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2023-07-18
Europa e Usa: le spine degli accordi di Tunisi
Mark Rutte, Ursula von der Leyen, Kais Saied e Giorga Meloni, in occasione della firma del Memorandum di intesa tra Ue e Tunisia (Ansa)
Il memorandum d’intesa dell’altro ieri tra l’Ue e la Tunisia costituisce una svolta significativa. Va subito detto che, per il governo italiano, questo documento rappresenta un passo avanti, soprattutto se si tiene conto del fatto che, fino a pochi mesi fa, le alte sfere di Bruxelles non sembravano granché interessate all’urgente dossier tunisino. Il lavoro di pressing attuato dal nostro esecutivo ha, quindi, fatto sì che la Commissione europea si accorgesse pienamente del problema e iniziasse finalmente a muoversi per cercare di risolverlo. Non a caso, la politica estera del governo Meloni ha comprensibilmente posto la stabilizzazione del Nord Africa tra le sue priorità. Se la strada intrapresa sulla Tunisia è quella giusta, ciò non significa che sia del tutto in discesa.
Innanzitutto, gran parte degli aiuti finanziari europei (900 milioni di euro) continua a essere subordinata all’erogazione del prestito del Fmi da 1,9 miliardi di dollari: un prestito che è stato congelato in attesa che il governo di Tunisi attui delle riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra minimamente intenzionato a varare. Si tratta di uno scoglio significativo, visto che la stabilizzazione del Paese nordafricano è particolarmente urgente. Il rischio è, infatti, che una bomba migratoria possa abbattersi sulle nostre coste nel breve termine. Sotto questo aspetto, sarebbe utile che l’Ue esercitasse delle pressioni diplomatiche sull’amministrazione Biden, per convincerla ad abbandonare le sue rigidità nei confronti di Saied. È vero che l’attuale presidente americano deve affrontare grattacapi di politica interna, visto che alcuni settori del Partito democratico nutrono ostilità verso il capo di Stato tunisino. Tuttavia l’Ue avrebbe degli ottimi argomenti per persuadere Joe Biden a favorire il prestito del Fmi.
L’eccessiva rigidità del Fondo rischia, infatti, di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: a febbraio Tunisi ha incrementato l’import di prodotti petroliferi russi, mentre Pechino si è recentemente detta favorevole a includere la Tunisia nei Brics. È, dunque, chiaro che, qualora l’influenza sino-russa si rafforzasse sul Paese nordafricano, ciò rischierebbe di mettere sotto pressione il fianco meridionale dell’Alleanza atlantica. Biden dovrebbe, quindi, capire che si pone un nodo geopolitico di dimensioni rilevanti: un nodo di cui il presidente americano dovrebbe rendersi conto a maggior ragione dopo il recente vertice Nato di Vilnius.
Non solo. Oltre a stabilizzare economicamente la Tunisia, Bruxelles e Washington dovrebbero anche coordinarsi per esercitare delle pressioni politico-diplomatiche sullo stesso Saied. Che quest’ultimo sia un leader controverso, è fuori discussione. Si nutrono, inoltre, dubbi su di lui soprattutto in materia di contrasto all’immigrazione clandestina. Un tema, questo, rispetto a cui l’Ue, sulla base del memorandum, mobiliterà 105 milioni di euro, mentre la guardia costiera tunisina verrà rafforzata. Tuttavia, secondo fonti comunitarie, Saied si sarebbe impegnato soltanto nel rimpatrio dei migranti tunisini e non di quelli subsahariani. Inoltre, nel recente passato, il presidente della Tunisia ha espresso delle posizioni ambigue sulla questione migratoria: posizioni che hanno indotto a pensare che il diretto interessato voglia usare questo dossier come strumento di pressione sull’Ue (secondo dinamiche già viste in passato con Recep Tayyip Erdogan). È, dunque, per questo che, di pari passo alla stabilizzazione economica del Paese, Bruxelles e Washington dovrebbero portare avanti un’azione politica combinata che impedisca a Saied eventuali comportamenti ricattatori nei confronti dell’Occidente.
