Essere laici non significa essere atei. Da questa semplice considerazione, che solo a doverla spiegare vien da piangere per la sua ovvietà, è possibile contemplare la battaglia dell’intera vita di monsignor Luigi Negri. È morto l’ultimo giorno dell’anno 2021, a 80 anni, il Leone di Milano, che ha prestato voce e intelligenza pugnace alle diocesi di San Marino-Montefeltro e Ferrara-Comacchio e a una generazione di giovani, di Cl e non solo. A monsignor Negri la faccenda che per essere laici non bisogna credere in niente, dava un fastidio quasi fisico. Il corollario era per lui una frase di Giovanni Paolo II, che ripeteva spesso: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Una fede quindi che sa diventare anche politica, nel senso più alto del termine, e lui la faceva senza preoccuparsi degli «equilibri». In fondo, voleva solo rispondere a una domanda: è davvero lo Stato lo strumento più efficiente per la felicità? In questa pagina pubblichiamo un testo che monsignor Negri scrisse per il numero di giugno 2004 del mensile Il Timone. Saranno due le cerimonie funebri, entrambe domani: alle 10 a Ferrara nella chiesa di San Francesco, rito presieduto dal cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente dei vescovi dell’Emilia Romagna; alle 15 a Milano in duomo, esequie celebrate dall’arcivescovo ambrosiano Mario Delpini e concelebrate dai vescovi Perego, Camisasca, Martinelli, Mazza e Sanguineti. [Lorenzo Bertocchi]
Esiste una concezione totalitaria della vita politica e in particolare dello Stato. Un’idea secondo la quale l’umanità trova il suo compimento vero perché si crea lo Stato giusto, in qualsiasi modo si qualifichi (di destra, di sinistra, e così via). L’idea è che lo Stato è tutto ed è - in quanto realizza questo potere - «uno Stato etico», come diceva Gentile. Lo Stato ha una sua ideologia, una sua morale e per questo ha le sue scuole, le sue strutture culturali, e coloro che vogliono far parte di questo Stato debbono professare l’ideologia dello Stato. Chi decide di non partecipare all’ideologia dello Stato è fuori, è un dissidente.
La Chiesa negli ultimi cento anni della sua storia ha avuto la preoccupazione fondamentale di contrapporsi a questa concezione, di dire che lo Stato non è l’assoluto, che esiste una priorità della persona e che lo Stato è al servizio della società. La dottrina sociale della Chiesa - almeno dalla Rerum novarum fino alla Centesimus annus - ha fatto una battaglia ampia, vera e appassionata contro questo totalitarismo. La politica oggi tende a mettere in moto e a raccogliere esigenze di partecipazione, le più ampie possibili, alla vita e alla gestione della società: c’è un fenomeno di partecipazione alla vita sociale e politica che si può riassumere nel termine democrazia.
Tutto ciò avviene in un contesto di rilevante pluralismo culturale. Esistono nella vita sociale esperienze diverse, e concezioni della vita, della persona, della famiglia, delle istituzioni diverse. Qual è la tentazione? È pensare che la vita sociale e le istituzioni si fondino sul relativismo culturale e quindi sul relativismo etico: come dire che una società è tanto più rispettosa delle diversità delle posizioni, quanto più circola l’idea che non c’è una verità, che tutte le posizioni sono sostanzialmente equivalenti, e che quindi i valori etici, cioè i criteri di comportamento che sempre hanno fatto riferimento a una verità, sono anch’essi assolutamente equivalenti. La società è tanto più democratica quanto più nessuno gioca in questo contesto la pretesa di una verità, e quindi la pretesa di una legge morale valida per tutti, di criteri di riferimento validi per tutti. La società è tanto più forte, quanto più - per esempio sul tema della vita - non si fa una scelta determinante: si lascia convivere l’idea che la vita incomincia subito all’atto del concepimento e finisce all’atto della morte e non si può manipolarne l’inizio e la fine, con l’idea per cui la vita comincia tre settimane dopo, oppure è un coagulo più o meno casuale di cellule, o addirittura un oggetto di carattere bio-fisiologico che può essere sottoposto a ricerche che non si fermano di fronte a niente.
