
Un paggio cruciale per la nuova guida della dinastia dei Benetton.
«Sto per affrontare la sfida più grande della mia vita», ha detto Alessandro Benetton nel video messaggio via Youtube, registrato a caldo subito la sua elezione alla presidenza di Edizione, a metà gennaio, nel segno della «discontinuità» e perchè «sono stati fatti errori gravi». Nel dire questo, però, il figlio di Luciano, re dei maglioni, 58 anni mai avrebbe pensato di dover gestire l’assalto al fortino di famiglia, Atlantia, in modalità difficili, senza riaccendere le diversità di vedute fra i quattro rami della famiglia che oggi contano 14 cugini forse più dei due zii superstiti, ma tenendo fede «alla mia stella polare della sostenibilità sociale e globale». Alessandro è il leader di 21 Invest, una società di investimento fondata da lui nel 1992 che in portafoglio una ventina di partecipazioni tra cui la Casa vinicola Zonin.
Ma questa missione che non ha mai lasciato, l’ha affiancata con altri incarichi “famigliari”. Alessandro aveva lasciato per la seconda volta, la presidenza della Benetton group a novembre 2016. è nato un anno prima della Benetton, nel 1964, e per molti anni è stato considerato l’erede designato alla guida del gruppo, sulla scia di un passaggio generazionale del testimone, in un’azienda tra le prime nel settore della moda, oltre 35 anni fa, a quotarsi in Borsa, salvo poi, nel 2012, uscirne. Da allora Alessandro, Cavaliere del Lavoro dal 2010 e imprenditore dell’anno EY nel 2011, si dedica da cambiare le strategie retail, di stile e posizionamento ai marchi United Colors of Benetton e Sisley. Dall’aprile 2012 al maggio 2014 il figlio di Luciano era stato presidente di Benetton Group, un incarico che non fu sufficiente a ritagliargli autonomia di gestione per realizzare il progetto di colmare il gap nei confronti di H&M, ma anche con il gruppo Inditex e i suoi vari marchi e altri colossi del fast fashion. Sarà la storia a giudicare, però è possibile affermare che Benetton aveva costruito un modello ante litteram del fast fashion. Qualcuno ritiene che andasse forgiato di più alle esigenze dei clienti. la diversificazioneSu tutto questo potrebbe aver influito la rapida diversificazione di business della holding di famiglia. Tutto nacque da un laboratorio di maglieria, ma oggi il gruppo ha interessi nella ristorazione, autostrade, aeroporti, assicurazioni, Mediobanca.
Sembra che la visione di Alessandro divergesse da quella dello zio Gilberto, artefice della diversificazione anche nella finanza e che non condivideva la scelta di mettere a punto un nuovo format di negozi a insegna Playlife. Eppure Alessandro aveva inventato una soluzione a metà tra concept store e multimarca “a marchio Benetton”, un format diverso, che rispecchia quella che – oggi, però – tutti riconoscono come la fine del retail tradizionale. Alessandro aveva avviato un percorso manageriale e imprenditoriale tutto suo appunto, a ventotto anni, fondando 21 Investimenti, che oggi è un gruppo europeo con uffici a Treviso, Milano, Parigi, Ginevra e Varsavia. Come fondo di private equity, investe in medie imprese con un modello business e in meno di 25 anni ha completato più di 90 investimenti e raccolto risorse per circa 2 miliardi di euro presso investitori istituzionali. Ma adesso con la presidenza della finanziaria di famiglia, trasformata da srl in spa, con il suo avvento, potrà a mettere a frutto le capacità che tutti gli riconoscono, anche quella di non avere peli sulla lingua.
«Perché ho accettato?», si è chiesto nel videomessaggio in cui parla a ruota libera, riconoscendo gli errori che sono stati fatti, «alcuni molto gravi. Gli errori sono stati fatti quando si è scelto di dare deleghe alle persone sbagliate». Con chi ce l’ha? Forse con Giovanni Castellucci, l’ex plenipotenziario di Atlantia e Aspi quando è crollato il Ponte Morandi e oggi sotto processo. «Discontinuità» per inaugurare la fase nuova, «per reintegrare l’approccio industriale che ci ha caratterizzato come famiglia nel tempo, quando mi è stata presentata l’occasione di poter avere un peso reale sulle decisioni del gruppo, ho scelto di coglierla». Ora è il momento cruciale per l’avveramento di questo potenziale. «Da grandi poteri derivano grandi responsabilità», è la sintesi del suo incarico al vertice di Edizione tratta dal suo fumetto preferito Spider-Man che centra peso e capacità di salvaguardare il ruolo della famiglia in Atlantia, dovendo allargare i giochi al mercato che vuole partecipare alla fase nuova.F.D.F.