Il punto alla fine risiede nel fatto che, per quanto assai controverso, il presidente tunisino è un interlocutore ineludibile. Ricordiamo sempre che l’alternativa al suo potere è Ennahda: movimento islamista, gravitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non parliamo, insomma, di una garanzia di stabilità e di affidabilità né di un partito liberaldemocratico. «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità», aveva non a caso detto a marzo il titolare della Farnesina, Antonio Tajani.
Bruxelles dovrebbe, insomma, muoversi con un approccio geopolitico. Al di là dell’enfasi posta domenica da Ursula von der Leyen sugli accordi tra Ue e Tunisi in materia di ambientalismo ed Erasmus, con Saied bisogna trattare pragmaticamente, mettendo in campo tutti gli strumenti politico-diplomatici necessari per evitare di farsi mettere sotto pressione da lui. Con questi interlocutori, controversi ma ineludibili, bisogna negoziare in modo serrato e finanche spregiudicato: le verniciate green e politicamente corrette servono a poco, se non a indebolire la nostra posizione negoziale.
O l’Ue comincia finalmente a capirlo o continuerà a subire gli eventi anziché cercare di dirigerli. Ma, per essere incisiva, quella stessa Ue ha bisogno di una visione geopolitica chiara e, soprattutto, di una riforma della propria governance. Bisognerà, infatti, vedere se tutti i 27 Paesi membri accetteranno il memorandum di domenica. Il premier olandese, Mark Rutte, si è detto «fiducioso» che ciò avvenga, ma non è scontato. Qualcuno - vedi la Francia - potrebbe mettersi di mezzo solo per fare uno sgambetto politico a Giorgia Meloni.
Ecco che, dunque, il complicato dossier tunisino sta facendo riemergere due problemi rilevanti per l’Occidente: la fiacca leadership internazionale di Biden e un sistema inadeguato di governance europea. Sul Mediterraneo, Washington e Bruxelles dovrebbero seguire la strada indicata oggi da Roma. Speriamo lo facciano. In fretta e fino in fondo. Senza miopie o tentennamenti.
A sindaci e governatori di sinistra non interessa fermare gli sbarchi
Che il sistema dell’accoglienza, in Italia, non stia funzionando a dovere lo certificano i governatori delle Regioni. La macro divisione che vuole quelli di centrosinistra favorevoli ad avere ancora più autonomia nel decidere le collocazioni e quelli di centrodestra che si lamentano del sistema di accoglienza diffusa in essere oggi è vera, ma fino a un certo punto. Perché ci sono distinguo, aperture o semi chiusure, attacchi fratricidi che contribuiscono a rendere ancor più caotica, se possibile, la situazione mentre anche ieri, sulle coste siciliane, sono arrivate 547 persone in 15 sbarchi differenti.
A far deflagrare le polemiche è stata una nota, attribuita ad «ambienti dei governatori», diffusa dalle agenzie proprio mentre Giorgia Meloni si accingeva a firmare gli accordi con la Tunisia: «Sulla collocazione dei migranti nei territori bisogna evitare decisioni calate dall’alto». Il Viminale e il commissario straordinario sul tema, Valerio Valenti, hanno cercato subito di gettare benzina sul fuoco. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, temendo uno smottamento nella catena istituzionale, ha, però, voluto sentire direttamente il presidente della Conferenza delle Regioni, il friulano Massimiliano Fedriga. Che al titolare del Viminale e in diretta tv a La7, a L’aria che tira, ha smentito di essere autore dell’attacco al governo. Salvo poi sganciare la bomba: «L’accoglienza diffusa è un fallimento, impedisce qualsiasi tipo di controllo e sparpaglia sui territori migliaia di persone», ha detto Fedriga. Sembra quasi di sentire parlare Giorgio Gori, il sindaco Pd-chic di Bergamo, che nei giorni scorsi ha twittato: «L’attuale governo è incapace di gestire i flussi migratori, di organizzare un’accoglienza dignitosa, di attivare politiche di formazione e di integrazione. Qui siamo allo sbando: sbarchi fuori controllo e nessuna capacità di governare il fenomeno. Tutto si scarica sui territori, alimentando la “fabbrica di clandestini” che produce sfruttamento, degrado e insicurezza».