In questa idea di società democratica non c’è legge morale, non ci sono criteri valutativi. È la società della televisione, è la società della maggioranza. È la società che fa diventare criteri di riferimento i comportamenti sociali più diffusi, che fa diventare veri e legali i provvedimenti che sono stati votati a maggioranza. Per cui una legge sostanzialmente immorale come quella dell’aborto diventerebbe i valida e morale per tutti perché è stata votata a maggioranza. Sulla politica di oggi stende la sua ombra una posizione che non è meno grave dell’ideologia del secolo scorso, una ideologia sostanzialmente relativista che ha il culto della democrazia come una procedura: quello che è stato votato a maggioranza è valido.
Nel 1981, in quello straordinario documento che è la Dives in misericordia - che dovrebbero leggere non solo i cattolici ma tutti gli uomini politici -, Giovanni Paolo Il scrive che «il pericolo che incombe sulla società di oggi non è quello dell’olocausto nucleare, ma della perdita della libertà di coscienza delle persone, delle famiglie, dei popoli, delle nazioni, ottenuta attraverso l’uso senza scrupoli dei mezzi della comunicazione sociale» (n. 11). Oggi, dire la parola «democrazia» in un contesto che oscilla dall’ideologia del «sentito dire» della televisione all’ideologia della maggioranza, significa dire una cosa estremamente debole ed equivoca, dove la maggioranza equivale a valore in sé; mentre la maggioranza ha valore in quanto tende a regolare la vita sociale, ma non fa diventare vera e valida una posizione culturale. Oggi non ci sono più le grandi ideologie totalitarie con i colori delle camicie e delle bandiere, o con quella violenza ideologica per cui la gente si è massacrata nelle piazze, nelle scuole e nelle università; ma c’è questa ideologia non meno pervasiva, per cui se dici «io credo in questo e credo che questa sia la verità» sei sostanzialmente nemico della democrazia.
La vita della società ha come soggetti reali non questo piattume senza differenze, coagulato da quest’idea relativistica sul piano teorico e sul piano etico. La società è l’incontro dei diversi. È il luogo dove esistono esperienze di vita, di cultura, concezioni dell’uomo; la cultura intesa nel senso sostanziale e fondamentale insegnato da Giovanni Paolo Il, cioè l’impegno dell’uomo con il suo destino. Non si può impegnarsi con il proprio destino senza arrivare a un’idea di verità proclamata come tale: può non essere adeguata, può essere un’approssimazione, una profezia (ogni cultura è una profezia della cultura vera). La società è fatta dal dialogo di identità diverse. Per dialogare non bisogna mettere fra parentesi la propria identità, perché ciò contribuisce alla confusione, e nella confusione domina chi ha più potere. Un potere magari surrettizio, quello dei mezzi della comunicazione sociale, che non si verifica mai, che non si vota mai, che non è sottoposto a verifica, perché è un potere autonomo, autosufficiente.
Allora, si contribuisce alla politica giocando fino in fondo la propria identità. La politica è l’arte del compromesso, ma non del compromesso ideale: del compromesso pratico. E tanto più si è radicali nel compromesso pratico, quanto più l’identità si gioca a tutto campo. Ci sono delle battaglie sociali e politiche che la Chiesa indica ai suoi figli, e che non possono essere disattese: le battaglie sul valore della persona. Innanzitutto la persona intesa come vita, perché la persona è una vita fisica: esiste la persona perché esiste un’anima unita a un corpo, quindi non può esserci una partecipazione intensamente cristiana alla vita politica, se non è innanzi tutto determinante la battaglia per la vita e la sua sacralità. Il rispetto assoluto della vita implica il dovere di obiettare e di ostacolare norme legislative o disposizioni che siano anche soltanto una riduzione minimale del rispetto assoluto che si deve alla vita, dal suo concepimento fino alla morte.
