2022-05-06
Autostrade, Hra sottoscrive il closing su Aspi con un assegno da 8 miliardi

Firmato il closing per il passaggio dell88% di Autostrade da Atlantia a Hra
Holding Reti Autostradali (HRA) si è attrezzata per tempo e ha firmato il closing con Atlantia per acquistare l’88% di Autostrade con un assegno da 8.239.850.000. La somma è stata deliberata dall’assemblea della holding HRA svoltasi alle 12 di martedì 3 maggio davanti al notaio Nicola Atlante di Roma.
HRA è controllata al 51% da Cdp Equity al 24,5% da Macquarie tramite Italian Motorway Holdings S.a r.l. e al 24,5% da Blackstone tramite BIP Miro (Lux) SCSp e BIP-V Miro (Lux) SCSp. Cassa ha versato 4,2 miliardi avendo azioni A, Macquarie 2,018 miliardi in azioni C, Blackstone 2,108 miliardi in azioni B. L’assemblea ha provveduto alle modifiche statutarie per riflettere e dare esecuzione agli accordi di governance tra i soci di della nuova holding di controllo.
«L’importo del capitale e il numero delle azioni in cui è suddiviso, - si legge nel verbale di cui Verità & Affari è venuto in possesso - le modalità di amministrazione e la composizione dell’organo amministrativo che sarà rappresentato da un consiglio di 8 membri, le modalità di nomina dei consiglieri d’amministrazione e dei sindaci, i poteri dell’organo amministrativo, la spettanza della legale rappresentanza; clausole relative ad alcune definizioni, alla circolazione delle azioni (prevedendo un periodo di lock up, un diritto di prima offerta, un diritto di gradimento, la disciplina della sindacazione), quorum particolari per l’adozione di alcune delibere assembleari e di consiglio, clausole per superare casi di stallo decisionale».
GLI ACCORDI
Vediamo le novità salienti. Cdp ha il diritto di cedere una parte minoritaria della sua quota (fino al 25%) a uno o più primari investitori italiani, premesso che in caso di fondo di investimento la sgr debba essere domiciliata in Italia. Cassa deve completare la sindacazione con i nuovi partner italiani entro l’11 dicembre 2022. Le delibere sulle materia rilevanti devono avere l’ok di una maggioranza di consiglieri comprendente i rappresentanti le tre categorie di azioni.
Se per due sedute successive del board l’esponente di una categoria dovesse disertare, alla terza riunione sarà necessaria una maggioranza che escluda quel socio assente. Le stesse modalità di votazione sono richieste per una delibera riguardante la quotazione in borsa di Aspi.
Altro articolo di rilievo è quello che disciplina la nomina del cda di Aspi gestita da un consiglio di amministrazione dove ciascuna classe di azioni titolare di una partecipazione nel capitale pari o superiore all’15% avrà il diritto di fornire istruzioni affinché la società designi 1 (uno) membro non indipendente del consiglio di ASPI per ciascuna partecipazione pari all’11,15%; HRA designerà tanti amministratori indipendenti nel cda di ASPI quanti indicati nelle istruzioni delle classi di azioni, ciascuna delle quali avrà il diritto di fornire istruzioni per designare un numero di amministratori indipendenti pari alla metà del numero di amministratori che tale classe di azioni ha diritto di designare nel cda.
Fintanto che Cdp avrà la maggioranza, conserverà il diritto di fornire istruzioni affinché la società nomini, tra gli amministratori di Aspi nominati da detta classe di maggioranza, il presidente del cda di Aspi. nel caso in cui la classe di azioni a non sia in maggioranza, il presidente del cda di Aspi sarà designato dalla società su istruzioni da tutte le classi di azioni che rappresentino, ciascuna, una classe qualificata.
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Alla vigilia del ritorno del Ring di Wagner al Teatro alla Scala, Marco Targa, presidente dell’Associazione Wagneriana Milano, ci introduce nel mondo di uno dei compositori che più hanno influenzato la cultura dei nostri giorni, dal cinema alla letteratura.