Vuoi non mettere, alla fine, un attacco a Elly Schlein? No, infatti: «Ma perché il Pd non dice che gli sbarchi sono più che raddoppiati? Questo deve dire con forza il Pd». Ma non lo fa: il diritto a non essere invasi deve essere uno di quelli non ricompreso nel pantheon arcobaleno del s egretario dem. Che il fronte più caldo sulla questione sia quello dei governatori leghisti è plasticamente rappresentato dalle parole usate da Luca Zaia: «L’accordo con la Tunisia non basta ma aiuta, almeno questi accordi danno un minimo di visione». E poi lancia il modello Veneto dell’accoglienza: «Abbiamo proposto un protocollo che prevede una cabina di regia nella quale convergano Regione e Anci. È stato approvato dal ministero degli Interni. Se lasciamo fare alle prefetture in autonomia qualche tendopoli da qualche parte la faranno. Poi, se qualcuno mi spiega come possa tutta l’Africa starci in Italia, e questa parte di Africa starci in Veneto, allora gli diamo il premio Nobel».
Posizione simile, anche se con toni più concilianti, è stata presa dal governatore del Piemonte, Alberto Cirio (Fi). Resta, nonostante tutto, un accanito fan dell’immigrazione, con una spruzzata cerchiobottista alla Gori che fa molto law&order, il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Intervenendo a una Festa dell’Unità, lo sfidante sconfitto da Schlein ha detto: «Oggi arriva in Italia un numero di migranti cinque volte superiore rispetto a cinque anni fa. Noi facciamo pochi figli, non ci siamo occupati di natalità è anche questo è un tema. Sistema pensionistico, sanità e scuola pubblica si reggono sui contributi dei lavoratori attivi che, però, stanno diminuendo. L’immigrazione deve essere continua ma regolata, controllata, di modo da dare opportunità a tutti. Chi delinque deve essere punito, su questo non ci piove».
Un sì convinto all’immigrazione arriva anche dal governatore della Toscana, Eugenio Giani: «Il sistema toscano avrà capacità di accoglienza e integrazione ma vogliamo criteri giusti. L’attribuzione del numero di migranti sulla base della superficie anziché della popolazione è assolutamente sbagliata».
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Per essere efficaci, Washington deve sbloccare il prestito Fmi da 1,9 miliardi di dollari per allontanare Kais Saied da Cina e Russia. E poi serve che tutti i 27 Paesi membri dell’Unione approvino il memorandum: qualcuno (Francia?) può fare uno sgambetto.Segnale all’esecutivo dalle Regioni del Nord: «L’accoglienza diffusa non funziona».Lo speciale contiene due articoli.Il memorandum d’intesa dell’altro ieri tra l’Ue e la Tunisia costituisce una svolta significativa. Va subito detto che, per il governo italiano, questo documento rappresenta un passo avanti, soprattutto se si tiene conto del fatto che, fino a pochi mesi fa, le alte sfere di Bruxelles non sembravano granché interessate all’urgente dossier tunisino. Il lavoro di pressing attuato dal nostro esecutivo ha, quindi, fatto sì che la Commissione europea si accorgesse pienamente del problema e iniziasse finalmente a muoversi per cercare di risolverlo. Non a caso, la politica estera del governo Meloni ha comprensibilmente posto la stabilizzazione del Nord Africa tra le sue priorità. Se la strada intrapresa sulla Tunisia è quella giusta, ciò non significa che sia del tutto in discesa.Innanzitutto, gran parte degli aiuti finanziari europei (900 milioni di euro) continua a essere subordinata all’erogazione del prestito del Fmi da 1,9 miliardi di dollari: un prestito che è stato congelato in attesa che il governo di Tunisi attui delle riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra minimamente intenzionato a varare. Si tratta di uno scoglio significativo, visto che la stabilizzazione del Paese nordafricano è particolarmente urgente. Il rischio è, infatti, che una bomba migratoria possa abbattersi sulle nostre coste nel breve termine. Sotto questo aspetto, sarebbe utile che l’Ue esercitasse delle pressioni diplomatiche sull’amministrazione Biden, per convincerla ad abbandonare le sue rigidità nei confronti di Saied. È vero che l’attuale presidente americano deve affrontare grattacapi di politica interna, visto che alcuni settori del Partito democratico nutrono ostilità verso il capo di Stato tunisino. Tuttavia