Il settore farmaceutico in Borsa vive un paradosso: la domanda di cure esplode per l’invecchiamento della popolazione, ma i margini evaporano sotto i colpi della politica. Il vero «virus» per le Big Pharma ha un nome preciso: pressione sui prezzi.
Gli Stati Uniti, storico bancomat delle multinazionali del farmaco, hanno cambiato musica. «La determinazione del presidente statunitense Donald Trump a ridurre drasticamente i costi del sistema sanitario americano sta pesando sul sentiment e sui prezzi delle azioni europee, poiché gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati di bocca più importanti per molte di queste aziende», sintetizza Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, società di consulenza finanziaria indipendente.
Ma c’è di più: il settore affronta il cosiddetto «patent cliff» (il dirupo dei brevetti). I farmaci che oggi generano miliardi stanno per perdere la protezione legale, diventando preda dei generici a basso costo. Entro il 2030, si stima che 61 miliardi di dollari di vendite annue andranno in fumo. Per le aziende «vulnerabili», che non hanno innovato, il destino è segnato.
Molti risparmiatori e investitori istituzionali sono caduti nella trappola del «recency bias»: la tendenza a credere che ciò che è accaduto di recente continuerà all’infinito. Durante il Covid il settore sanitario era l’eroe globale; gli investitori hanno proiettato quell’entusiasmo, comprando titoli a multipli elevati e ipotizzando crescita continua di fatturato e margini. «Il ritardo pluriennale del settore è il risultato di una combinazione di dinamiche di mercato e pressioni specifiche: l’eccesso di offerta post Covid e l’ottimismo eccessivo hanno creato un effetto “postumi” con lo spostamento di capitali lontano dai titoli difensivi verso il comparto tecnologico e l’Ia», spiega Gaziano, analista finanziario di lungo corso e consulente finanziario indipendente.
Il simbolo è Novo Nordisk. Fino a giugno 2024 era l’azienda più preziosa d’Europa, spinta dai farmaci per la perdita di peso. Poi il crollo: il titolo ha perso quasi i due terzi dal picco e, su tre anni, segna circa -50%. Il mercato aveva già scontato uno scenario di perfezione che i fondamentali non potevano sostenere, mentre cresceva la concorrenza. «La crescita organica derivante dallo sviluppo interno richiede troppo tempo per compensare le perdite immediate causate dalla scadenza dei brevetti», sottolinea Gaziano. «Ciò lascia le aziende a caccia di soluzioni biotecnologiche con prodotti in fase avanzata o già approvati».
Se il farmaceutico tradizionale rallenta, il biotech mostra segnali di risveglio. Ma è un mercato intricato: nel 2021 bastava una slide per raccogliere capitali, oggi sopravvive solo chi ha farmaci in fase 3 o già approvati. Il 2026 potrebbe segnare un ritorno grazie a nuove fusioni e progressi su Alzheimer e demenza, oltre all’uso più mirato dell’intelligenza artificiale. Il rischio però resta elevato: senza metodo e selezione rigorosa, è poco più che una scommessa.
Il primo a invitare in Parlamento Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori della cosiddetta «famiglia nel bosco», era stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, poco meno di un mese fa.
Allora l’incontro mirava a stemperare le tensioni e a favorire il ricongiungimento familiare. Ma l’evento organizzato ieri nella sala stampa della Camera da Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, ha avuto tutt’altro significato. «Non avrò pace finché questa famiglia non sarà riunita. Oggi sono la voce di questi bambini, che non sono mai presenti nelle aule dei tribunali né nei salotti televisivi. Non hanno modo di essere ascoltati da nessuno», ha esordito la Brambilla in apertura dell’incontro coi genitori, presso la sala stampa di Montecitorio. «Questa vicenda è iniziata male e sta proseguendo peggio. È violenza di Stato. Il sistema con cui i minori vengono tolti alle famiglie va riformato. In questa Italia moralizzatrice si giudica con arroganza modi di vivere diversi dal proprio. Le autorità riuniscano questa famiglia, non continuiamo a sbagliare come Paese: vi chiedo di mettere a posto le cose», ha aggiunto Brambilla, prima di dare la parola a Nathan e Catherine, che visibilmente emozionati, per la prima volta dopo molto tempo, hanno parlato in pubblico leggendo un testo in inglese, alternato a qualche parola in italiano.
