- Il ministro degli Esteri vede il capo della diplomazia del Partito comunista cinese, Wang Yi, ma glissa sul pericoloso accordo siglato da Giuseppe Conte: «Ci sono altre urgenze». Il memorandum si rinnova automaticamente a fine anno. Salvo passi indietro.
- Il funzionario di Xi Jinping a Emmanuel Macron: «Promuoviamo una soluzione politica al conflitto».
Lo speciale contiene due articoli.
Sarà «un confronto a trecentosessanta gradi» ma è «ancora prematuro parlare dell’accordo sulla Via della Seta. Al momento ci sono altre urgenze ed emergenze», è stato il commento del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, alla vigilia dell’incontro con il capo dell’ufficio della commissione centrale per gli Affari esteri del Partito comunista cinese, Wang Yi, che si è tenuto ieri sera alla Farnesina quando questo giornale era già andato in stampa. Sottolineando l’auspicio dell’Italia, ovvero che la Cina possa giocare «un ruolo importante nel convincere la Russia a sedersi a un tavolo di pace». Certo, «la Cina è un rivale sistemico dell’Italia ma non per questo non bisogna avere rapporto costante, di confronto e dialogo, la via della diplomazia è sempre preferenziale», ha aggiunto Tajani, confermando che oggi a Roma la delegazione incontrerà anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
L’alto diplomatico di Pechino cercherà di slegare il tema dei rapporti commerciali tra noi e il Dragone da quello, assai più delicato, delle alleanze geopolitiche. E, come ha già sottolineato Tajani, non bisogna attendersi fumate nere o bianche sul rinnovo del memorandum relativo alla Belt and Road Initiative, firmato nel 2019 dal governo gialloverde di Giuseppe Conte (incentrandolo di fatto sui porti di Trieste e Genova) e lasciato in sospeso da Mario Draghi. Memorandum che ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere e non far scattare la proroga automatica del protocollo. La visita nella capitale forse servirà, dunque, più a preparare il viaggio del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Pechino (l’occasione potrebbe essere il Bo’ao Forum sull’isola di Hainan, una specie di Davos d’Oriente, previsto a primavera), dando seguito all’invito esteso dal leader Xi Jinping in occasione del bilaterale tenutosi a margine del G20 in Indonesia. Quello di novembre era stato un incontro delicato anche perché poche ore prima di stringere la mano al leader cinese, Meloni aveva visto Biden che con la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, avevano rilanciato da Bali il nuovo piano da 600 miliardi di dollari per finanziare le infrastrutture alternativo alla Via della Seta. La stessa Meloni due giorni prima delle elezioni aveva definito un «grosso errore» gli accordi sulla Belt and Road. Washington ha sempre frenato e cercato di compattare i Paesi europei contro l’espansione economica e commerciale di Pechino. Per Biden è essenziale preservare la sicurezza delle infrastrutture e su questo può contare sulla premier italiana che nell’incontro di un’ora avuto con Xi aveva non a caso parlato solo di interscambio commerciale nell’ottica di un aumento delle esportazioni italiane in Cina, evitando però di fare riferimento al memorandum.
Vedremo se la linea cambierà dopo la visita di primavera ma al momento questa ipotesi sembra assai improbabile. La distanza con Pechino si misura, infatti, anche rispetto alla questione di Taiwan. Tajani ha più volte usato toni netti: nell’isola «deve rimanere lo status quo», ha dichiarato durante una lectio magistralis all’università Luiss di Roma, mettendo, neppure troppo implicitamente, in relazione le tensioni nello Stretto di Taiwan con la guerra in Ucraina. E lo stesso Tajani si recherà la prossima settimana a New York per una serie di incontri economici a livello multilaterale, nell’intento di «rendere sempre più approfondite e dinamiche le relazioni con gli Stati Uniti, a trecentosessanta gradi».
Il governo Meloni sembra deciso a fare delle scelte filo occidentali senza alcun azzardo nei confronti della Nato e degli Usa. Eppure, in Italia resiste qualche «feudo» che continua a gestire autonomamente il «traffico» lungo la sua Via della Seta costruita in questi anni. In Puglia, ad esempio, si sta giocando una partita delicata sul futuro del porto di Taranto (parliamo di una struttura strategica non solo per l’Italia, infatti ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mar Mediterraneo). Lo dimostra il fatto che nel giro di qualche mese sono spuntate strane società, di cui ha scritto – curiosamente – solo La Verità, collegabili a interessi cinesi. Nel frattempo, ieri il colosso cinese Sinochem ha smentito l’indiscrezione rilanciata dall’agenzia Bloomberg su una possibile uscita dal capitale della Pirelli nell’ambito di una più profonda revisione del proprio portafoglio di partecipazioni. «Sinochem non ha alcun piano di vendere la sua partecipazione in Pirelli», si legge in una nota diffusa da Marco Polo International, la società che fa capo al gruppo cinese e che controlla, appunto, il 37% del gruppo di pneumatici. Non è la prima volta che sul mercato circolano voci su un disimpegno degli azionisti cinesi che nel 2015 avevano investito 8 miliardi di dollari attraverso ChemChina poi fusa in Sinochem, anche per rilevare alcune attività della società guidata da Marco Tronchetti Provera. Che, secondo altri rumors circolati in questi giorni, avrebbe già contattato Unicredit e Intesa Sanpaolo per trovare rapidamente un assetto alternativo e altrettanto valido. Intanto ieri, nonostante la smentita cinese, il titolo della Pirelli ha chiuso la seduta in Piazza Affari mettendo a segno un rialzo del 3,36% a 4,95 euro.
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