L’India ha assunto ufficialmente la presidenza dei Brics il 1° gennaio 2026, prendendo il timone del gruppo in una fase segnata da forti tensioni commerciali globali e da un quadro geopolitico in rapido mutamento. Il passaggio di consegne è avvenuto dal Brasile e affida ora a Nuova Delhi la guida di un blocco allargato a dieci Paesi, chiamato a muoversi in un contesto economico instabile.
Il primo ministro Narendra Modi ha delineato per il mandato indiano una visione definita «humanity-first», proponendo una rilettura dell’acronimo Brics come Building Resilience and Innovation for Cooperation and Sustainability. Un’impostazione che punta a rafforzare il ruolo e la voce del cosiddetto Global South, in continuità con l’approccio adottato dall’India durante la sua presidenza del G20, fortemente orientata ai temi dello sviluppo.
La leadership indiana si inserisce inoltre in un momento di rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti, deterioratisi dopo la rielezione di Donald Trump. Nel 2025, l’amministrazione americana ha imposto dazi elevati su alcune esportazioni indiane, un fattore che spinge Nuova Delhi a utilizzare il foro Brics per promuovere una linea di «realismo commerciale». Tra i punti chiave figurano il ricorso a regolamenti in valuta locale, la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense e la contrarietà a barriere commerciali unilaterali.
La presidenza del 2026 assume un peso particolare perché è la prima esercitata dall’India alla guida del formato Brics+, ampliato con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, che si affiancano ai membri fondatori Russia, Cina e Sudafrica. Nuova Delhi ha individuato quattro priorità centrali per il suo mandato: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Tra i dossier su cui concentrare l’azione figurano lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche digitali, il finanziamento climatico a favore dei Paesi in via di sviluppo e la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il banco di prova politico sarà il 18° vertice Brics, atteso nel corso dell’anno proprio a New Delhi. L’appuntamento servirà a misurare la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica, bilanciando i rapporti con le grandi potenze e proponendosi al tempo stesso come ponte tra il mondo sviluppato e il Global South.
In Bulgaria l’adesione all'Euro divide il popolo: in molti avrebbero tenuto il lev
Da oggi primo gennaio la Bulgaria utilizza ufficialmente l’euro, diventando il ventunesimo Stato membro dell’Unione europea ad adottare la moneta unica. A quasi vent’anni dall’ingresso nell’Ue, Sofia archivia il lev e completa un percorso di integrazione avviato nel 2007 e formalizzato con la decisione adottata la scorsa estate, che ha fissato il tasso di conversione irrevocabile a 1,95583 lev per un euro.
Con l’adozione della moneta unica, la Banca nazionale di Bulgaria entra a pieno titolo nell’Eurosistema e il suo governatore prende posto nel Consiglio direttivo della Banca centrale europea. La Bce ha celebrato l’ingresso di Sofia proiettando un’installazione luminosa sulla facciata della sede di Francoforte, come simbolo dell’unità dei 358 milioni di cittadini che utilizzano l’euro.
«Un caloroso benvenuto alla Bulgaria nella famiglia dell’euro», ha dichiarato la presidente della Bce Christine Lagarde, sottolineando come la moneta unica rappresenti un segno concreto della capacità europea di agire insieme e di affrontare un contesto geopolitico segnato da forti incertezze. In un messaggio diffuso sui social, Lagarde ha anche evocato simbolicamente un brindisi con un vino bulgaro per salutare l’ingresso del nuovo Paese membro.
Dal punto di vista istituzionale, l’adesione comporta l’ingresso della banca centrale bulgara nel Meccanismo di vigilanza unico, sebbene una cooperazione rafforzata fosse già attiva dal 2020. La Bce assume ora la vigilanza diretta su quattro istituti bancari significativi e la supervisione di altri diciassette enti meno rilevanti. Sofia partecipa inoltre ai servizi Target dell’Eurosistema, che garantiscono la circolazione di pagamenti, titoli e garanzie in tutta l’area euro. Le controparti bulgare potranno accedere alle operazioni di mercato aperto annunciate dalla Bce a partire dal 2026.
Sul piano economico, secondo la stessa Lagarde, l’euro dovrebbe favorire scambi più fluidi, ridurre i costi di finanziamento e contribuire a una maggiore stabilità dei prezzi, con risparmi stimati per le imprese legati alla fine delle commissioni di cambio. L’impatto sull’inflazione, sempre secondo la Bce, dovrebbe essere contenuto e temporaneo.
L’ingresso nell’eurozona avviene però in un contesto interno complesso. In Bulgaria il passaggio alla moneta unica divide l’opinione pubblica: secondo i sondaggi, una parte consistente della popolazione avrebbe preferito mantenere il lev, considerato da molti un simbolo di stabilità dopo le crisi degli anni Novanta. Le preoccupazioni riguardano soprattutto il possibile aumento dei prezzi, timore alimentato anche dalle forze politiche euroscettiche e dall’estrema destra.
Il dibattito sulla moneta si intreccia con una fase di forte instabilità politica. Il Paese è reduce da ripetute tornate elettorali, proteste contro la corruzione e dalla caduta dell’ultimo governo. Le tensioni sociali restano elevate, in un quadro segnato da profonde disuguaglianze territoriali: se da un lato l’economia è cresciuta sensibilmente dall’ingresso nell’Ue, dall’altro la Bulgaria rimane il Paese più povero dell’Unione.
