True
2023-07-18
Europa e Usa: le spine degli accordi di Tunisi
Mark Rutte, Ursula von der Leyen, Kais Saied e Giorga Meloni, in occasione della firma del Memorandum di intesa tra Ue e Tunisia (Ansa)
Il memorandum d’intesa dell’altro ieri tra l’Ue e la Tunisia costituisce una svolta significativa. Va subito detto che, per il governo italiano, questo documento rappresenta un passo avanti, soprattutto se si tiene conto del fatto che, fino a pochi mesi fa, le alte sfere di Bruxelles non sembravano granché interessate all’urgente dossier tunisino. Il lavoro di pressing attuato dal nostro esecutivo ha, quindi, fatto sì che la Commissione europea si accorgesse pienamente del problema e iniziasse finalmente a muoversi per cercare di risolverlo. Non a caso, la politica estera del governo Meloni ha comprensibilmente posto la stabilizzazione del Nord Africa tra le sue priorità. Se la strada intrapresa sulla Tunisia è quella giusta, ciò non significa che sia del tutto in discesa.
Innanzitutto, gran parte degli aiuti finanziari europei (900 milioni di euro) continua a essere subordinata all’erogazione del prestito del Fmi da 1,9 miliardi di dollari: un prestito che è stato congelato in attesa che il governo di Tunisi attui delle riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra minimamente intenzionato a varare. Si tratta di uno scoglio significativo, visto che la stabilizzazione del Paese nordafricano è particolarmente urgente. Il rischio è, infatti, che una bomba migratoria possa abbattersi sulle nostre coste nel breve termine. Sotto questo aspetto, sarebbe utile che l’Ue esercitasse delle pressioni diplomatiche sull’amministrazione Biden, per convincerla ad abbandonare le sue rigidità nei confronti di Saied. È vero che l’attuale presidente americano deve affrontare grattacapi di politica interna, visto che alcuni settori del Partito democratico nutrono ostilità verso il capo di Stato tunisino. Tuttavia l’Ue avrebbe degli ottimi argomenti per persuadere Joe Biden a favorire il prestito del Fmi.
L’eccessiva rigidità del Fondo rischia, infatti, di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: a febbraio Tunisi ha incrementato l’import di prodotti petroliferi russi, mentre Pechino si è recentemente detta favorevole a includere la Tunisia nei Brics. È, dunque, chiaro che, qualora l’influenza sino-russa si rafforzasse sul Paese nordafricano, ciò rischierebbe di mettere sotto pressione il fianco meridionale dell’Alleanza atlantica. Biden dovrebbe, quindi, capire che si pone un nodo geopolitico di dimensioni rilevanti: un nodo di cui il presidente americano dovrebbe rendersi conto a maggior ragione dopo il recente vertice Nato di Vilnius.
Non solo. Oltre a stabilizzare economicamente la Tunisia, Bruxelles e Washington dovrebbero anche coordinarsi per esercitare delle pressioni politico-diplomatiche sullo stesso Saied. Che quest’ultimo sia un leader controverso, è fuori discussione. Si nutrono, inoltre, dubbi su di lui soprattutto in materia di contrasto all’immigrazione clandestina. Un tema, questo, rispetto a cui l’Ue, sulla base del memorandum, mobiliterà 105 milioni di euro, mentre la guardia costiera tunisina verrà rafforzata. Tuttavia, secondo fonti comunitarie, Saied si sarebbe impegnato soltanto nel rimpatrio dei migranti tunisini e non di quelli subsahariani. Inoltre, nel recente passato, il presidente della Tunisia ha espresso delle posizioni ambigue sulla questione migratoria: posizioni che hanno indotto a pensare che il diretto interessato voglia usare questo dossier come strumento di pressione sull’Ue (secondo dinamiche già viste in passato con Recep Tayyip Erdogan). È, dunque, per questo che, di pari passo alla stabilizzazione economica del Paese, Bruxelles e Washington dovrebbero portare avanti un’azione politica combinata che impedisca a Saied eventuali comportamenti ricattatori nei confronti dell’Occidente.
Il punto alla fine risiede nel fatto che, per quanto assai controverso, il presidente tunisino è un interlocutore ineludibile. Ricordiamo sempre che l’alternativa al suo potere è Ennahda: movimento islamista, gravitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non parliamo, insomma, di una garanzia di stabilità e di affidabilità né di un partito liberaldemocratico. «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità», aveva non a caso detto a marzo il titolare della Farnesina, Antonio Tajani.