La seconda battaglia è quella relativa alla verità e alla libertà della persona, quindi ai diritti fondamentali: la libertà religiosa, la libertà di coscienza, la libertà della famiglia, la libertà di aggregazione sociale, la libertà di cultura, di educazione, i principi fondamentali di solidarietà, di sussidiarietà, una concezione del rapporto vita/realtà statale e istituzioni in cui le istituzioni non siano realtà che si impongono alla vita sociale, ma che servono il bene comune. È dall’appartenenza ecclesiale che nasce una cultura politica, e le voci di questa battaglia politica le dà la Chiesa: il radicale servizio alla vita, alla persona e ai suoi diritti fondamentali, il servizio a una società ricca e articolata che non può essere dominata dalle strutture istituzionali, ma dev’essere servita dalle strutture istituzionali. Questo a me pare un cammino di autentica laicità.
Nel 1965, in occasione del ventennale della Resistenza, nel quale si celebrava la fine del fascismo e la nascita della nuova società, ricordo che facemmo un numero speciale del nostro giornale, Milano studenti, che arrivava a una tiratura di ventimila copie. Era presente un editoriale, che Giussani lesse e riprese in più interventi, nel quale si diceva: «Non ci basta più la libertà della Resistenza, facciamo resistenza per la libertà». Venivano poi segnalate anche le battaglie per le quali valeva la pena impegnarsi. Quella che era indicata come prioritaria rispetto a tutte le altre era la libertà di educazione perché un popolo cristiano che non è educato, o peggio, viene diseducato dalla scuola ideologizzata, perde la propria identità. Per Giussani l'educazione era davvero un punto imprescindibile tanto da sostenere all'infinito la formula «mandateci in giro nudi, ma lasciateci liberi di educare». Egli ha cercato di promuovere in tutti i modi la consapevolezza dell'importanza della libertà di educazione, in un mondo in cui né i laici né i cattolici sembravano rendersene conto; un mondo dove l'impostazione ideologica tendeva a identificare la scuola statale con la scuola pubblica, di fatto affermando che solo lo Stato avesse il diritto di educare, retaggio del totalitarismo risorgimentale prima, fascista poi e infine comunista.
la questione ideale
Da un punto di vista politico i risultati ottenuti sono stati forse modesti perché, se si escludono alcuni provvedimenti legislativi locali e qualche piccolo passo verso la parità scolastica, ancora oggi solo parzialmente realizzata, la società italiana è tra quelle in cui la libertà educativa risulta essere meno rispettata. Tuttavia, l'insistenza di Giussani per la lotta a favore della libertà di educazione ha avuto un risultato importantissimo: mobilitare migliaia di adulti, insegnanti e genitori, che, in nome della libertà di educazione, si sono sacrificati per dare vita o sostenere scuole libere, spesso pagando di tasca propria cifre imponenti per il bilancio delle famiglie. Certamente, anche un grande movimento di popolo, come quello che ha originato tali importanti opere di carattere educativo, rischia di affievolirsi e ridimensionarsi fino a venir meno; non solo per le durissime condizioni di carattere economico, che in modo discriminatorio colpiscono maggiormente le scuole paritarie delle scuole statali, ma ancora di più per la perdita della memoria di quanto è stato generato a partire dal carisma di Giussani.
Per Giussani la difesa della libertà di educazione nasceva dalla responsabilità educativa, vissuta in prima persona, e dall'appartenenza alla Chiesa. La Chiesa non può infatti vivere fino in fondo la propria natura senza essere «madre e maestra», senza prendere sul serio la propria responsabilità educativa. D'altra parte non c'è possibilità di educazione senza la presenza di un'autorità che si assuma la responsabilità di portare ai giovani una vera proposta. Il metodo educativo, così come è andato definendosi nell'azione di Giussani e nella sua formulazione teorica, sintetizzata ne Il Rischio educativo, pone proprio nell'imitazione di chi è più maturo il dinamismo fondamentale attraverso il quale si educa. Per questo la comunità era il luogo dove, secondo Giussani, doveva essere fatta ai giovani una proposta di vita; dove essi dovevano essere aiutati a vivere la novità della vita cristiana non secondo un generico richiamo, ma attraverso un'esperienza autentica.