Ansa
Se avessero coraggio, oggi sarebbero in piazza per Catherine, allontanata dalla prole non da maschi feroci ma da altre donne. Ed è tempo anche di una presa di posizione forte da parte delle gerarchie ecclesiastiche.
Nel mare di retorica che sentiremo oggi in occasione della Festa della donna, sarebbe di conforto udire - tra le tante banalità - anche qualche parola un filo coraggiosa su una fetta di popolazione che è realmente discriminata e i cui diritti sono regolarmente calpestati. Sono le madri a cui lo Stato italiano toglie i figli, talvolta con l’uso della forza bruta talaltra con mezzi più subdoli.
E qui non c’entrano la mascolinità tossica e il patriarcato che vengono costantemente evocati quali mali profondi della nostra società. No, semmai qui c’entra uno Stato che - come tante istituzioni contemporanee - punta a farsi unica, grande madre pretendendo di educare i figli-cittadini in nome di un bene superiore noto a esso soltanto. Si separano madri e figli con la scusa del «superiore interesse del minore», cioè si sostiene che sia meglio per un bambino uniformarsi alle indicazioni di esperti di varia natura, della società di medicina e psicologia e delle organizzazioni internazionali piuttosto che essere amato ed educato dai suoi genitori, per quanto imperfetti possano essere.
Se avessero un poco di coraggio, oggi tutte le femministe del reame dovrebbero scendere in piazza a sostegno di Catherine Trevallion, simbolo di tutte queste madri separate a forza dalla loro prole. È una donna forte e tenace, con convinzioni robuste e il Tribunale dei minori dell’Aquila la punisce per questo. L’intera ordinanza che venerdì ha disposto il suo allontanamento dalla casa protetta di Vasto in cui da novembre è rimasta assieme ai suoi tre figli è un gigantesco atto di accusa contro di lei. Le rimproverano di essere rigida, di non aver obbedito alle indicazioni dei responsabili della struttura, di avere risposto male alle assistenti sociali. Le rinfacciano di voler vedere i suoi figli e di non volersi piegare dinnanzi alle istituzioni che - a differenza di lei - saprebbero che cosa è meglio per i suoi bambini. Sembra anche che cerchino di mettere suo marito contro di lei, e infatti ieri alcuni quotidiani insistevano sulla differenza di approccio fra Catherine e Nathan e addirittura parlavano di screzi nella coppia. Dopo aver separato genitori e figli, ora tentano di dividere mamma e papà.
Di fronte a questo scempio, dove sono tutte le eroiche paladine dell’indipendenza e della libertà? Dove sono le attiviste che si offendono se un uomo «spiega loro le cose» (è il temibile mansplaining) o se dimostra troppa affettata cavalleria? Tacciono, ovviamente. E, di nuovo, non sono maschi feroci a imporre tutto ciò a una donna coriacea: sono altre donne, giudici e assistenti sociali, curatrici e tutrici.
Se qualcuna parla, fra le varie attiviste e politiche che hanno fatto dell’orgoglio femminile una bandiera, è per lo più per rintracciare a Giorgia Meloni di occuparsi della famiglia nel bosco invece che di chissà che altro, come se questo caso e, più in generale, la giustizia minorile non fossero argomenti pregnanti. La verità è che a queste vestali della correttezza politica interessa un solo tipo di donna: quella che combatte il maschio e lotta a favore dell’aborto, e che magari rifiuta la maternità per principio. Catherine Trevallion è, invece, una donna d’un altro tempo, attaccata alla sua spiritualità e alla sua terra, capace di rinunciare alle lusinghe della modernità per curare la sua famiglia in un ambiente più sano. Scelte che, per la massa, sono sostanzialmente incomprensibili. Chissà, forse se si battesse contro il riscaldamento globale e la tirannia patriarcale può darsi che la sosterrebbero di più. Invece la abbandonano al suo destino.
