Autostrade, Hra sottoscrive il closing su Aspi con un assegno da 8 miliardi

Firmato il closing per il passaggio dell88% di Autostrade da Atlantia a Hra
Holding Reti Autostradali (HRA) si è attrezzata per tempo e ha firmato il closing con Atlantia per acquistare l’88% di Autostrade con un assegno da 8.239.850.000. La somma è stata deliberata dall’assemblea della holding HRA svoltasi alle 12 di martedì 3 maggio davanti al notaio Nicola Atlante di Roma.
HRA è controllata al 51% da Cdp Equity al 24,5% da Macquarie tramite Italian Motorway Holdings S.a r.l. e al 24,5% da Blackstone tramite BIP Miro (Lux) SCSp e BIP-V Miro (Lux) SCSp. Cassa ha versato 4,2 miliardi avendo azioni A, Macquarie 2,018 miliardi in azioni C, Blackstone 2,108 miliardi in azioni B. L’assemblea ha provveduto alle modifiche statutarie per riflettere e dare esecuzione agli accordi di governance tra i soci di della nuova holding di controllo.
«L’importo del capitale e il numero delle azioni in cui è suddiviso, - si legge nel verbale di cui Verità & Affari è venuto in possesso - le modalità di amministrazione e la composizione dell’organo amministrativo che sarà rappresentato da un consiglio di 8 membri, le modalità di nomina dei consiglieri d’amministrazione e dei sindaci, i poteri dell’organo amministrativo, la spettanza della legale rappresentanza; clausole relative ad alcune definizioni, alla circolazione delle azioni (prevedendo un periodo di lock up, un diritto di prima offerta, un diritto di gradimento, la disciplina della sindacazione), quorum particolari per l’adozione di alcune delibere assembleari e di consiglio, clausole per superare casi di stallo decisionale».
GLI ACCORDI
Vediamo le novità salienti. Cdp ha il diritto di cedere una parte minoritaria della sua quota (fino al 25%) a uno o più primari investitori italiani, premesso che in caso di fondo di investimento la sgr debba essere domiciliata in Italia. Cassa deve completare la sindacazione con i nuovi partner italiani entro l’11 dicembre 2022. Le delibere sulle materia rilevanti devono avere l’ok di una maggioranza di consiglieri comprendente i rappresentanti le tre categorie di azioni.
Se per due sedute successive del board l’esponente di una categoria dovesse disertare, alla terza riunione sarà necessaria una maggioranza che escluda quel socio assente. Le stesse modalità di votazione sono richieste per una delibera riguardante la quotazione in borsa di Aspi.
Altro articolo di rilievo è quello che disciplina la nomina del cda di Aspi gestita da un consiglio di amministrazione dove ciascuna classe di azioni titolare di una partecipazione nel capitale pari o superiore all’15% avrà il diritto di fornire istruzioni affinché la società designi 1 (uno) membro non indipendente del consiglio di ASPI per ciascuna partecipazione pari all’11,15%; HRA designerà tanti amministratori indipendenti nel cda di ASPI quanti indicati nelle istruzioni delle classi di azioni, ciascuna delle quali avrà il diritto di fornire istruzioni per designare un numero di amministratori indipendenti pari alla metà del numero di amministratori che tale classe di azioni ha diritto di designare nel cda.
Fintanto che Cdp avrà la maggioranza, conserverà il diritto di fornire istruzioni affinché la società nomini, tra gli amministratori di Aspi nominati da detta classe di maggioranza, il presidente del cda di Aspi. nel caso in cui la classe di azioni a non sia in maggioranza, il presidente del cda di Aspi sarà designato dalla società su istruzioni da tutte le classi di azioni che rappresentino, ciascuna, una classe qualificata.
La risposta alla lettera inviata dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen per chiedere margini di flessibilità fiscale per contrastare il rialzo dei prezzi dell’energia non arriverà attraverso le parole del presidente della Commissione europea, ma in maniera più ufficiale, ovvero, come riporta l’Agi, con la presentazione del pacchetto-primavera del Semestre europeo, che verrà presentato oggi.
Il pacchetto di primavera del Semestre europeo, ricordiamolo, è l’insieme di documenti e raccomandazioni di politica economica e di bilancio adottato annualmente dalla Commissione europea, che traccia analisi socioeconomiche di ciascuno Stato membro e fornisce orientamenti mirati per garantire finanze pubbliche stabili, competitività e crescita.
