- I due leader vogliono un blitz finale di Biden. Il Cremlino nega la telefonata Putin–Trump. L’Ue: «Niente soldati in Ucraina».
- Israele: «Ci sono progressi nei negoziati per una tregua in Libano».
Lo speciale contiene due articoli.
Uno la scorsa estate ha subito una batosta elettorale senza precedenti, riuscendo – al suo secondo mandato da Presidente della Repubblica – nel difficile compito di portare la cosiddetta ultradestra oltre il 30%. L’altro, dopo aver vinto le elezioni nello stesso periodo, si è reso protagonista di uno dei più rapidi cali di popolarità nella storia dei primi ministri britannici. Stiamo parlando di Emmanuel Macron e Keir Starmer, che ieri si sono incontrati a Parigi per il 106° anniversario dell’armistizio. Un evento significativo anche dal punto di vista diplomatico, essendo la prima volta che un leader britannico partecipa alla commemorazione dal 1944, quando Winston Churchill fu ospitato dal generale Charles de Gaulle. Nonostante il ricordo del primo conflitto mondiale, però, uno dei principali temi di discussione tra i due leader è stato come contrastare un possibile passo indietro degli Stati Uniti nel sostegno all’Ucraina dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, previsto per gennaio.
Uno dei principali quotidiani britannici, il Telegraph, ha riportato lunedì che, secondo fonti interne al governo inglese consultate prima dell’incontro, i due avrebbero discusso la possibilità di convincere Joe Biden a concedere all’Ucraina il permesso di lanciare missili Storm Shadow sul territorio russo. Una questione su cui da mesi si dibatte dietro le quinte, ma che fortunatamente – per ora – ha visto prevalere il buon senso, secondo cui l’eventuale escalation con la Russia sarebbe troppo pericolosa. Si tratta di missili prodotti da Regno Unito e Francia, ma che richiedono tecnologia statunitense.
Non è chiaro se i due abbiano poi realmente affrontato questo specifico tema. «La nostra posizione sugli Storm Shadow non è cambiata», ha commentato in proposito un portavoce di Downing Street. «Abbiamo sempre affermato che, quando discutiamo del nostro supporto all’Ucraina, lo facciamo in termini di strategia complessiva per garantire che l’Ucraina sia nella posizione più forte possibile per il futuro, in particolare in vista dell’inverno, e abbiamo anche chiarito che nessuna guerra è mai stata vinta da una singola arma». Al di là di questa dichiarazione evasiva e vuota, i due leader hanno comunque ribadito il loro impegno a «sostenere l’Ucraina senza esitazioni e per tutto il tempo necessario a contrastare la guerra di aggressione della Russia», con l’obiettivo di mettere Kiev «nella posizione più forte possibile in vista dell’inverno». Inverno che senz’altro significa freddo, ma anche Donald Trump alla Casa Bianca, il quale durante tutta la sua campagna elettorale ha promesso di porre fine al conflitto ucraino al suo primo giorno da presidente. Esternazione senz’altro altisonante e irrealistica, ma che delinea un netto cambio di rotta rispetto all’amministrazione uscente. Tant’è che nei giorni scorsi Donald Trump Jr, il figlio del tycoon, ha pubblicato una storia sul suo profilo Instagram in cui, accanto alla faccia di Volodymyr Zelensky, si legge: «Mancano 38 giorni a quando perderai i finanziamenti». Le preoccupazioni riguardo alle intenzioni di Trump sull’Ucraina sono aumentate ulteriormente da quando è stato reso noto che né Mike Pompeo né Nikki Haley, due ex membri del suo gabinetto favorevoli a Kiev, avranno posizioni nella nuova amministrazione. Rimane comunque curioso che, dopo il voto di oltre 70 milioni di statunitensi, due leader fondamentalmente bolliti si riuniscano per contrastare in anticipo la futura politica estera della prima potenza mondiale. E qualcuno, nonostante l’esito elettorale, possa anche solo pensare di bombardare la Russia.
Nel frattempo, il Cremlino ha smentito che ci sia stata una telefonata tra Vladimir Putin e Trump. «Pura fiction», ha commentato il portavoce Dmitrij Peskov. Il contatto tra i due era stato reso noto dal Washington Post, secondo cui il neoeletto presidente Usa avrebbe chiesto allo Zar di non intensificare il conflitto con l’Ucraina, ricordandogli anche la consistente presenza militare americana in Europa e dicendosi favorevole a un piano di pace. Difficile capire che cosa ci sia dietro alla smentita. Un’ipotesi è che Putin sia rimasto deluso dai presunti toni minacciosi di Trump, che forse credeva più disinteressato al destino del territorio ucraino. Un’altra possibilità è che il Post abbia inventato la notizia per avvalorare la tesi secondo cui anche la nuova amministrazione vorrà proseguire la guerra. Quello che sappiamo è che Steven Cheung, direttore delle comunicazioni di Trump, non ha confermato né smentito la telefonata (avvenuta tramite canali non ufficiali), dichiarando all’Afp che «non commenta le chiamate private tra il presidente Trump e altri leader mondiali». Ieri, invece, un portavoce della Commissione Ue, in riferimento al presunto piano di pace del tycoon (trapelato settimana scorsa) che contemplerebbe la presenza di truppe europee lungo un fronte smilitarizzato, ha dichiarato che al momento non c’è nessun accordo tra gli Stati membri per inviare soldati «in qualunque scenario». Ora che lo dice Trump, dunque, e soprattutto se per una missione di pace, gli eserciti europei non si toccano.
Nella realtà, Mosca non ha in alcun modo diminuito la pressione militare, anzi ha conquistato altri due villaggi, uno nel Donetsk e uno nella regione di Kharkiv. Secondo l’agenzia Tass, l’intelligence russa ritiene addirittura che il dipartimento di Stato Usa stia lavorando per far cadere Zelensky e andare a elezioni nel 2025. Forse, allora, a Putin può semplicemente convenire in questo momento tenere nascoste le sue interlocuzioni.
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