- Il Parlamento dà il primo via libera alla legge che introduce la propaganda gender nelle scuole, intanto la Corte costituzionale offre uno spiraglio per l’omogenitorialità. L’Italia sta diventando «zona arcobaleno».
- Monica Cirinnà, Laura Boldrini e associazioni gay in festa, anche grazie ai voti di alcuni esponenti di Forza Italia. Ora si attende il passaggio al Senato, dove la destra annuncia battaglia.
Lo speciale contiene due articoli.
Gli italiani stanno ancora cercando di capire se la loro regione sia zona rossa, arancione o gialla, ma intanto l’Italia – tutta intera – sta diventando zona arcobaleno. Abbiamo capito che da queste parti nulla e soprattutto nessuno è indispensabile: si possono fermare gli uffici, i lavoratori autonomi, le attività commerciali e quelle culturali. Ma – almeno finché questo governo è in carica e questa maggioranza occupa il Parlamento – non si può fermare l’avanzata dell’ideologia Lgbt.
Indecisi e inabili a tutto, i giallorossi si sono mostrati geometricamente potenti nel momento di approvare la mordacchia omotransfobica. Non si sono fatti spaventare da niente: tra le altre cose hanno sfruttato il delicato tema della violenza sulle donne, inserendo nel testo del ddl anche un inutile riferimento alla misoginia. In pratica hanno usato il corpo femminile come scudo, per spingere i parlamentari dubbiosi a votare a favore di una legge liberticida che in realtà le donne le danneggia. Infatti, se da un lato il ddl finge di occuparsi della discriminazione ai danni dell’universo femminile, dall’altro introduce l’identità di genere, cioè l’idea che per diventare donna (o uomo) basti «desiderarlo», «sentirsi tale». Ciò significa che, in concreto, la norma tanto agognata da Laura Boldrini, Monica Cirinnà e altre appassionate tifose dei diritti crea la più pesante e feroce delle discriminazioni. Mette sullo stesso piano chi nasce donna e chi lo diventa grazie a ormoni e interventi chirurgici e addirittura apre la strada a quella che gli inglesi chiamano «self id», cioè l’autodeterminazione dell’identità di genere.
In buona sostanza, i cari progressisti sostengono di voler proteggere la popolazione femminile, in realtà distruggono la concezione stessa di femminilità, cancellano decenni di lotte femministe e riducono la donna a cavillo burocratico.
In fondo non ci si poteva aspettare nulla di diverso da chi non si fa scrupoli a sfruttare persino i disabili: anche per loro si è trovato un posticino nel testo del ddl, affinché facessero da ulteriore sostegno alle pretese Lgbt.
A sconcertare più di tutto, però, è l’atteggiamento di una parte di Forza Italia, che ha convintamente difeso, condiviso e votato questo concentrato di ideologia. Ovvio: non pretendiamo che tutti, in quello che dovrebbe essere il centrodestra, condividano posizioni identitarie o tradizionaliste. Ma almeno su temi cari a liberali come la libertà di espressione dovrebbe esserci accordo. E invece no. Alcuni azzurri hanno contribuito a far passare una legge che mette il bavaglio a chiunque si opponga all’avanzata dal pensiero unico arcobaleno. Il ddl Zan, a dirla tutta, fa molto di peggio. All’articolo 6 (approvato martedì) prevede «iniziative educative» contro l’omofobia nelle scuole, elementari comprese. Sapete che significa? Facile: propaganda Lgbt nelle aule. Ovvio: Zan e soci cercano di minimizzare, dicendo che si farà soltanto promozione «della cultura del rispetto e dell’inclusione». Ma se così fosse basterebbero le leggi già in vigore. La nuova norma serve appunto a rendere obbligatorio e capillare il lavaggio del cervello sin dalla più tenera età, così gli scolari potranno felicemente apprendere alle primarie che cosa sia la splendida «identità di genere» o che cosa voglia dire essere «cisgender».
Può anche darsi, tuttavia, che presto i bambini informati su tali questioni diventino parecchi. Ieri, infatti, la Corte costituzionale si è espressa a proposito dei «figli di due madri», cioè dei bambini nati da una donna legata a un’altra donna. Il riconoscimento dell’omogenitorialità «all’interno di un rapporto tra due donne unite civilmente», spiega la Consulta, «non è imposto da alcun precetto costituzionale sebbene la Costituzione non sia chiusa a soluzioni di segno diverso ma sulla base di valutazioni spettanti al legislatore. Anche la più piena tutela dell’interesse del minore può essere realizzata dal legislatore nell’esercizio della sua discrezionalità».
Anche qui c’è il trucco. Da un lato i giudici costituzionali dicono che la Costituzione non obbliga a riconoscere i «figli di due mamme» (e ci mancherebbe). Dall’altro però fanno capire che, se il Parlamento legiferasse sulla materia, non ci sarebbero ostacoli di sorta. Insomma, trattasi dell’ennesimo aiutino al mondo arcobaleno.
Facile, no? Basta qualche pagina di sentenza o di ddl per cambiare la natura umana. Basta una legge per stabilire che possano esistere «figli di due madri» o che si possa cambiare sesso con una firma. Insomma, è sufficiente volerlo e si può fare qualunque cosa, anche scimmiottare Dio. Anzi, qualunque cosa tranne lavorare o uscire di casa: quello, anche se lo volete tanto, non potete farlo. Così hanno deciso i difensori dei «diritti» e della «libertà».
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