Il primo a intervenire è stato il padre, che ha espresso l’amore per la sua famiglia e il dolore di questi mesi. «Non avrei mai potuto immaginare il dolore e la sofferenza che abbiamo vissuto come famiglia, soprattutto i bambini», ha esordito il padre dei piccoli Trevallion. «Prima la separazione dalla loro casa, dai loro animali, dal loro padre. Poi la separazione dalla loro madre. La paura, l’ansia, lo stress, il trauma sono stati terribili per loro, mentalmente ed emotivamente. La loro gioia e la loro felicità sono state distrutte», ha aggiunto con gli occhi lucidi, sottolineando come lui e la moglie siano oggi «ancora più uniti di prima nell’amore, nel nostro amore reciproco e nell’amore per i nostri figli». «Il nostro più grande desiderio è essere riuniti come una famiglia amorevole», ha concluso. Parole a cui fanno eco quelle della moglie Catherine, anche lei con la voce rotta dalle lacrime che le sono scese più volte dagli occhi nel corso dell’incontro con la stampa: «Siamo distrutti al pensiero che i nostri figli stiano soffrendo e di non poterli riportare a casa, al sicuro, per prenderci cura di loro e amarli». «Voglio solo svegliarmi da questo incubo orribile che non finisce», ha detto, raccontando di aver visto «la sofferenza dei nostri bambini mentre vivevo nella struttura» e di svegliarsi «sentendo Nathan lamentarsi e piangere nel sonno». «Questo è straziante, non solo come madre e moglie, ma per una persona che ha passato tutta la vita ad aiutare gli altri e che ora non può aiutare i propri figli», ha proseguito. Quindi la denuncia finale: «Se mi è concesso dire la mia verità, mi dispiace molto affermare che questo è stato di gran lunga l’atto più crudele che abbia mai vissuto e visto fare ai bambini in tutta la mia vita». Nel corso dell’incontro, Catherine ha letto la lettera che Utopia, la più grande dei tre bambini, le ha scritto per il compleanno: «Mamma, ti auguro buon compleanno insieme a tutti i nostri animali. Vorrei tanto essere lì, ti vogliamo bene, mi manchi moltissimo ma ci stiamo facendo forza per uscire da qua».
Un viaggio a puntate attraverso gli 80 anni della Vespa, tra guerra, ricostruzione e mito industriale italiano. Il 23 aprile 1946 la Piaggio depositava il brevetto del modello. L’idea nasceva nel 1944, durante lo sfollamento degli stabilimenti a Biella, quando l’ingegnere Renzo Spolti realizzò il prototipo «Paperino», ispirandosi agli scooter dei parà americani. Sarà poi Corradino D’Ascanio a rielaborarne il progetto, fino a definirne la forma definitiva dello scooter più famoso del mondo.
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Lo stabilimento Piaggio di Pontedera (Pisa) era diventato un obiettivo strategico per i bombardieri anglo-americani, perché lì era cominciata la produzione dell’unico bombardiere quadrimotore italiano, il P-108. Il 21 gennaio 1944, poco dopo che la fabbrica fu occupata dai tedeschi, i B-24 del 449th Bomb Group rasero al suolo lo stabilimento del marchio fondato nel 1884 a Genova.
Enrico Piaggio, allora alla guida dell’azienda, decise il trasferimento della produzione superstite a Biella, dove le maestranze e i macchinari trovarono ospitalità presso lo storico cotonificio Poma. Qui fu trasferito l’ingegnere milanese Renzo Spolti, che venne incaricato da Piaggio di «pensare al futuro», considerando la fine delle commesse per l’aviazione militare a guerra finita.
In contatto con il conte biellese Carlo Felice Trossi di Pian Villar, ex corridore automobilistico e appassionato di motori, Spolti pensò a uno scooter per tutte le tasche, semplice e maneggevole. Sembra che l’ispirazione fosse venuta da uno scooter usato dai paracadutisti americani anche in Italia, il Cushman «Model 53», di cui il conte possedeva un esemplare. Trossi possedeva anche un miniscooter italiano prodotto negli anni '40 in pochi esemplari, il «Volugrafo» della Simat di Torino, da cui derivò la primitiva idea del futuro scooter Piaggio. A Biella nacque il prototipo della Vespa, il Piaggio Mp-5. Completamente carenato, lo scooter era caratterizzato dal motore centrale Sachs da 98cc che Spolti, anticipando di molto i tempi, pensò di accoppiare ad un cambio automatico. Furono gli operai a ribattezzarlo «Paperino» per le sue forme che ricordavano il volatile acquatico.