Per Giussani non era possibile pensare un'azione educativa che non arrivasse a coinvolgere i giovani in iniziative, in gesti ai quali essi potessero prendere parte. L'iniziativa, per risultare davvero efficace, come già nel 1959 era definito nel testo Gioventù Studentesca. Riflessione su un'esperienza (poi pubblicato in Il cammino al vero è un'esperienza), doveva essere così caratterizzata: «Chiara di fronte a chiunque», cioè senza indecisioni causate da eccessive remore o timori di urtare gli altri; «elementare nella comunicazione», cioè capace di coinvolgere la libertà dei ragazzi in un'azione concreta; «integrale nelle dimensioni», cioè capace di tenere insieme cultura, carità e missione; «comunitaria nella realizzazione», cioè sviluppata senza trascurare nessuno dei fattori costitutivi della comunità (l'adesione personale, le diverse funzioni e responsabilità, l'autorità, l'unità).
Come si può educare a vivere la novità cristiana, se non favorendo il pieno riconoscimento del desiderio del vero, del bene, del giusto, di quell'insieme di esigenze ed evidenze del cuore che Giussani chiamava «esperienza elementare»?
prospettiva nuova
Come si può riuscire a fare in modo che queste dimensioni assumano una prospettiva nuova, autentica e definitiva, nella vita dei giovani? Per Giussani è sempre stato chiaro che nelle iniziative i giovani potevano sperimentare questa novità: nelle iniziative culturali sperimentavano che il desiderio del vero poteva essere vissuto; nell'iniziativa della caritativa facevano esperienza che la logica fondamentale dei rapporti non era il dominio, neanche la pace armata, ma la carità come condivisione assoluta; in qualsiasi iniziativa, attraverso l'incontro con l'altro e la testimonianza di Cristo, sperimentavano che la vera realizzazione della vita non passa attraverso l'affermazione di sé, ma di un Altro, vivendo così in prima persona la missione.
Quanto più la scuola vuole essere autentico àmbito educativo, tanto più dovrebbe consentire tale dinamica nella piena libertà. Purtroppo questo diventa davvero difficile in un contesto come quello della scuola italiana, dominato da una mentalità burocratica e tecno-scientifica. Quanto mai è allora fondamentale che si debbano creare àmbiti educativi dove gli adulti siano in grado di proporre qualcosa di vero e di bello. Non bisogna dimenticare che, secondo la dottrina sociale della Chiesa, spesse volte richiamata proprio su questo punto da Giussani, l'educazione è affidata alla famiglia, poi in modo sussidiario alla Chiesa, ma non direttamente allo Stato.
Giussani ha favorito, allora, lo sviluppo, a livello ecclesiologico, del concetto di dottrina sociale come difesa della libertà della Chiesa e del popolo, soprattutto assimilando e approfondendo il grande magistero di Giovanni Paolo II; ma non è stata solo una riscoperta teorica, perché ha saputo favorire la creazione di un numero davvero impressionante di opere.
opere e politica
Penso che anche oggi non si possa pensare di proseguire sulla strada da lui avviata dimenticando il concetto di opera e pensando la fede in termini intimistici. Per questo, credo anche che la questione della politica non possa venire trascurata. La dimensione politica della fede è inevitabile perché, da una parte, è resa necessaria per la difesa della libertà della Chiesa, a partire dalla difesa della missione, dall'altra, coincide con un'espressione importante dell'amore al popolo che si realizza nelle opere. L'opera, infatti, non è solo un'iniziativa di carattere sociale perché, da un lato, esprime la capacità del singolo o del gruppo di interagire con i problemi reali, svolgendo nell'assunzione dei problemi reali tutte le capacità scientifiche, culturali delle quali si dispone; dall'altro, costituisce un àmbito di testimonianza e missione. Anche l'impegno per i diritti fondamentali, come il diritto alla vita, il principio di sussidiarietà o quello di solidarietà, non è qualcosa di secondario, perché questi, sebbene possano essere formulati diversamente a seconda delle circostanze, sono veramente diritti inalienabili, come ci ha ricordato Benedetto XVI, e quindi imprescindibili, se si vuole contribuire significativamente alla costruzione del bene comune.
