In Italia, il bombardamento calibrato contro installazioni militari siriane ha suscitato, com'era prevedibile, reazioni diverse ma unite nella preoccupazione che non rappresenti la miccia per scatenare una nuova guerra nella regione. In questa chiave di lettura e restringendo l'analisi al centrodestra, le prese di distanza dalla decisione anglo-franco-americana sono comprensibili.
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Anche il conseguente timore che un eventuale riaccendersi del conflitto interno siriano possa rianimare i tramortiti resti dell'Isis, con possibili ripercussioni terroristiche su scala europea, giustifica l'apprensione con cui si guarda alle decisioni occidentali. Inoltre, il richiamo agli alleati a non ricadere nel tragico errore che ha dato vita alla cosiddetta primavera araba, che ha distrutto la Libia e ridato forza al mostro del terrorismo islamico, è un opportuno e intelligente monito di carattere storico-politico. Attenti a non destabilizzare i regimi (e il monito dovrebbe riguardare anche quello egiziano, bastione difensivo anti-islamista), perché l'ascesa del sistema-Isis è direttamente proporzionale al loro crollo.
Lo sguardo italiano è dunque di ampio raggio, anche perché edotto da una certa vicinanza geografica e da una lunga esperienza storica di vicende arabe. Ma nessuno, né fra coloro che hanno criticato l'azione alleata, né fra coloro che l'hanno più o meno tacitamente sostenuta, ha preso in considerazione quel pezzo di Occidente immerso nel calderone medio-orientale che è lo Stato di Israele, o almeno non ne ha in questo momento analizzato la condizione e il punto di vista. Se proviamo a metterci nella prospettiva israeliana e a farla interagire con i veri interessi dei popoli europei, qualcosa di essenziale dovrà cambiare nelle prese di posizione sopra indicate. E' noto a tutti che Israele sia profondamente inquietato dall'espansione iraniana, e che questa inquietudine non esprima un semplice timore strategico ma una preoccupazione esistenziale: per l'Europa si tratta di un problema geopolitico, per Israele è una questione di vita o di morte.
Perciò, la domanda inaggirabile è: nel nostro Paese si è accettata l'idea che le forze armate iraniane possano tranquillamente acquartierarsi in Siria, organizzarsi e allestire strutture offensive al confine settentrionale di Israele? Se, in una recente intervista, un generale italiano dal prestigioso stato di servizio analizza i rischi di conflitto sullo scacchiere siriano senza mai menzionare, nemmeno di striscio, Israele, sembra purtroppo che quella presenza sia ormai digerita. Ma è proprio questo il problema. Riteniamo che l'antisionismo sia diverso dall'antisemitismo? Alcuni atteggiamenti dell'Unione Europea e dell'Onu sembrano sostenere questa differenza, ma si tratta di una visione dagli effetti catastrofici, perché disgiungere gli ebrei dallo Stato di Israele significa aggredire entrambi. L'elemento inedito, che deve necessariamente modificare l'atteggiamento europeo nei confronti della crisi medio-orientale, è la saldatura sul terreno tra hezbollah libanesi e pasdaran iraniani avvenuta grazie al regime siriano e all'intervento russo, sancita anche dal recente vertice fra Russia, Iran e Turchia. La collaborazione sottotraccia ma concreta che l'Arabia Saudita del promettente principe Mohammad bin Salman ha instaurato con lo Stato ebraico è la prova della consistenza e della pericolosità di quella saldatura.
In questo quadro, Israele è esposto a una minaccia mortale, ma nemmeno l'Europa deve sentirsi tanto sicura. Meno grave del larvato piano di aggressione o di pesante intimidazione a Israele da parte dell'Iran, ma non meno pericoloso in prospettiva è infatti il rafforzamento di uno Stato teocratico islamista a ridosso delle frontiere sud-orientali dell'Europa. Mosca ha portato l'Iran sul Mediterraneo, e questo è un fatto. E che l'Iran non sia propriamente un amico dell'Occidente è un altro fatto. Ed è una certezza storica e morale che la difesa di Israele, come Stato, come popolo e come simbolo, deve rientrare in pieno fra gli interessi dell'Europa.
E' vero che per l'Italia, a fare da cardine e da orientamento in questo complesso e non poco caotico scenario deve essere l'interesse nazionale. Ma se su alcuni punti – come il blocco dell'immigrazione, la valorizzazione della produzione industriale, artigianale e agricola, la difesa della nostra identità culturale – c'è, almeno nel centrodestra, piena chiarezza e unità di vedute, non sempre si riesce a decifrare quali siano i nostri interessi nella nebulosa internazionale.