A manifestare a favore della famiglia nel bosco davanti alla casa protetta di Vasto ieri c’erano donne di destra, persone comuni. Italiane e italiani indignati come i tantissimi che in questi giorni hanno commentato i nostri video e i nostri articoli. Non c’erano le sfegatate di Non una di meno e simili: quelle hanno altre meno nobili cause di cui occuparsi.
A dire il vero, la loro assenza non è l’unica che si nota. Si sente anche, e tanto, la mancanza di una presa di posizione forte da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Basterebbe notare che la casa di accoglienza che ha ospitato la madre e i bambini e i cui operatori hanno, poi, insistito per allontanarli è legata alla diocesi. L’arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto è Bruno Forte, un intellettuale e una figura molto autorevole. Diverse settimane fa aveva espresso qualche pacato invito alla riflessione, aveva ricordato che le istituzioni hanno il compito di proteggere le famiglie e di non vessarle. Ebbene, sarebbe opportuno e molto utile che il monsignore ora prendesse posizione con toni decisi. La casa protetta e i suoi operatori non hanno difeso la famiglia, anzi sono andati allo scontro con Catherine, hanno inviato al tribunale le loro rimostranze, in parte francamente molto discutibili.
Oggi saranno in tanti a celebrare le donne, ma coloro che dovrebbero difendere la donna e la famiglia su questa vicenda appaiono piuttosto timidi. Cercano scappatoie, non vogliono inimicarsi le istituzioni, contribuiscono alla mostrificazione di Catherine. Ma basta leggere le carte e ripercorrere con un filo di onestà intellettuale tutto il percorso della famiglia nel bosco per comprendere che nel torto, qui, sono le istituzioni italiane. Ma manifestare contro il patriarcato, purtroppo, è più facile e richiede meno coraggio che manifestare contro un tribunale che distrugge una madre e una famiglia.
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Ansa
La mostra milanese sui soprusi maschili è la fiera dello stereotipo. Dalla donna che lava mentre l’uomo guarda la tv alle molestie in metro, denunciate senza citare l’immigrazione. Non pervenute le violenze sessuali del 7 ottobre e le sofferenze delle iraniane.
Lui avrà sei anni, la sorella dieci. Si fermano davanti all’installazione dei giocattoli creata per stigmatizzare le mortifere differenze di genere: da una parte una vettura gialla e tre soldatini, dall’altra una bambola, una tazzina da caffè stile signorina Felicita e uno specchio con cornice rosa. Tutto tristemente anni Sessanta. «La prevenzione primaria come politica di cambiamento culturale strutturale», recita la brochure che sta leggendo a voce alta il papà. Il bimbo osserva perplesso, poi dice alla sorella indicando macchinine e marines: «Questi sono per me, quelli per te». Un patriarca in erba, cominciamo male.
Senza saperlo, il Pierino sessista demolisce con una frase il messaggio politico di Mupa, la mostra sul patriarcato tossico organizzata da ActionAid in occasione della Giornata della Donna e allestita alla Fabbrica del vapore (Milano), con 27 fra cimeli, diorami e installazioni multimediali che dovrebbero simboleggiare la violenza maschile nella nostra società, e lo fa fra realtà, mistificazioni e ossessioni. Con un obiettivo: indicare la strada dell’uguaglianza di genere che sarà raggiunta - a Dio piacendo e a meno di scioperi - nel 2148. Non è una battuta perché la mostra, che dura fino al 21 marzo, chiude per 24 ore già domani per permettere alle indignate permanenti di «Nonunadimeno» di partecipare allo sciopero generale a favore delle donne, destinato a creare notevoli disagi a quelle che lavorano.