Bene: la Commissione europea concederà un margine dello 0,3% per investimenti in energia all’interno dell’1,5% previsto per le spese per la difesa all’interno della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità. La direzione è quella auspicata da Giorgia Meloni, che alcune settimane fa, chiedendo con forza che una parte della flessibilità garantita dalla Commissione per le spese per la difesa potesse essere destinata a fronteggiare il caro carburanti, che con tutte le ricadute sull’economia ha un effetto pesantissimo sull’intera economia, pronunciò una frase di rara efficacia: «Se non ho più una nazione, non serve difenderla». La flessibilità per le spese destinate all’energia, a quanto si apprende, sarà concessa per tre anni, dal 2026 al 2028, per un massimo dello 0,3% sul totale dell’1,5% di spazio consentito per le spese per la difesa all’interno della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità. Si tratta di circa 7 miliardi di euro l’anno, per un massimo del doppio in tre anni: una cifra non trascurabile.
Si va dunque nella direzione giusta, anche se ora inizia il solito iter iper complesso della burocrazia di Bruxelles: a quanto apprende La Verità, questa possibilità verrà citata nello «chapeau» delle raccomandazioni del semestre, che dovranno poi passare l’esame del Comitato politica economica, del Coreper, dell’Ecofin, e del Consiglio europeo. Uno sviluppo positivo, quindi, che andrà poi consolidato nelle prossime settimane lavorando sugli Stati membri della Ue. La proposta di Giorgia Meloni fa breccia in quello che sembrava un muro di gomma eretto dalla Commissione, ma attenzione: ci sono comunque degli aspetti tecnici da tenere in considerazione. Le indiscrezioni circolate a Bruxelles nelle ultime ore, infatti, raccontano di rigidi paletti per poter usufruire di questa flessibilità, che sarà concessa solo per quegli investimenti che vadano nella direzione della famigerata transizione dalle fonti fossili, e non per misure di sussidio alla domanda di energia da queste stesse fonti. Sostegno dunque a investimenti in veicoli elettrici, pannelli solari, reti elettriche e sistemi di accumulo, misure di efficienza energetica e ampliamento della capacità produttiva delle energie pulite. Nessun quattrino, stando alle indiscrezioni, potrà arrivare da questa flessibilità a misure sostegno di consumi di petrolio e gas attraverso sussidi generalizzati. Non potranno neanche essere inseriti nel conteggio programmi già esistenti o sussidi preesistenti: la flessibilità riguarderà esclusivamente nuove misure adottate dopo il febbraio 2026 con obblighi di rendicontazione dettagliati per evitare riclassificazioni di spese già previste.
A quanto riporta l’Ansa, le deroghe per l’energia saranno attivate seguendo la stessa procedura della clausola di salvaguardia per la difesa: gli Stati interessati dovranno presentare una richiesta formale, alla quale seguiranno una proposta della Commissione e l’approvazione del Consiglio Ue, per la quale serve la maggioranza qualificata, L’iter, come dicevamo, è estremamente farraginoso e richiederà dunque diversi passaggi: per arrivare alla operatività effettiva si dovrà attendere il prossimo autunno.
Bicchiere mezzo pieno (di benzina) o mezzo vuoto? Parliamoci chiaro: se lo spazio di flessibilità per contrastare il caro energia sarà sottoposto a una serie di vincoli tali da renderlo poco utile ad affrontare presto e bene la crisi attuale, allora saremo di fronte a un pannicello caldo. Se invece, anche attraverso il dialogo con gli altri Stati, si riuscirà a far capire alla Commissione europea che un paziente che arriva in ospedale in codice rosso non può essere operato tra sei mesi e senza poter utilizzare il bisturi, allora la misura darà effettivo respiro all’economia. «È un mese che stiamo lavorando e sento dire che non otterremo niente. È un percorso lungo e complicato, vediamo come va a finire», ha detto ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
Intanto ieri la Borsa di Milano ha battuto il suo record: il Ftse Mib è cresciuto dell’1,61% a quota 50.578 punti, livello mai raggiunto dal principale indice milanese. Fortissimi acquisti per Stm, che ha rivisto le stime sui data center: il titolo è salito del 15,1% nel finale a 68,26 euro, al suo massimo storico. I ricavi previsti dal gruppo quest’anno salgono da 500 milioni a 1 miliardo e potrebbero raddoppiare nel 2027.
Il Pd chiama e la Cgil risponde. Anzi anticipa. La proposta del segretario dem, Elly Schlein, di una patrimoniale, inizialmente europea ma che avrebbe una replica anche a livello nazionale, non è un concetto nuovo alla sinistra. Al momento Giuseppe Conte non si espone in dichiarazioni nette, ma preferisce monitorare l’impatto sugli elettori, vedere che aria tira, annusare le reazioni e esaminare i periodici sondaggi sulle preferenze.
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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