L'acquiescenza dell'Unione Europea verso l'Iran e verso il mondo islamico in generale coincide con gli interessi italiani? La medesima accondiscendenza nei confronti dell'attuale regime turco è nell'interesse italiano? La freddezza verso Israele è nostro interesse? E la vecchia amicizia con i palestinesi? E oggi, soprattutto, come regolarci nei confronti della Russia? La Russia può e deve essere un partner, economico in primo luogo e politico a seconda della posizione che essa di volta in volta assumerà nello scenario globale, ma il nostro alleato, pur con oscillazioni di intensità storicamente inevitabili e nella nostra piena libertà di critica, sono e restano gli Stati Uniti. La nostra bussola è simbolicamente espressa nella rosa dei venti della Nato, il cui ampliamento a Est è l'esito di una richiesta di quei Paesi che fino a trent'anni fa si trovavano dall'altra parte della cortina di ferro.
Perché i Paesi del gruppo di Vysehrad sono così sospettosi, per usare un eufemismo, nei confronti della Russia? Sarà un retaggio psicologico della dominazione sovietica e, per quanto riguarda soprattutto la Polonia, delle ancor precedenti invasioni zariste, o si tratta invece di una posizione razionale che nasce dalla loro esperienza più recente di come la Russia sia distante, talvolta indifferente talvolta ostile, rispetto allo spirito europeo? Quelle nazioni, di antico lignaggio, che non sono pregiudizialmente avverse alla Russia né acriticamente azzerbinate agli Usa vanno ascoltate, per capire meglio anche noi stessi. Bisogna capire perché il discorso di Trump a Varsavia del luglio 2017 abbia entusiasmato i polacchi, e perché tale discorso si debba collocare, per altezza politica e morale, sullo stesso piano di quello di Kennedy davanti al muro di Berlino.
Per l'Italia tali questioni sono importanti, e per il centrodestra che, prima o poi, legge elettorale permettendo, dovrà governare sono addirittura fondamentali, perché costituiscono il sostrato della visione del mondo che esso dovrà esprimere e promuovere nella società, diffondere e insegnare alle giovani generazioni, affinché acquisiscano quel senso della storia che purtroppo la scuola non riesce più a fornirgli. Il principio a cui ispirarci è sempre quello dell'azione diplomatica, nel senso più ampio e alto del termine, per conciliare interessi divergenti e generare un processo virtuoso o almeno un compromesso accettabile. Qui però all'interesse deve accompagnarsi l'onore, che si regge a sua volta sulle idee. Non sempre l'interesse combacia con l'onore, ed è questo concetto che, pur senza trascurare il primo, va oggi individuato nel turbinio storico e rivalutato come principio guida dell'agire politico. Attenzione perciò a che quello che è stato definito «lo spirito di Pratica di Mare» non perda il suo orientamento e diventi un nuovo spirito di Monaco 1938. L'acquiescenza verso i totalitarismi oggi non è più consentita.
A elezioni avvenute, stiamo assistendo a una fase di transizione anomala, surreale. Il governo precedente, scaduto con la fine della legislatura e sconfitto dal voto reale degli elettori, è ancora in azione, mentre il nuovo non è ancora all'orizzonte, reso difficile se non impossibile dall'esito formale di quello stesso voto. La responsabilità di questa situazione paradossale ricade totalmente sulla legge elettorale e sui suoi estensori. Il segno caratteristico di questa legge è la frettolosità. Scritta in fretta da chi (Pd e alleati) aveva come unica preoccupazione quella di non scomparire dal panorama politico e di rendere ingovernabile l'immediato futuro, e votata in fretta per sottrarla ai riflettori della critica, anche di quella dell'opinione pubblica. E ora ne stiamo pagando le conseguenze.
Il Paese è congelato. Il dibattito politico e l'elaborazione teorica sono ostaggio delle circostanze e delle tattiche di diluire tempi e contenuti della gestione istituzionale del potere (sia legislativo sia esecutivo). È noto da chi sia stata ordita questa rete, tessuta per intrappolare i vincitori o semi-vincitori delle elezioni e, cosa assai più grave e deprecabile, per neutralizzare, narcotizzandola e abbindolandola, quella maggioranza di elettori che si sono espressi per un cambiamento radicale di rotta rispetto ai governi paratecnici e di centrosinistra.