Bruxelles dovrebbe, insomma, muoversi con un approccio geopolitico. Al di là dell’enfasi posta domenica da Ursula von der Leyen sugli accordi tra Ue e Tunisi in materia di ambientalismo ed Erasmus, con Saied bisogna trattare pragmaticamente, mettendo in campo tutti gli strumenti politico-diplomatici necessari per evitare di farsi mettere sotto pressione da lui. Con questi interlocutori, controversi ma ineludibili, bisogna negoziare in modo serrato e finanche spregiudicato: le verniciate green e politicamente corrette servono a poco, se non a indebolire la nostra posizione negoziale.
O l’Ue comincia finalmente a capirlo o continuerà a subire gli eventi anziché cercare di dirigerli. Ma, per essere incisiva, quella stessa Ue ha bisogno di una visione geopolitica chiara e, soprattutto, di una riforma della propria governance. Bisognerà, infatti, vedere se tutti i 27 Paesi membri accetteranno il memorandum di domenica. Il premier olandese, Mark Rutte, si è detto «fiducioso» che ciò avvenga, ma non è scontato. Qualcuno - vedi la Francia - potrebbe mettersi di mezzo solo per fare uno sgambetto politico a Giorgia Meloni.
Ecco che, dunque, il complicato dossier tunisino sta facendo riemergere due problemi rilevanti per l’Occidente: la fiacca leadership internazionale di Biden e un sistema inadeguato di governance europea. Sul Mediterraneo, Washington e Bruxelles dovrebbero seguire la strada indicata oggi da Roma. Speriamo lo facciano. In fretta e fino in fondo. Senza miopie o tentennamenti.
A sindaci e governatori di sinistra non interessa fermare gli sbarchi
Che il sistema dell’accoglienza, in Italia, non stia funzionando a dovere lo certificano i governatori delle Regioni. La macro divisione che vuole quelli di centrosinistra favorevoli ad avere ancora più autonomia nel decidere le collocazioni e quelli di centrodestra che si lamentano del sistema di accoglienza diffusa in essere oggi è vera, ma fino a un certo punto. Perché ci sono distinguo, aperture o semi chiusure, attacchi fratricidi che contribuiscono a rendere ancor più caotica, se possibile, la situazione mentre anche ieri, sulle coste siciliane, sono arrivate 547 persone in 15 sbarchi differenti.
A far deflagrare le polemiche è stata una nota, attribuita ad «ambienti dei governatori», diffusa dalle agenzie proprio mentre Giorgia Meloni si accingeva a firmare gli accordi con la Tunisia: «Sulla collocazione dei migranti nei territori bisogna evitare decisioni calate dall’alto». Il Viminale e il commissario straordinario sul tema, Valerio Valenti, hanno cercato subito di gettare benzina sul fuoco. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, temendo uno smottamento nella catena istituzionale, ha, però, voluto sentire direttamente il presidente della Conferenza delle Regioni, il friulano Massimiliano Fedriga. Che al titolare del Viminale e in diretta tv a La7, a L’aria che tira, ha smentito di essere autore dell’attacco al governo. Salvo poi sganciare la bomba: «L’accoglienza diffusa è un fallimento, impedisce qualsiasi tipo di controllo e sparpaglia sui territori migliaia di persone», ha detto Fedriga. Sembra quasi di sentire parlare Giorgio Gori, il sindaco Pd-chic di Bergamo, che nei giorni scorsi ha twittato: «L’attuale governo è incapace di gestire i flussi migratori, di organizzare un’accoglienza dignitosa, di attivare politiche di formazione e di integrazione. Qui siamo allo sbando: sbarchi fuori controllo e nessuna capacità di governare il fenomeno. Tutto si scarica sui territori, alimentando la “fabbrica di clandestini” che produce sfruttamento, degrado e insicurezza».