l’Ue avrebbe degli ottimi argomenti per persuadere Joe Biden a favorire il prestito del Fmi.L’eccessiva rigidità del Fondo rischia, infatti, di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: a febbraio Tunisi ha incrementato l’import di prodotti petroliferi russi, mentre Pechino si è recentemente detta favorevole a includere la Tunisia nei Brics. È, dunque, chiaro che, qualora l’influenza sino-russa si rafforzasse sul Paese nordafricano, ciò rischierebbe di mettere sotto pressione il fianco meridionale dell’Alleanza atlantica. Biden dovrebbe, quindi, capire che si pone un nodo geopolitico di dimensioni rilevanti: un nodo di cui il presidente americano dovrebbe rendersi conto a maggior ragione dopo il recente vertice Nato di Vilnius.Non solo. Oltre a stabilizzare economicamente la Tunisia, Bruxelles e Washington dovrebbero anche coordinarsi per esercitare delle pressioni politico-diplomatiche sullo stesso Saied. Che quest’ultimo sia un leader controverso, è fuori discussione. Si nutrono, inoltre, dubbi su di lui soprattutto in materia di contrasto all’immigrazione clandestina. Un tema, questo, rispetto a cui l’Ue, sulla base del memorandum, mobiliterà 105 milioni di euro, mentre la guardia costiera tunisina verrà rafforzata. Tuttavia, secondo fonti comunitarie, Saied si sarebbe impegnato soltanto nel rimpatrio dei migranti tunisini e non di quelli subsahariani. Inoltre, nel recente passato, il presidente della Tunisia ha espresso delle posizioni ambigue sulla questione migratoria: posizioni che hanno indotto a pensare che il diretto interessato voglia usare questo dossier come strumento di pressione sull’Ue (secondo dinamiche già viste in passato con Recep Tayyip Erdogan). È, dunque, per questo che, di pari passo alla stabilizzazione economica del Paese, Bruxelles e Washington dovrebbero portare avanti un’azione politica combinata che impedisca a Saied eventuali comportamenti ricattatori nei confronti dell’Occidente. Il punto alla fine risiede nel fatto che, per quanto assai controverso, il presidente tunisino è un interlocutore ineludibile. Ricordiamo sempre che l’alternativa al suo potere è Ennahda: movimento islamista, gravitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non parliamo, insomma, di una garanzia di stabilità e di affidabilità né di un partito liberaldemocratico. «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità», aveva non a caso detto a marzo il titolare della Farnesina, Antonio Tajani.Bruxelles dovrebbe, insomma, muoversi con un approccio geopolitico. Al di là dell’enfasi posta domenica da Ursula von der Leyen sugli accordi tra Ue e Tunisi in materia di ambientalismo ed Erasmus, con Saied bisogna trattare pragmaticamente, mettendo in campo tutti gli strumenti politico-diplomatici necessari per evitare di farsi mettere sotto pressione da lui. Con questi interlocutori, controversi ma ineludibili, bisogna negoziare in modo serrato e finanche spregiudicato: le verniciate green e politicamente corrette servono a poco, se non a indebolire la nostra posizione negoziale.O l’Ue comincia finalmente a capirlo o continuerà a subire gli eventi anziché cercare di dirigerli. Ma, per essere incisiva, quella stessa Ue ha bisogno di una visione geopolitica chiara e, soprattutto, di una riforma della propria governance. Bisognerà, infatti, vedere se tutti i 27 Paesi membri accetteranno il memorandum di domenica. Il premier olandese, Mark Rutte, si è detto «fiducioso» che ciò avvenga, ma non è scontato. Qualcuno - vedi la Francia - potrebbe mettersi di mezzo solo per fare uno sgambetto politico a Giorgia Meloni.Ecco che, dunque, il complicato dossier tunisino sta facendo riemergere due problemi rilevanti per l’Occidente: la fiacca leadership internazionale di Biden e un sistema inadeguato di governance europea. Sul Mediterraneo, Washington e Bruxelles dovrebbero seguire la strada indicata oggi da Roma. Speriamo lo facciano. In fretta e fino in fondo. Senza miopie o tentennamenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/europa-usa-spine-accordi-tunisi-2662292238.