Allargando lo sguardo, l’adozione dell’euro assume anche un significato geopolitico. Per i sostenitori, rappresenta un ulteriore ancoraggio all’Occidente e all’Unione europea; per i critici, un passaggio che rischia di accentuare le fratture interne, anche alla luce delle campagne di disinformazione filorusse che hanno accompagnato il dibattito.
Nonostante le resistenze, Bruxelles guarda all’ingresso di Sofia come all’inizio di una nuova fase. «L’adozione dell’euro apre un capitolo di nuove opportunità», ha commentato il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis, salutando l’ingresso della Bulgaria nell’area della moneta unica.
L’Ue continua a usare il tabacco per forzare la mano sulle sovranità nazionali. Aveva tentato di scavalcare i ministeri nazionali imponendo normative con la sponda dell’Oms e adesso la Commissione interviene direttamente sui budget fiscali. La riforma europea sulle accise del tabacco, attualmente in discussione a Bruxelles, potrebbe segnare una svolta senza precedenti: una parte delle entrate fiscali derivanti da sigarette, tabacco riscaldato e prodotti della nicotina non finirebbero più nelle casse degli Stati membri, ma direttamente nel bilancio dell’Unione europea. In pratica, sarebbe Bruxelles a incassare i proventi, sottraendoli ai governi nazionali. A rivelarlo è un documento riservato, trapelato grazie ai parlamentari tedeschi, secondo cui la Commissione europea presenterà una proposta ufficiale sulle cosiddette «risorse proprie» mercoledì prossimo. Secondo le ipotesi allo studio, si legge esplicitamente, «nuove fonti di risorse proprie si potrebbero sviluppare dove appropriato, per esempio attraverso le imposte sul tabacco».
Il dossier sarebbe gestito direttamente da Ursula von der Leyen e dal commissario Piotr Serafin. Per gli altri commissari solo un accesso veloce agli atti. La consultazione interna sarebbe durata appena 24 ore, tempo in cui i funzionari avrebbero dovuto analizzare un testo di 100 pagine con impatti significativi su agricoltura, industria, salute pubblica e finanze statali.
La proposta è destinata ad accendere un forte dibattito per due motivi. Primo, secondo alcune indiscrezioni la Von der Leyen vorrebbe provare a far passare la riforma con la sola maggioranza qualificata stracciando così tutte le regole a tutela del budget comunitario. Secondo motivo, i prodotti del tabacco e della nicotina sono infatti una fonte fondamentale di gettito per gli Stati membri. Stime indicano in circa 15 miliardi l’ammontare delle risorse che, se questa proposta vedesse la luce, sarebbero sottratte ai governi nazionali, già alle prese con il Patto di stabilità.
Già nei giorni scorsi, l’ipotesi di una revisione della tassazione dei prodotti del tabacco e della nicotina, paventata da un documento interno di Bruxelles trapelato alla stampa, aveva generato forti perplessità. La proposta prevedeva aumenti per la tassazione delle sigarette fino al 139%; per i tabacchi trinciati fino al 258%; per i sigari un +1.090%, senza risparmiare nemmeno i prodotti di nuova generazione (tabacco riscaldato, sigarette elettroniche, bustine di nicotina). Un’ipotesi che per i consumatori italiani, si tradurrebbe in un aumento dei prezzi di oltre il 20% (ben oltre 1 euro a pacchetto sia nel caso delle sigarette che per i prodotti a tabacco riscaldato). Secondo le stime della stessa Ue, tali incrementi comporterebbero un aumento dell’inflazione di oltre mezzo punto percentuale. È chiaro che se lo schema dovesse passare, si aprirebbe una crepa nella sovranità fiscale dei Paesi. A oggi il gettito Iva, ad esempio, viene raccolto dai singoli governi e poi girato a Bruxelles secondo quote e proporzioni frutto di trattati. Con il tabacco saremmo di fronte a una terra incognita. Quali criteri di proporzione tra i singoli Stati? Al momento non è dato sapere e non a caso, se le indiscrezioni che arrivano dalla Germania fossero vere, la scelta sarebbe quella di secretare alla faccia della trasparenza.
A questo punto bisogna vedere che succederà da qui al prossimo mercoledì quali Paesi bloccheranno il blitz. Cercherà veramente la Commissione di imporre una novità sostanziale per il budget tramite maggioranza qualificata? L’idea di dare, da un lato, una brusca impennata alla tassazione dei prodotti del tabacco e della nicotina, e dall’altro, di trasferire le risorse fiscali dagli Stati membri alla burocrazia di Bruxelles, ha già generato le prime forte proteste.
Nei giorni scorsi, il ministro delle Finanze svedese, Elisabeth Svantesson, ha criticato duramente la proposta su X: «Le indiscrezioni indicano che la Commissione presenterà una nuova direttiva sul tabacco la prossima settimana. È del tutto inaccettabile per il governo svedese». Il riferimento è soprattutto allo snus bianco, prodotto molto diffuso in Svezia, che verrebbe colpito da un forte aumento delle tasse. «Il gettito fiscale», ha aggiunto, «deve restare ai singoli Paesi, non finire nelle mani della burocrazia europea». Non sono dettagli e pensare che siccome il tabacco è un settore aggredibile con la scusa del salutismo sarebbe un errore fatale. Si aggredisce il tabacco perché l’opinione pubblica non lo difende, ma poi in un attimo si arriva a ribaltare tutte le regole fiscali dell’Ue. Ecco perché serve vigilare.