Vuoi non mettere, alla fine, un attacco a Elly Schlein? No, infatti: «Ma perché il Pd non dice che gli sbarchi sono più che raddoppiati? Questo deve dire con forza il Pd». Ma non lo fa: il diritto a non essere invasi deve essere uno di quelli non ricompreso nel pantheon arcobaleno del s egretario dem. Che il fronte più caldo sulla questione sia quello dei governatori leghisti è plasticamente rappresentato dalle parole usate da Luca Zaia: «L’accordo con la Tunisia non basta ma aiuta, almeno questi accordi danno un minimo di visione». E poi lancia il modello Veneto dell’accoglienza: «Abbiamo proposto un protocollo che prevede una cabina di regia nella quale convergano Regione e Anci. È stato approvato dal ministero degli Interni. Se lasciamo fare alle prefetture in autonomia qualche tendopoli da qualche parte la faranno. Poi, se qualcuno mi spiega come possa tutta l’Africa starci in Italia, e questa parte di Africa starci in Veneto, allora gli diamo il premio Nobel».
Posizione simile, anche se con toni più concilianti, è stata presa dal governatore del Piemonte, Alberto Cirio (Fi). Resta, nonostante tutto, un accanito fan dell’immigrazione, con una spruzzata cerchiobottista alla Gori che fa molto law&order, il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Intervenendo a una Festa dell’Unità, lo sfidante sconfitto da Schlein ha detto: «Oggi arriva in Italia un numero di migranti cinque volte superiore rispetto a cinque anni fa. Noi facciamo pochi figli, non ci siamo occupati di natalità è anche questo è un tema. Sistema pensionistico, sanità e scuola pubblica si reggono sui contributi dei lavoratori attivi che, però, stanno diminuendo. L’immigrazione deve essere continua ma regolata, controllata, di modo da dare opportunità a tutti. Chi delinque deve essere punito, su questo non ci piove».
Un sì convinto all’immigrazione arriva anche dal governatore della Toscana, Eugenio Giani: «Il sistema toscano avrà capacità di accoglienza e integrazione ma vogliamo criteri giusti. L’attribuzione del numero di migranti sulla base della superficie anziché della popolazione è assolutamente sbagliata».
Continua a leggereRiduci
Per essere efficaci, Washington deve sbloccare il prestito Fmi da 1,9 miliardi di dollari per allontanare Kais Saied da Cina e Russia. E poi serve che tutti i 27 Paesi membri dell’Unione approvino il memorandum: qualcuno (Francia?) può fare uno sgambetto.Segnale all’esecutivo dalle Regioni del Nord: «L’accoglienza diffusa non funziona».Lo speciale contiene due articoli.Il memorandum d’intesa dell’altro ieri tra l’Ue e la Tunisia costituisce una svolta significativa. Va subito detto che, per il governo italiano, questo documento rappresenta un passo avanti, soprattutto se si tiene conto del fatto che, fino a pochi mesi fa, le alte sfere di Bruxelles non sembravano granché interessate all’urgente dossier tunisino. Il lavoro di pressing attuato dal nostro esecutivo ha, quindi, fatto sì che la Commissione europea si accorgesse pienamente del problema e iniziasse finalmente a muoversi per cercare di risolverlo. Non a caso, la politica estera del governo Meloni ha comprensibilmente posto la stabilizzazione del Nord Africa tra le sue priorità. Se la strada intrapresa sulla Tunisia è quella giusta, ciò non significa che sia del tutto in discesa.Innanzitutto, gran parte degli aiuti finanziari europei (900 milioni di euro) continua a essere subordinata all’erogazione del prestito del Fmi da 1,9 miliardi di dollari: un prestito che è stato congelato in attesa che il governo di Tunisi attui delle riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra minimamente intenzionato a varare. Si tratta di uno scoglio significativo, visto che la stabilizzazione del Paese nordafricano è particolarmente urgente. Il rischio è, infatti, che una bomba migratoria possa abbattersi sulle nostre coste nel breve termine. Sotto questo aspetto, sarebbe utile che l’Ue esercitasse delle pressioni diplomatiche sull’amministrazione Biden, per convincerla ad abbandonare le sue rigidità nei confronti di Saied. È vero che l’attuale presidente americano deve affrontare grattacapi di politica interna, visto che alcuni settori del Partito democratico nutrono ostilità verso il capo di Stato tunisino. Tuttavia l’Ue avrebbe degli ottimi argomenti per persuadere Joe Biden a