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-sindaci-e-governatori-di-sinistra-non-interessa-fermare-gli-sbarchi" data-post-id="2662292238" data-published-at="1689651297" data-use-pagination="False"> A sindaci e governatori di sinistra non interessa fermare gli sbarchi Che il sistema dell’accoglienza, in Italia, non stia funzionando a dovere lo certificano i governatori delle Regioni. La macro divisione che vuole quelli di centrosinistra favorevoli ad avere ancora più autonomia nel decidere le collocazioni e quelli di centrodestra che si lamentano del sistema di accoglienza diffusa in essere oggi è vera, ma fino a un certo punto. Perché ci sono distinguo, aperture o semi chiusure, attacchi fratricidi che contribuiscono a rendere ancor più caotica, se possibile, la situazione mentre anche ieri, sulle coste siciliane, sono arrivate 547 persone in 15 sbarchi differenti. A far deflagrare le polemiche è stata una nota, attribuita ad «ambienti dei governatori», diffusa dalle agenzie proprio mentre Giorgia Meloni si accingeva a firmare gli accordi con la Tunisia: «Sulla collocazione dei migranti nei territori bisogna evitare decisioni calate dall’alto». Il Viminale e il commissario straordinario sul tema, Valerio Valenti, hanno cercato subito di gettare benzina sul fuoco. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, temendo uno smottamento nella catena istituzionale, ha, però, voluto sentire direttamente il presidente della Conferenza delle Regioni, il friulano Massimiliano Fedriga. Che al titolare del Viminale e in diretta tv a La7, a L’aria che tira, ha smentito di essere autore dell’attacco al governo. Salvo poi sganciare la bomba: «L’accoglienza diffusa è un fallimento, impedisce qualsiasi tipo di controllo e sparpaglia sui territori migliaia di persone», ha detto Fedriga. Sembra quasi di sentire parlare Giorgio Gori, il sindaco Pd-chic di Bergamo, che nei giorni scorsi ha twittato: «L’attuale governo è incapace di gestire i flussi migratori, di organizzare un’accoglienza dignitosa, di attivare politiche di formazione e di integrazione. Qui siamo allo sbando: sbarchi fuori controllo e nessuna capacità di governare il fenomeno. Tutto si scarica sui territori, alimentando la “fabbrica di clandestini” che produce sfruttamento, degrado e insicurezza». Vuoi non mettere, alla fine, un attacco a Elly Schlein? No, infatti: «Ma perché il Pd non dice che gli sbarchi sono più che raddoppiati? Questo deve dire con forza il Pd». Ma non lo fa: il diritto a non essere invasi deve essere uno di quelli non ricompreso nel pantheon arcobaleno del s egretario dem. Che il fronte più caldo sulla questione sia quello dei governatori leghisti è plasticamente rappresentato dalle parole usate da Luca Zaia: «L’accordo con la Tunisia non basta ma aiuta, almeno questi accordi danno un minimo di visione». E poi lancia il modello Veneto dell’accoglienza: «Abbiamo proposto un protocollo che prevede una cabina di regia nella quale convergano Regione e Anci. È stato approvato dal ministero degli Interni. Se lasciamo fare alle prefetture in autonomia qualche tendopoli da qualche parte la faranno. Poi, se qualcuno mi spiega come possa tutta l’Africa starci in Italia, e questa parte di Africa starci in Veneto, allora gli diamo il premio Nobel». Posizione simile, anche se con toni più concilianti, è stata presa dal governatore del Piemonte, Alberto Cirio (Fi). Resta, nonostante tutto, un accanito fan dell’immigrazione, con una spruzzata cerchiobottista alla Gori che fa molto law&order, il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Intervenendo a una Festa dell’Unità, lo sfidante sconfitto da Schlein ha detto: «Oggi arriva in Italia un numero di migranti cinque volte superiore rispetto a cinque anni fa. Noi facciamo pochi figli, non ci siamo occupati di natalità è anche questo è un tema. Sistema pensionistico, sanità e scuola pubblica si reggono sui contributi dei lavoratori attivi che, però, stanno diminuendo. L’immigrazione deve essere continua ma regolata, controllata, di modo da dare opportunità a tutti. Chi delinque deve essere punito, su questo non ci piove». Un sì convinto all’immigrazione arriva anche dal governatore della Toscana, Eugenio Giani: «Il sistema toscano avrà capacità di accoglienza e integrazione ma vogliamo criteri giusti. L’attribuzione del numero di migranti sulla base della superficie anziché della popolazione è assolutamente sbagliata».
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?