A un anno dallo scoppio della guerra il fronte tra Usa e Cina è la trattativa
  • Secondo il «Wall Street Journal», Washington potrebbe documentare il supporto bellico di Pechino allo zar. Il Dragone, che oggi presenterà una proposta di pace, replica: «Ci diffamano». Volodymyr Zelensky: «Incontriamoci».
  • Lega e Fi mettono il veto sui razzi e il meloniano Tommaso Foti li rassicura. Azzurri contro l’America: «Rispetti il Cav».

Lo speciale contiene due articoli.

Non accenna a diminuire la tensione tra Washington e Pechino. Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione Biden starebbe pensando di rendere pubbliche informazioni di intelligence, che proverebbero l’intenzione del Dragone di fornire armamenti alla Russia. Una circostanza che ha scatenato l’ira di Pechino. «Possiamo immaginare che l’“intelligence” a cui si riferivano gli Usa stia inseguendo ombre e diffamando la Cina», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin.

Già mercoledì il Pentagono aveva intimato a Pechino di non inviare armi a Mosca. «Ci saranno conseguenze per la Cina se dovessero approfondire le relazioni con la Russia», aveva detto l’addetta stampa del Dipartimento della Difesa americano, Sabrina Singh. «Non li abbiamo visti dare aiuti letali alla Russia per la guerra, ma non hanno nemmeno tolto dal tavolo questa eventualità», aveva aggiunto. A rincarare la dose è stato ieri il segretario del Tesoro americano, Janet Yellen, che ha minacciato «gravi conseguenze», qualora la Cina fornisse assistenza alla Russia, eludendo le sanzioni. Dal canto suo, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha affermato di avere «alcuni indizi» del fatto che il Dragone sarebbe intenzionato a sostenere militarmente il Cremlino.

Nel fine settimana, il segretario di Stato americano, Tony Blinken, aveva dichiarato che Pechino starebbe considerando di fornire «supporto letale» a Mosca: un’accusa che, nei giorni scorsi, era stata respinta sia dalla Cina sia dal Cremlino. Nonostante tali smentite, va rilevato che – come notato dal sito Axios – la cooperazione militare tra Pechino e Mosca si è rafforzata a partire dal 2022. Sono inoltre attualmente in corso delle esercitazioni militari congiunte tra Russia, Cina e Sudafrica, a cui sta partecipando anche una fregata russa carica di missili ipersonici Zircon. Tra l’altro, sia Pechino sia Mosca hanno consolidato i propri rapporti con Teheran, che sta fornendo alla Russia droni militari contro Kiev. Infine, ma non meno importante, a gennaio gli Usa avevano comminato sanzioni a Spacety China: una società cinese sospettata di supportare con immagini satellitari le operazioni del Wagner Group in territorio ucraino. Ieri, Blinken si è comunque detto fiducioso di riuscire a dissuadere il Dragone dall’inviare armi a Mosca, mentre il responsabile Esteri del Pcc, Wang Yi, ha auspicato che l’Europa «svolga un ruolo più attivo» nei colloqui di pace. Un rapido cessate il fuoco è stato invece invocato dall’ambasciatore di Pechino all’Onu, Dai Bing.

Eppure il nodo non è soltanto di natura militare. Questo (nuovo) scontro tra Washington e Pechino investe anche due problemi di carattere politico. In primis, oggi, a un anno esatto dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Cina dovrebbe rendere nota una propria proposta di pace che viene vista con estremo scetticismo dagli Usa. Washington teme che i cinesi vogliano utilizzare il loro piano per spalleggiare de facto i russi e inserire clausole che possano magari essere invocate in futuro a proprio vantaggio sulla disputa taiwanese. È quindi chiaro che pubblicare adesso materiale di intelligence in grado di provare il sostegno militare cinese alla Russia sarebbe funzionale a screditare Pechino nel suo presunto ruolo di attore imparziale nella crisi ucraina. Dall’altra parte, bisognerà capire se quello cinese sarà un piano concreto o uno specchietto per le allodole (un piano, cioè, dai contenuti inaccettabili, messo sul tavolo soltanto per scaricare sugli Usa un suo inevitabile fallimento). Per ora, l’unica cosa certa è che Volodymyr Zelensky si è detto cautamente possibilista. «Vorremmo incontrare la Cina», ha affermato ieri. Intervenendo sul piano cinese, la Casa Bianca si è detta comunque scettica sulla volontà da parte della Russia di negoziare la pace.

In secondo luogo, va notato che le suddette dichiarazioni della Yellen sono state pronunciate dal G20 in corso in India. Ebbene, l’altro ieri Reuters – citando funzionari di Nuova Delhi – ha riferito che, durante il summit, il governo indiano non avrebbe intenzione di discutere di nuove sanzioni a Mosca. Non è quindi escludibile che sia in corso un braccio di ferro tra Washington e l’asse sino-russo per garantirsi il sostegno indiano nel quadro della crisi ucraina (ricordiamo che, su questo dossier, Nuova Delhi si è finora barcamenata tra complicati equilibrismi).

La tensione nel frattempo resta alta. Vladimir Putin ha annunciato che la Russia schiererà entro quest’anno il missile balistico intercontinentale RS-28 Sarmat (che ha una gittata di 18.000 chilometri e può trasportare testate nucleari). Crescono inoltre i timori che il Cremlino stia mettendo nel mirino anche la Moldavia, la cui presidente, Maia Sandu, ha elogiato ieri l’«eroismo degli ucraini». «Non ci siamo abbattuti, abbiamo superato molte prove e prevarremo», ha dichiarato, dal canto suo, Zelensky, mentre il ministro della Difesa di Mosca, Sergei Shoigu, ha accusato l’Occidente di voler «smembrare la Russia». È in questo quadro che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha definito l’invasione russa dell’Ucraina «un affronto alla nostra coscienza collettiva», mentre l’Assemblea generale si accingeva a votare una risoluzione per chiedere il ritiro immediato delle truppe di Mosca. È stato frattanto annunciato che le trattative per l’ingresso della Svezia nella Nato riprenderanno a marzo. Dall’altra parte, i Paesi Ue non sono riusciti ieri a trovare un accordo su una nuova tornata di sanzioni alla Russia. Oggi riprenderanno i negoziati. E sempre oggi Joe Biden parteciperà a un meeting virtuale con Zelensky e i leader del G7.

Nel frattempo, sul campo di battaglia, quattro persone sono rimaste uccise in un bombardamento ucraino su Donetsk. E il comandante del reggimento Azov Oleg Mudrak – che aveva difeso Mariupol – è morto per un arresto cardiaco.

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