favorire il prestito del Fmi.L’eccessiva rigidità del Fondo rischia, infatti, di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: a febbraio Tunisi ha incrementato l’import di prodotti petroliferi russi, mentre Pechino si è recentemente detta favorevole a includere la Tunisia nei Brics. È, dunque, chiaro che, qualora l’influenza sino-russa si rafforzasse sul Paese nordafricano, ciò rischierebbe di mettere sotto pressione il fianco meridionale dell’Alleanza atlantica. Biden dovrebbe, quindi, capire che si pone un nodo geopolitico di dimensioni rilevanti: un nodo di cui il presidente americano dovrebbe rendersi conto a maggior ragione dopo il recente vertice Nato di Vilnius.Non solo. Oltre a stabilizzare economicamente la Tunisia, Bruxelles e Washington dovrebbero anche coordinarsi per esercitare delle pressioni politico-diplomatiche sullo stesso Saied. Che quest’ultimo sia un leader controverso, è fuori discussione. Si nutrono, inoltre, dubbi su di lui soprattutto in materia di contrasto all’immigrazione clandestina. Un tema, questo, rispetto a cui l’Ue, sulla base del memorandum, mobiliterà 105 milioni di euro, mentre la guardia costiera tunisina verrà rafforzata. Tuttavia, secondo fonti comunitarie, Saied si sarebbe impegnato soltanto nel rimpatrio dei migranti tunisini e non di quelli subsahariani. Inoltre, nel recente passato, il presidente della Tunisia ha espresso delle posizioni ambigue sulla questione migratoria: posizioni che hanno indotto a pensare che il diretto interessato voglia usare questo dossier come strumento di pressione sull’Ue (secondo dinamiche già viste in passato con Recep Tayyip Erdogan). È, dunque, per questo che, di pari passo alla stabilizzazione economica del Paese, Bruxelles e Washington dovrebbero portare avanti un’azione politica combinata che impedisca a Saied eventuali comportamenti ricattatori nei confronti dell’Occidente. Il punto alla fine risiede nel fatto che, per quanto assai controverso, il presidente tunisino è un interlocutore ineludibile. Ricordiamo sempre che l’alternativa al suo potere è Ennahda: movimento islamista, gravitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non parliamo, insomma, di una garanzia di stabilità e di affidabilità né di un partito liberaldemocratico. «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità», aveva non a caso detto a marzo il titolare della Farnesina, Antonio Tajani.Bruxelles dovrebbe, insomma, muoversi con un approccio geopolitico. Al di là dell’enfasi posta domenica da Ursula von der Leyen sugli accordi tra Ue e Tunisi in materia di ambientalismo ed Erasmus, con Saied bisogna trattare pragmaticamente, mettendo in campo tutti gli strumenti politico-diplomatici necessari per evitare di farsi mettere sotto pressione da lui. Con questi interlocutori, controversi ma ineludibili, bisogna negoziare in modo serrato e finanche spregiudicato: le verniciate green e politicamente corrette servono a poco, se non a indebolire la nostra posizione negoziale.O l’Ue comincia finalmente a capirlo o continuerà a subire gli eventi anziché cercare di dirigerli. Ma, per essere incisiva, quella stessa Ue ha bisogno di una visione geopolitica chiara e, soprattutto, di una riforma della propria governance. Bisognerà, infatti, vedere se tutti i 27 Paesi membri accetteranno il memorandum di domenica. Il premier olandese, Mark Rutte, si è detto «fiducioso» che ciò avvenga, ma non è scontato. Qualcuno - vedi la Francia - potrebbe mettersi di mezzo solo per fare uno sgambetto politico a Giorgia Meloni.Ecco che, dunque, il complicato dossier tunisino sta facendo riemergere due problemi rilevanti per l’Occidente: la fiacca leadership internazionale di Biden e un sistema inadeguato di governance europea. Sul Mediterraneo, Washington e Bruxelles dovrebbero seguire la strada indicata oggi da Roma. Speriamo lo facciano. In fretta e fino in fondo. Senza miopie o tentennamenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/europa-usa-spine-accordi-tunisi-2662292238.