«Ogni giorno alle 6 del mattino mi presentavo in via Lorenteggio a Milano e il sabato in San Siro. Qui mi aspettava il caporale con la macchina in moto, pronto a partire per il cantiere». Said (nome di fantasia) ha 30 anni, è egiziano e come tanti connazionali è uno schiavo del cemento. Una delle vittime del caporalato, quel fenomeno di cui si sente parlare al Sud, quando l'estate centinaia di braccianti raccolgono i prodotti che finiscono sulle nostre tavole. Ma lo sfruttamento del lavoro non esiste solo nel Mezzogiorno e nell'agricoltura. Si è fatto largo pure al Nord, tra la calce e la pala. Ha contagiato la Milano dei grattacieli, dove recluta i disperati all'alba, nei piazzali. Oppure tramite un messaggio su Whatsapp o un annuncio online: «Domani alle 7 al cantiere». E via verso una nuova giornata di lavoro.
Difficile dare numeri sul fenomeno perché chi ne è vittima quasi mai lo denuncia. Troppo grande è la paura di non lavorare più o, peggio, di irritare il caporale. Ma chi sono questi caporali? Sono figure intermedie, trait d'union tra manodopera e proprietà. Muratori «anziani», stranieri in Italia da tempo, cui le società in cambio di un lauto compenso affidano un preciso incarico: procacciare braccia a basso costo tra i propri connazionali. Irritarli non significa solo smettere di lavorare, ma anche rimanere tagliati fuori dal giro di aiuti reciproci tipico di ogni gruppo di emigrati. A dispetto di quello che si dice sul razzismo degli italiani, dunque, sono gli stessi stranieri il primo anello dello sfruttamento. Forse il peggiore, perché è un ricatto che arriva da vicino.
L'omertà è ancora tanta, ma qualcuno comincia a farsi avanti. Come Said, appunto, Ivan e Dimitri. Anche loro nomi di fantasia. Un tempo fantasmi, ora persone che hanno deciso di raccontare la propria storia e denunciare chi per anni ha lucrato sulla loro fatica. Ecco chi sono i caporali della Milano del mattone.
Said ha 30 anni. Quindici anni fa ha lasciato il suo paesino vicino al Cairo, in Egitto. È sbarcato in Sicilia con un gommone e poi ha sempre vissuto a Milano, lungo i viali della circonvallazione. Nel frattempo ne ha visti centinaia di cantieri. Una vita dedicata al lavoro, quello nero. Senza contratto, senza tutele, senza diritti. Senza mai riuscire a tornare in Egitto, perché solo chi ha un'occupazione regolare può richiedere il permesso di soggiorno e viaggiare. Un requisito che conosce bene chi, con la promessa di una vita in regola, sfrutta gli schiavi del cemento. «“Vuoi il permesso?", mi dicevano i caporali. “Tu lavori e fai quello che dico io"», racconta nel suo italiano un po' zoppicante. Ha fatto di tutto nei cantieri: il ferraiolo, il carpentiere. «D'altronde si sa, noi egiziani siamo i migliori nel ferro e nel legno».
L'anno più buio il 2016. Quando il fratello di un amico, egiziano come lui, lo ha reclutato per un posto da carpentiere. Ne serviva uno per una società che aveva ottenuto un appalto da una grande azienda energetica. Bisognava lavorare in tre cantieri del nord Italia: a Sannazzaro in provincia di Pavia, a Spinetta frazione di Alessandria e a Venezia. Nel mondo dell'edilizia la filiera degli appalti a «scatole cinesi» è un fenomeno noto. Un lecito ma intricato labirinto di imprese edili terziste, dove lo sfruttamento della manodopera trova terreno fertile.
L'appuntamento ogni giorno all'alba in via Lorenteggio e il sabato in San Siro. Ad attendere Said e altri operai, con il furgone acceso, sempre lo stesso egiziano che lo aveva agganciato, pronto a partire alla volta dei cantieri della provincia. Questi luoghi sono però solo due snodi del caporalato milanese. Se ne potrebbero citare molti altri.
«Piazzale Lotto, Maciachini, Corvetto, piazzale Lagosta, viale Certosa. Qui non è difficile imbattersi all'alba in capannelli di ragazzi che in tenuta da lavoro aspettano che qualcuno li venga a prendere», spiega Katiuscia Calabretta, segretario milanese della Fillea Cgil. «Un tempo il caporale sceglieva al momento le persone da portare con sé, ma il reclutamento si è evoluto con la tecnologia. Oggi basta un messaggio su Whatsapp o un annuncio sui tanti portali online di ricerca lavoro per assoldare braccia a basso prezzo», continua.
