- I deputati gli intimano di lasciare la leadership e non candidarsi nel 2025. Lui resiste, ma il caro vita e le fisse Lgbt (incluse le drag queen mandate nelle scuole) lo affossano.
- In difficoltà nei sondaggi, Kamala Harris rispolvera la frase del tycoon sui «generali di Hitler», nota dal 2021 ma mai confermata. Poi spunta l’ex modella: «Trump mi molestò nel ‘93».
Lo speciale contiene due articoli.
Fisico, portamento, eloquio e sguardo «piacionico» (copyright Gigi Proietti) non gli bastano più: la stella di Justin Trudeau, il premier che ha trasformato il Canada nella terra promessa del woke, ha smesso di brillare. Una ventina di deputati liberali gli ha dato un ultimatum: entro il 28 ottobre, il primo ministro dovrà mollare la guida del partito, altrimenti il caucus gli si rivolterà contro. Il Guardian ha riferito che il belloccio della sinistra globale, l’altro ieri, ha incontrato i suoi onorevoli in una riunione a porte chiuse. Gli eletti nelle fila del Partito liberale sono 153 e, dunque, per il momento i rimostranti sono una fronda. Trudeau, in effetti, resiste e conferma di volersi ripresentare alle elezioni dell’autunno 2025. Ma ci sono le premesse per un tracollo politico. Di qui, l’urgenza di liquidarlo.
La malaparata s’è vista già alle suppletive della scorsa estate: i liberali, dopo 50 anni di dominio, hanno perso il collegio di LaSalle-Émard-Verdun, nell’ex Québec indipendentista che il papà di Justin, Pierre, era riuscito a domare. Solo pochi mesi prima, era sfuggito loro persino un seggio nel centro di Toronto, che credevano blindato. A settembre, il Nuovo partito democratico ha ritirato il sostegno esterno al governo di minoranza, inguaiando l’uomo che pianse chiedendo scusa per le purghe anti gay. La sua compagine, di scuse, non ne vuol sentire. Per i sondaggi, potrebbe precipitare 20 punti sotto i conservatori. Scivolerebbe così in terza posizione, dietro al Bloc Québécois dei redivivi federalisti francofoni.
Trudeau, magistrale venditore di sogni (o di fuffa, a seconda dei punti di vista), strenuo sostenitore del radicalismo Lgbt, della transessualità infantile e, naturalmente, delle restrizioni pandemiche, sta cadendo sotto i colpi della più prosaica delle crisi: il caro vita e la scarsità di alloggi a buon mercato. Ma dietro il malcontento dei canadesi ci sono anche le politiche migratorie oltremodo rilassate. Non a caso, il 2023 è stato l’anno con più ingressi di stranieri nella storia: 471.550 persone, l’1,2% della popolazione totale. Pure la furia ideologica woke ha manifestato effetti collaterali. Il Canda è l’utopia incarnata di un pensiero debole che, però, quando si è trattato di soffocare le resistenze del senso comune, è apparso decisamente dispotico.
Lo Stato degli aceri, ad esempio, punisce con severe ammende chiunque si permetta di attribuire il pronome «sbagliato» ai trans. E si rischia di finire in galera, qualora il «misgendering» venga interpretato dal giudice come una forma di discriminazione o molestia. A marzo, una compagnia di trasporti pesanti era stata condannata a versare 18.000 dollari a una donna che si identificava come uomo, ma cui i colleghi continuavano a rivolgersi al femminile.
Trudeau, che al G7 2023 si era detto preoccupato per i diritti Lgbt nell’Italia di Giorgia Meloni, considera un diritto inalienabile anche quello di utilizzare i bloccanti della pubertà per la transizione di genere dei minorenni. Il punto più basso, forse, il Canada l’ha toccato quando, nel 2020, una Corte aveva autorizzato una quindicenne a sottoporsi ai trattamenti ormonali senza il consenso del padre. Nei suoi confronti, il tribunale aveva emesso un’ordinanza: se si fosse ostinato a esercitare pressioni sulla figlia, sarebbe stato incriminato per violenze familiari.
Gli eccessi hanno esasperato la gente. Pochi giorni fa, in una scuola della Nuova Scozia, i genitori hanno dovuto portare via i loro bambini, di età compresa tra 7 e 9 anni. Gli alunni avevano manifestato «disagio» per la presenza della drag queen non binaria Teo Ferguson, invitata a tenere una lezione su orientamento sessuale e identità di genere.
Anche la normalizzazione dell’eutanasia ha raggiunto il parossismo. Nel 2022, l’atleta paralimpica Christine Gautier dichiarò che un funzionario del dipartimento pubblico che si occupa dei veterani, alla sua richiesta di ricevere un montascale, le aveva risposto offrendole il suicidio assistito. La campionessa se ne era lamentata con lo stesso Trudeau, il quale, per solidarietà, si era fatto fotografare su una sedia a rotelle. Come se lui non c’entrasse niente con l’involuzione culturale del Canada ultraprogressista.
Il primo ministro ha superato sé stesso durante il Covid: è stato capace di far congelare i conti sui quali i camionisti, responsabili dei blocchi stradali organizzati in protesta contro il green pass, ricevevano donazioni per finanziare la loro campagna. Non è strano se, dopo aver subìto tanto, i concittadini sono arcistufi del ciuffo castano e i compagni di partito insidiano lo scalpo.
San Giustino martire è il patrono dei filosofi. E per Justin Trudeau vale un antico motto da filosofi: sic semper tyrannis. Perché quasi mai chi fa il tiranno esce di scena da liberatore.
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