di proiettili di artiglieria». Il leader della resistenza, ieri, ha dichiarato di aver discusso con la presidente della Commissione «la questione chiave della velocità di consegna di queste munizioni, perché ne abbiamo bisogno ora sul campo di battaglia».

È possibile che in suo soccorso arrivi l’ultima trovata di Bruxelles, che ha lanciato, nel quadro di un programma da 790 milioni, un bando per progetti dedicati a infrastrutture civili e militari. Lo scopo? «Consentire alle nostre forze armate e alle loro attrezzature di muoversi agevolmente all’interno dell’Ue», ha spiegato Adina Vlean, commissario ai Trasporti. Lasciando intendere che la frontiera calda da raggiungere è quella orientale, dove dovrebbero arrivare i rifornimenti.

Ci ritroviamo così con un continente che sarebbe attraversato da truppe in movimento; con le risorse per la fantasmagorica «resilienza» dirottate sugli armamenti; e con un’élite di politici sfortunati in patria, ripescati nell’Unione, i quali pretendono di catechizzarci sul sacro dovere d’imbracciare il fucile. Sempre nel nome dei «valori europei», il cui «cuore pulsante», per citare von der Leyen, si troverebbe a Kiev. Nella tragedia, una tragica farsa.

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