La paga di Said: 100, 150, 200 euro. In contanti e in anticipo sul mese. Cifre lontane da quelle che secondo il contratto collettivo dell'edilizia spetterebbero a un operaio di primo livello (il meno specializzato). Mentre i turni di lavoro potevano variare: dalle 8 ore di base fino a 14, 15 ore al giorno. «Quando sta arrivando la malta, non si può lasciare», confida Said. E se si verificavano incidenti, l'omertà era assoluta. «Un giorno è caduta una sega circolare sulla schiena di un mio compagno. È stato tre mesi in ospedale, ma nessuno ha mai detto nulla. Mentre lui era via, il caporale ci ha dato il suo cartellino: dovevamo timbrarlo al suo posto ogni mattina».
Quando ha deciso di interrompere i rapporti, l'azienda doveva a Said circa 16.000 euro. «Abbiamo intrapreso una conciliazione e siamo riusciti a recuperarne la metà», conclude Khalid Bouzyan, sindacalista Cgil che lo ha aiutato nella causa. «Dopodiché la società si è sciolta e ricostituita, modificando il nome per far perdere le tracce. Sarà difficile ora ottenere il resto di quanto gli spetta». «Se ricordo quanto prendeva il caporale? Molto più di noi: 14 euro all'ora», rivela Said.
Se gli egiziani sono i più esperti nella carpenteria, nessuno sa lavorare il cartongesso come gli operai rumeni. Ivan e Dimitri sono zio e nipote. I migliori nel tirare su pareti e soffitti «in pochissimo tempo», assicura Dimitri. «Ho sempre fatto questo mestiere, da prima che venissi in Italia», racconta Ivan, 60 anni, fisico robusto e allenato dai pesi. Dimitri è più esile, ha circa 35 anni e le mani ricoperte di cicatrici. Arrivati in Italia non è stato difficile per loro darsi da fare. In dieci anni, di cantiere in cantiere, hanno girato la Lombardia e non solo: Brescia, Bergamo, Como, Lodi, Piacenza. Sempre all'opera, vicino casa o in trasferta. «In nero o meno, l'importante è lavorare. E se riesci a prendere il permesso di soggiorno, sei fortunato», dice Dimitri. Ma non sempre accade.
«Come quando abbiamo lavorato per quel bastardo», esclama Ivan. Dalla sua bocca esce una zaffata di fumo. Ogni volta che ripensa a quel periodo sale la frustrazione. Il «bastardo» è un caporale rumeno. Lo ripete più volte, quasi a esorcizzare l'amarezza. «Lo conoscevamo perché ci aveva affittato casa, appena arrivati in Italia». A lui zio e nipote hanno prestato le braccia in grandi cantieri. A Milano, in piazza Duomo ad esempio, ma soprattutto a Repubblica. Il caso risale all'estate del 2016. Nell'esclusivo quartiere vicino a Porta Venezia, tra parchi, hotel e ambasciate, «eravamo tutti in nero», sorride amaro Ivan. Su 90 operai solo una quindicina era in regola. «Di un contratto neanche l'ombra», conferma Dimitri. Al punto che capitava spesso che l'ispettorato del lavoro facesse qualche visita. «Quando arrivava la sicurezza, il caporale ci telefonava e ci diceva: «Via, via, fuori dal cantiere!». Noi uscivamo e aspettavamo al bar o in strada, anche fino a sera. Se perdevamo la giornata, non venivamo pagati».
Perché nessuno mai si ribellava? «Perché non conviene. “Se non ti sta bene, vai a casa", ci diceva. E noi non potevamo permetterci di perdere il lavoro, quando devi mangiare, pagare l'affitto e le bollette». Ma alla fine dopo quattro mesi di lavoro dentro lo scheletro di quel palazzo da venti piani, zio e nipote hanno detto basta. Troppo pochi 2.000 euro in due per rischiare la vita a 50 metri d'altezza. Senza casco e imbragatura, là dove tremano i polsi e si spezza la voce. «Il caporale ce ne doveva quattro volte tanto!», quasi grida Ivan. A loro due e ad almeno un'altra dozzina di muratori che nel cantiere di Repubblica erano al suo soldo. «Per convincerci a lavorare ci scriveva: “Vieni, vieni domani che ti do i soldi". Non li abbiamo mai visti. Con le nostre paghe ha rubato 160.000 euro. E mentre noi lavoravamo, lui andava in giro sulla sua bella macchina, coi suoi bei vestiti, vantandosi con tutti».
Dopo due ore di racconto parole e sigarette sono finite. La delusione lascia per un attimo spazio alla malinconia: «L'Italia è un Paese bello», dicono. Permette a tanti stranieri di lavorare e mettere da parte quel poco che in patria vale molto. «In Romania non riesci neanche a fare la spesa: carne e verdura costano troppo. Non hai altra scelta se non partire…», spiega Dimitri. Le loro speranze però non sono cambiate: «Sogno di tornare dove sono nato e costruire lì la mia casa», dice Ivan. «Non manca molto: solo due anni. Poi andrò in pensione e potrò finalmente tornare».