Non sembra un problema per Katia Scannavini, segretaria generale di ActionAid che presenta la kermesse, per Elena Lattuada, delegata per le Pari opportunità del Comune di Milano che la legittima a livello istituzionale e per le Bambole di pezza, gruppo punk-rock reduce dal Festival di Sanremo che fa da testimonial. Quisquilie, qui si vola alto e si stigmatizzano «comportamenti normalizzati e sottovalutati che costituiscono il terreno culturale su cui si radica e si riproduce la violenza». Come spesso accade, il problema è il minestrone narrativo, quell’ipocrisia conformista e progressista sintetizzata da Camille Paglia, lei sì rimasta guerriera: «Abbiamo trasformato le donne in eterne minorenni bisognose di tutela».
Sui due piani di Mupa la mescolanza è dadaista, sembra un pezzo di Concita De Gregorio. Ecco problematiche reali come il gender gap negli stipendi a parità di funzione (i cedolini rosa sono un’ingiustizia appesa al muro), ecco le ante sfondate che denunciano una violenza machista fuori dal tempo, ecco il video che rappresenta le spose bambine, in Africa, in Pakistan, nell’Asia profonda, non certo a Clusone o a Torre del Greco, a meno che non riguardino stranieri non integrati. Ecco pure il mansplaining paternalista: dibattiti tv su temi come aborto e disuguaglianza economica trattati solo da uomini, con in primo piano i malcapitati Bruno Vespa e Federico Rampini. Tematiche legittime, ineccepibili, drammatiche, confuse dentro una giungla di messaggi ambigui da caccia alle streghe femminista.
Due esempi surreali nell’Italia con il primo premier donna (guai a citarlo). Un’installazione mostra una ragazza in metro attorniata da due uomini, tipo interior designer uno e webmaster l’altro; sono intenti a molestarla. Scena che sottovaluta lo slancio quotidiano di immigrati dal testosterone fuori controllo, veri professionisti in quell’insopportabile approccio. Tra l’altro nei convogli c’è un aspetto qui non contemplato: la parità di fatto delle borseggiatrici con pancia finta, che non hanno bisogno di arrivare al 2148 per esercitare in pieno il matriarcato dello scippo.
Secondo esempio: un armadietto da palestra con scritte sconce indirizzate alle ragazze che fanno sport. Con un allarme: «Lo sport femminile è considerato di serie B e una donna su cinque rinuncia, vessata da provocazioni e violenze. Le Olimpiadi sono il trionfo del maschilismo competitivo». Nel santuario delle donne «cisgender e transgender, persone intersex e non binarie, lesbiche, bisessuali ed eterosessuali» però non c’è traccia della violenza più feroce, quella perpetrata dagli atleti trans che per anni hanno violentato i sogni sportivi delle ragazze rubando loro record e vittorie. Quanto ai Giochi «regno dei maschi», la smentita è nei numeri: le medaglie italiane più prestigiose a Milano-Cortina sono appese al collo di donne meravigliose, i volti di quei trionfi sono di Francesca Lollobrigida, Federica Brignone, Arianna Fontana che di mascolino non hanno niente.
Il viaggio milanese dentro la violenza di genere ha parecchi vuoti ideologici che urlano e ne deprimono l’obiettivo. Niente sulle violenze iraniane, niente sullo stupro di gruppo più criminale della storia recente, quello del 7 ottobre. In questi casi la sorellanza non è contemplata, le femministe non hanno nulla da obiettare. Sarebbe interessante sapere perché. Più facile rappresentare la donna italiana che spazza il tinello mentre il compagno divanato guarda la Champions circondato da bottiglie vuote di birra. Lo stereotipo è più rassicurante della realtà. Visto che la cronaca incombe, sarebbe nobile replicare la mostra a Teheran dove i «comportamenti tossici normalizzati» sono all’ordine del giorno.
Siamo sempre qui, coscienze inquiete a stipendio fisso. E dopo la mostra, mi raccomando, tutte alla manifestazione applaudita dalla sinistra dei diritti universali, a difesa del regime degli ayatollah che impicca le donne con il velo indossato storto.