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-sindaci-e-governatori-di-sinistra-non-interessa-fermare-gli-sbarchi" data-post-id="2662292238" data-published-at="1689651297" data-use-pagination="False"> A sindaci e governatori di sinistra non interessa fermare gli sbarchi Che il sistema dell’accoglienza, in Italia, non stia funzionando a dovere lo certificano i governatori delle Regioni. La macro divisione che vuole quelli di centrosinistra favorevoli ad avere ancora più autonomia nel decidere le collocazioni e quelli di centrodestra che si lamentano del sistema di accoglienza diffusa in essere oggi è vera, ma fino a un certo punto. Perché ci sono distinguo, aperture o semi chiusure, attacchi fratricidi che contribuiscono a rendere ancor più caotica, se possibile, la situazione mentre anche ieri, sulle coste siciliane, sono arrivate 547 persone in 15 sbarchi differenti. A far deflagrare le polemiche è stata una nota, attribuita ad «ambienti dei governatori», diffusa dalle agenzie proprio mentre Giorgia Meloni si accingeva a firmare gli accordi con la Tunisia: «Sulla collocazione dei migranti nei territori bisogna evitare decisioni calate dall’alto». Il Viminale e il commissario straordinario sul tema, Valerio Valenti, hanno cercato subito di gettare benzina sul fuoco. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, temendo uno smottamento nella catena istituzionale, ha, però, voluto sentire direttamente il presidente della Conferenza delle Regioni, il friulano Massimiliano Fedriga. Che al titolare del Viminale e in diretta tv a La7, a L’aria che tira, ha smentito di essere autore dell’attacco al governo. Salvo poi sganciare la bomba: «L’accoglienza diffusa è un fallimento, impedisce qualsiasi tipo di controllo e sparpaglia sui territori migliaia di persone», ha detto Fedriga. Sembra quasi di sentire parlare Giorgio Gori, il sindaco Pd-chic di Bergamo, che nei giorni scorsi ha twittato: «L’attuale governo è incapace di gestire i flussi migratori, di organizzare un’accoglienza dignitosa, di attivare politiche di formazione e di integrazione. Qui siamo allo sbando: sbarchi fuori controllo e nessuna capacità di governare il fenomeno. Tutto si scarica sui territori, alimentando la “fabbrica di clandestini” che produce sfruttamento, degrado e insicurezza». Vuoi non mettere, alla fine, un attacco a Elly Schlein? No, infatti: «Ma perché il Pd non dice che gli sbarchi sono più che raddoppiati? Questo deve dire con forza il Pd». Ma non lo fa: il diritto a non essere invasi deve essere uno di quelli non ricompreso nel pantheon arcobaleno del s egretario dem. Che il fronte più caldo sulla questione sia quello dei governatori leghisti è plasticamente rappresentato dalle parole usate da Luca Zaia: «L’accordo con la Tunisia non basta ma aiuta, almeno questi accordi danno un minimo di visione». E poi lancia il modello Veneto dell’accoglienza: «Abbiamo proposto un protocollo che prevede una cabina di regia nella quale convergano Regione e Anci. È stato approvato dal ministero degli Interni. Se lasciamo fare alle prefetture in autonomia qualche tendopoli da qualche parte la faranno. Poi, se qualcuno mi spiega come possa tutta l’Africa starci in Italia, e questa parte di Africa starci in Veneto, allora gli diamo il premio Nobel». Posizione simile, anche se con toni più concilianti, è stata presa dal governatore del Piemonte, Alberto Cirio (Fi). Resta, nonostante tutto, un accanito fan dell’immigrazione, con una spruzzata cerchiobottista alla Gori che fa molto law&order, il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Intervenendo a una Festa dell’Unità, lo sfidante sconfitto da Schlein ha detto: «Oggi arriva in Italia un numero di migranti cinque volte superiore rispetto a cinque anni fa. Noi facciamo pochi figli, non ci siamo occupati di natalità è anche questo è un tema. Sistema pensionistico, sanità e scuola pubblica si reggono sui contributi dei lavoratori attivi che, però, stanno diminuendo. L’immigrazione deve essere continua ma regolata, controllata, di modo da dare opportunità a tutti. Chi delinque deve essere punito, su questo non ci piove». Un sì convinto all’immigrazione arriva anche dal governatore della Toscana, Eugenio Giani: «Il sistema toscano avrà capacità di accoglienza e integrazione ma vogliamo criteri giusti. L’attribuzione del numero di migranti sulla base della superficie anziché della popolazione è assolutamente sbagliata».
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
Continua a leggereRiduci
Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
Continua a leggereRiduci
Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.