Ha collaborato Andrea Boeris
«Puoi guadagnare fino a 10 euro l'ora». Sì, forse. Se ti chiami Vincenzo Nibali. A dispetto dello slogan, racimolare uno stipendio dignitoso con Glovo è un'impresa da maglia rosa. E a volte essere veloci non basta, se sei prigioniero di un sistema di rating e lavori in base alle recensioni dei clienti. In due giorni di attività per l'azienda di food delivery spagnola a Milano ho fatto tre consegne, guadagnato 13 euro e speso molto di più per l'attrezzatura e per riparare la bicicletta. Sono tutt'ora in perdita di circa 70 euro. Ma ai colloqui partecipano sempre tanti potenziali riders, italiani e stranieri, convinti di fare un affare. Al di là delle precarietà contrattuali di cui sono comunque consapevoli, contano per loro flessibilità e guadagno. Peccato che spesso le cose siano diverse da come sembrano.
Ma cos'è Glovo? È una delle maggiori aziende di cibo a domicilio che operano in Italia. Meno conosciuta di Foodora, Just Eat o Deliveroo, la società di Barcellona ha però un vantaggio sui competitor: consegna tutto. Non solo alimentari, ma sigarette, prodotti d'elettronica e così via.
Facile riconoscere i suoi fattorini: sono giallo-verdi, con la scritta Glovo con la goccia rovesciata. Tra le big del settore è una delle ultime arrivate. Forse per questo bastano pochi clic per fissare il primo colloquio da rider. È anche una di quelle che paga meno: due euro a consegna più vari bonus in base ai chilometri percorsi, al tempo di attesa al ristorante e al fattore pioggia. Un sistema a cottimo puro, diverso da quello misto di Foodora ad esempio.
D'altronde, Glovo non è tra le aziende firmatarie della Carta dei diritti dei riders che propone una retribuzione oraria. Gli utili sono sostenuti dal basso costo del lavoro, ma anche dalle caparre che i fattorini versano per ricevere l'attrezzatura. Ci sono il cubo (la borsa termica), una power bank, un supporto per lo smartphone da agganciare al manubrio della bici, una carta di debito per pagare i prodotti che i clienti non possono acquistare online e un K-way per la pioggia. Un kit di accessori dato in dotazione in cambio di un deposito di 65 euro, detratto dalle prime buste paga.
Quando, però, si decide di appendere «il cubo al chiodo» e restituire tutto, tornano indietro solo 50 euro. La differenza, 15 euro, viene trattenuta per «l'usura dei materiali», spiegano dall'azienda. Peccato che alcuni prodotti non siano di pregevole fattura. Come il sostegno per il telefonino difettoso che ho dovuto fissare con lo scotch per non perderlo durante il tragitto. La vera forza di Glovo è però la partnership con McDonald's, la cui pubblicità campeggia sui cartelloni e le pensiline di tutta Milano.
Il primo colloquio è cruciale. L'appuntamento è in un polo dello smart working, vicino a Porta Romana. Entro e chiedo di Glovo. Mi rispondono di aspettare fuori. Per strada ci sono una ventina di ragazzi, quasi tutti stranieri e giovanissimi, sotto il sole, in attesa della chiamata. Una volta dentro, è il momento dell'appello, poi tre semplici domande: «Come ci hai conosciuto? Come consegneresti? Perché vuoi fare questo lavoro?». Sulle risposte si basa la selezione.
Mi fingo uno studente universitario con molto tempo libero. Sembra funzionare e infatti nel pomeriggio arriva un'email. Sono stato scelto e posso firmare il contratto di prestazione occasionale: 20% di trattenute, niente ferie, niente malattia, niente contributi per la pensione e la possibilità per entrambe le parti di rescindere il contratto in qualsiasi momento senza motivazione. C'è però un'assicurazione che copre gli infortuni.
Al secondo colloquio i candidati sono una decina, ma stavolta gli stranieri sono solo due. Ci spiegano in cosa consiste il lavoro, come gestire le diverse situazioni e ci consegnano l'attrezzatura. Sono ufficialmente un glover, pronto a partire.
Prima, però, devo prenotare i turni. Il calendario apre in due giorni: il lunedì e il giovedì. Ma non per tutti allo stesso modo. C'è glover e glover: per alcuni fattorini apre prima, per altri dopo. Tutto dipende dal posizionamento in classifica, calcolato da un algoritmo di rating che trasforma le valutazioni dei clienti e altri parametri di efficienza in un punteggio da 0 a 5 stelle. Più è alto il punteggio e più sale la priorità sulla prenotazione dei turni in calendario. E più stelline hai sul profilo, più è probabile che un ordine sia assegnato a te, invece che a un glover con una graduatoria inferiore. Una sorta di Black Mirror dei pony express che funziona più o meno allo stesso modo per ogni piattaforma di food delivery. I nuovi glover hanno tutti 2.5 stelline. Anche per questo iniziare è sempre difficile. Il rischio è quello di lavorare poco, guadagnare meno e spendere molta fatica. Un circolo vizioso che può durare settimane. Soprattutto se non guidi uno scooter, di solito privilegiato dall'algoritmo.