Noi siamo invischiati in polemiche di cortile, mentre nel frattempo l'Europa, con le sue istituzioni, procede, su percorsi che non presagiscono nulla di buono per l'Italia. Gli annunciati cambiamenti nelle politiche economiche o, soprattutto, in quella dell'immigrazione sono soltanto specchietti per allodole, trucchi gattopardeschi. Perciò, passato il turbine postelettorale, il centrodestra dovrà riprendere subito le redini delle proprie azioni e delle proprie idee sulla questione europea. Sia che si trovi a governare, sia che ne stia fuori, dovrà riproporre e rielaborare temi e posizioni su cui si era attestato negli anni scorsi, tra i quali la questione identitaria è quello fondamentale.
Già nel congresso di Fratelli d'Italia, nello scorso dicembre, Giorgia Meloni aveva fissato un punto decisivo: per il centrodestra la questione dell'identità deve diventare il simbolo, la bandiera a cui riferirsi, come il concetto di libertà lo divenne nei primi anni Duemila. Il piano teorico nuovo su cui investire questa rielaborazione è un documento finora poco conosciuto, ma di grande interesse per il consolidamento dei fondamenti teorici e il rafforzamento dell'azione politica. La Dichiarazione di Parigi, elaborata da una decina di studiosi e intellettuali di diversi Paesi (filosofi, storici, sociologi, tra cui Robert Spaemann, Ryszard Legutko, Roger Scruton, Pierre Manent), riafferma la centralità dell'identità e della tradizione senza rifiutare aprioristicamente i processi di cambiamento storico e le esigenze di articolazione istituzionale che l'unione delle nazioni europee deve assorbire e regolare. Il pregio di questo documento consiste nel congiungere la critica con la costruzione: la denuncia del tentativo di annullare identità e nazioni (e, di conseguenza, i popoli) si unisce alla proposta di riassegnare a tutti questi fattori il ruolo guida nella stabilizzazione del continente. Gli strateghi del funzionalismo centralistico sostenevano che la permanenza dell'identità e delle sue formazioni nazionali fosse un elemento di disgregazione, ma oggi assistiamo al paradosso che tanto più forte è la centralizzazione tanto più veloce è il processo di disintegrazione, di scollamento fra le istituzioni e gli europei, intesi come singoli cittadini e come insieme di popoli. Se è così, allora bisogna fare un passo indietro, rifiutando la retorica del progressismo, e recuperare quegli elementi fondamentali (identità, tradizione, nazioni e popoli) come assi su cui ricostruire l'Europa.
La Dichiarazione rigetta dunque la «falsa Europa, utopica e tirannica» delle istituzioni sclerotizzate e conquistate dalla burocrazia, per recuperare «l'Europa vera», quella degli Stati nazione e delle loro identità, capaci di respingere i tentativi di espropriazione, di alienazione del nostro patrimonio identitario. Sappiamo bene che «l'Europa vera non è mai stata perfetta», ma proprio le sue imperfezioni costituiscono un impulso essenziale a migliorare, a produrre riforme che però non minaccino lo spirito e l'esistenza storica degli europei come stanno facendo le strutture oggi operanti. La falsa Europa invece genera mostri spacciandoli per miti, come il multiculturalismo, un feticcio che i politicamente corretti e ideologicamente corrotti generatori del caos hanno eretto per frantumare le vertebre identitarie europee, già incrinate da decenni di indottrinamento incrociato: teorie della decolonizzazione, connesse a quelle della colpevolizzazione; sirene della globalizzazione e del correlato terzomondismo; denuncia del sistema capitalistico e ricerca di esotici meccanismi economici che farebbero sprofondare il continente in paludi ideologiche antioccidentali; rifiuto della nostra storia per abbracciare alterità indefinite o, in ogni caso, a noi avverse. E l'elenco potrebbe continuare a lungo.
Riproporre oggi come punto centrale dell'agenda politica la questione dell'identità, declinata sul piano europeo, non è soltanto un'esigenza teorica, ma serve anche da bussola per orientarsi nella prassi. Certo, se la politica è concepita come puro pragmatismo, questa indicazione sembrerà astratta, e invece è proprio una concezione meramente pragmatica della politica a fare astrazione da una concretezza più solida di qualsiasi atto perché più vicina all'originario fondamento delle istituzioni simboliche di senso, astrazione cioè dalle idee, guardate con sospetto e, scena frequente e comica, con sufficienza da taluni politici che non avrebbero alcun titolo per farlo. Se non si comprende che solo da qui sorgeranno le condizioni di possibilità per risolvere i nostri problemi materiali, si ripeteranno errori già visti nel passato di governo del centrodestra. Recuperiamo le idee, e tra queste l'identità prima di tutto, perché lì sta la chiave non solo per capire, ma anche per agire con coerenza.