Il progetto tuttavia non piacque ad Enrico Piaggio, che nel 1945 coinvolse l’ingegnere Corradino D’Ascanio. Le motivazioni del patron erano valide. L’Mp-5 presentava un tunnel centrale di alloggiamento del propulsore che rendeva difficoltoso l’accesso e l’avviamento era previsto solo a spinta. Con lungimiranza, Piaggio pensò alla clientela femminile che non avrebbe gradito tali difetti in termini di praticità, in previsione di una prima motorizzazione popolare dell’Italia.
D’Ascanio modificò radicalmente il progetto del 1944 eliminando il tunnel che non piaceva a Piaggio e alloggiando il motore alla destra della ruota posteriore. La soluzione, pur sacrificando la stabilità del mezzo, permise un accesso ottimale e la possibilità di ricavare spazio per le gambe e per uno scudo protettivo. L’Mp-6 del 1945, dotato di cambio manuale e avviamento a pedale, era di fatto il prototipo della Vespa. Il nome che accompagnerà lo scooter più famoso del mondo venne dallo stesso Enrico Piaggio che, alla vista dell’Mp-6, esclamò: «Sembra una vespa!» per la forma che ricordava l’insetto dalla vita stretta e dall’addome bombato.
Dopo gli ultimi ritocchi al prototipo, la prima Vespa, poi nominata «98» dalla cilindrata del motore, era pronta per la produzione. Ma i danni della guerra rallentarono la fabbricazione per la mancanza di presse, tanto che i primi esemplari furono realizzati artigianalmente battendo la lamiera manualmente (chiamati poi «Serie Zero»). Solo con l’aiuto dell’Alfa Romeo fu possibile per Piaggio ricevere i primi lotti di telai stampati. La Vespa fu presentata in anteprima alla Mostra della meccanica e metallurgia che si svolse a Torino dal 24 marzo al 7 aprile 1946. Il brevetto fu registrato alcuni giorni più tardi, il 23 aprile. Una data che segnò l’inizio di un mito, che tuttavia stentò a decollare inizialmente a causa della gravissima crisi economica che colpì l’Italia appena finita la guerra. La possibilità del pagamento rateale venne incontro alla Piaggio, avvicinando le tasche degli italiani al sogno della rinascita a motore. Un problema fu la produzione della «98», per la cronica scarsità di materie prime, che creò lunghe liste di attesa. Il prezzo era importante per le possibilità dei lavoratori italiani del 1946, 55.000 lire per la «normale» (senza cromature e con sella in pegamoide, la famosa finta pelle in nitrocellulosa) e 61.000 per la «lusso» con sellino in pelle e manubrio cromato. Ma il sogno a due ruote fu più forte del carovita. Tra il 1946 e il 1947 furono circa 15.000 le «98» vendute, anche all’estero (in Sud America e Svizzera). Nel 1948 un nuovo modello da 125cc entrò in produzione. Migliorata nelle sospensioni e nell’efficienza di un motore più affidabile nel raffreddamento, la nuova Vespa guadagnerà nei primi mesi altre migliorie come il cavalletto centrale al posto del piccolo laterale della «98» perdendo il delicato e costoso cambio «a bacchetta» per il sistema a cavi «Teleflex», adottato nel 1949. Capace di sfiorare i 70 km/h, la «125» poteva superare in prima marcia pendenze fino al 22%.
Lo stampaggio delle lamiere fu ancora a carico di Alfa Romeo e Nuovo Pignone di Firenze, ma gli effetti del Piano Marshall cominciarono a dare sollievo anche alla Piaggio che, a partire dal 1950, acquistò nuove presse per stampare i telai a Pontedera. Il rumore dei macchinari sostituì quello delle bombe che 6 anni prima avevano raso al suolo la storica azienda aeronautica. Le ali lasciavano così il posto a due piccole ruote, che avrebbero messo l’Italia ancora in movimento.




