Riesco a prenotare due ore negli orari di punta, tra le 19 e le 21, su due giorni. Quando inizia il turno, mi «loggo» sulla piattaforma e subito arriva il primo ordine. Due hamburger, quattro nuggets di pollo e un Happy Meal da ritirare al McDonald's di via Lorenteggio e consegnare in via Santa Rita da Cascia, in Giambellino: 4 chilometri di strada, 37 minuti in totale. La paga: 4,50 euro.
Fatto il mio dovere, non ricevo più niente per il resto della giornata. Nei 90 minuti seguenti giro a vuoto tra Giambellino, Barona, Navigli e Lorenteggio sperando di intercettare qualche nuovo ordine. Senza fortuna. Dopo aver respirato fumi di scarico, scansato buche, evitato bus e furgoni, torno a casa (nell'hinterland) stanco e amareggiato per aver concluso poco. Penso: «Sarà il ranking, sarà la zona». Così, la sera dopo provo a cambiare. Nelle due ore a disposizione decido di coprire i quartieri di De Angeli e San Siro, ma già da casa mi viene assegnato un ordine. Il punto di ritiro è sempre al fast food di via Lorenteggio, la consegna è in Barona, a 3 chilometri e mezzo di distanza. Sfreccio tra i semafori, attraverso cavalcavia e arrivo a destinazione. Citofono alla cliente, apro il cubo e scopro che nel tragitto le bibite si sono rovesciate. Mi scuso e per fortuna la signora capisce. Prima di andare, però, le chiedo lo stesso una valutazione. Lei acconsente, a patto che sia solo per me e non per l'azienda. Tempo impiegato: oltre 40 minuti. Guadagno effettivo: 4,22 euro.
Salto in sella, deciso a tornare nella zona che avevo stabilito. Passano 20 minuti, poi il telefono suona di nuovo mentre pedalo. C'è una notifica: due pizze da consegnare in via Osoppo, quartiere San Siro, a quasi 5 chilometri di strada. Rispetto al McDonald's i tempi del ristorante sono più lunghi. Aspetto oltre un quarto d'ora, ma ne approfitto per chiacchierare con due camerieri. Mi parlano con empatia: comprendono la fatica. Uno di loro mi confida di aver fatto il fattorino in passato, proprio per Glovo, ma si guadagnava molto di più. «Adesso hanno ridotto la paga. Ho lasciato perché non era vita», racconta. «Poi la mia ragazza è rimasta incinta e ho dovuto trovare qualcosa di più stabile e sicuro». Prendo le pizze e sfreccio verso San Siro. Arrivo quando mancano 3 minuti alla fine del turno. Consegno i cartoni e guardo il mio compenso sullo schermo: 5,10 euro. Due ordini in due ore. Tra il traffico e i tempi di attesa, difficile rispettare la media che l'azienda assicurava ai colloqui: «Una consegna ogni 30 minuti per un guadagno fino a 10 euro l'ora», dicevano. Nemmeno Chris Froome ce la farebbe. Intanto controllo lo smartphone: nessun cliente ha lasciato una recensione. Forse in quel momento erano più concentrati nell'addentare l'hamburger, che nel pigiare qualche stellina al fattorino. E il mio punteggio rimane sempre mediocre: 2.5.
Mentre torno a casa con il cubo in spalla e le gambe pesanti, ripenso ai ragazzi incrociati al colloquio. A quelli capitati un po' per caso, a quelli un po' più scettici e a quelli certi di trovarsi nel posto giusto perché - come raccontano - «il lavoro oggi si è trasformato». Ripenso all'attenzione mentre i reclutatori spiegano le forme di guadagno. Le loro domande e infine la convinzione di chi pensa di aver fatto, tutto sommato, un buon affare: un'occupazione in regola, da gestire in autonomia per guadagnare quello che serve. Qualcuno che è riuscito a fare di un lavoretto una professione c'è. Ma per quei pochi, ce ne sono tanti che fanno fatica a vederne i vantaggi, al di là della precarietà e delle poche tutele. Per questa due giorni di consegne io torno a casa decisamente più povero. Dopo oltre 6 ore effettive in giro per Milano a pedalare, ho guadagnato 13,79 euro e ne ho spesi oltre 70 tra manutenzione bici e caparra per l'attrezzatura. Non proprio quello che si definisce un affarone.