La missione coincide con questo impegno continuativo, che si rinnova ogni giorno, a investire tutte le circostanze della vita di quella umanità nuova, di quella mobilitazione nuova dell'intelligenza e del cuore che nasce dall'appartenenza a questa compagnia. Il popolo si realizza nella missione. Ripeteva spesso Giussani che Giacomo, Andrea e Giovanni, neanche per un momento, hanno pensato moralisticamente di cambiare vita; hanno piuttosto pensato di andare dietro all'Avvenimento più grande di loro che li aveva presi e li aveva portati magari dove non volevano. In questo seguire quello che avevano incontrato è poi scaturito inesorabilmente il cambiamento della loro vita. Se invece avessero preteso, come condizione necessaria per andare dietro al Signore, di cambiare, di non vivere più come gli altri, prima di seguire, non si sarebbero mossi. La missione è il grande movimento di autorealizzazione della Chiesa.
In che cosa consiste il nesso straordinario tra Giovanni Paolo II e don Giussani? Certamente in un'affinità di temperamento, in un'ampiezza di cultura che per certi aspetti aveva visitato gli stessi grandi autori. Ma dove si radicano l'apertura intellettuale, la vivacità umana, il non clericalismo di Giovanni Paolo II e di Giussani? Nell'idea che la missione è il movimento che compie la Chiesa.
Non ci può essere presenza cristiana che non urga alla libertà e quindi che non costringa l'uomo a decidere. Non so come si faccia a dire il contrario, sostenendo che non è più il tempo di queste cose, perché viviamo il tempo di una presenza silenziosa, discreta che non vuole dividere. La Chiesa vive inesorabilmente una battaglia, non contro questo o quello, ma una battaglia per l'affermazione della verità di Cristo perché la verità di Cristo eccede ogni capacita umana e, quindi, eccede ogni struttura, ogni istituzione. Qual è stata l'istituzione che, nei secoli e nei modi più diversi, ha tentato di sintetizzare la verità e di proporla? Lo Stato, l'istituzione pubblica, che si è presentata spesso come il luogo della comunicazione di Dio all'uomo. Per questo lo scontro contro lo Stato, che pretende di essere depositario dei diritti di Dio, è stato, fin dai primi decenni della vita cristiana, una battaglia inesorabile. Noi milanesi abbiamo ancora nel cuore l'immagine, conservata in moltissime espressioni artistiche della nostra Chiesa, di Sant'Ambrogio che ferma, sulla porta della Basilica milanese, l'imperatore Teodosio, il quale non era un figlio delle tenebre come i suoi compagni che lo avevano preceduto, anzi si qualificava come cristianissimo imperatore, e certamente voleva essere un imperatore cristiano, ma viveva la tentazione di legare la fede e la Chiesa all'esercizio del suo potere imperiale. Sant'Ambrogio, non imponente nella statura, né come cipiglio, lo ha fermato sulla porta della chiesa dicendogli: «Tu sei una grande cosa, o imperatore, ma sotto il cielo e noi difendiamo i diritti del cielo». Per la libertà della fede è inevitabile la polemica, la dialettica tra le istituzioni mondane e l'autorità della fede; e, perciò, è necessario che in questa battaglia per la verità venga individuato, di volta in volta, anche il nemico […]
La Chiesa vive perché l'uomo faccia esperienza della presenza di Cristo, possa incontrarlo e seguirlo. L'identità della Chiesa è stata ed è la grande protagonista della vita cristiana nel mondo. D'altro canto, si capisce questa natura profonda della Chiesa, se la si confronta con il mondo nel quale vive. Ciò non è facile dal momento che il mondo ha rivelato nei secoli una volontà di riduzione della Chiesa e poi progressivamente di eliminazione. E tutte le volte che questi tentativi di riduzione e di eliminazione – realizzati nei modi più diversi, secondo le immagini più diverse – non sono riusciti, sempre di nuovo sono stati ripresi. È inesorabile la difesa che la Chiesa ha fatto di sé, ma è altrettanto inesorabile l'attacco che la Chiesa ha subito nel corso della sua storia. Noi viviamo in un momento nel quale l'attacco alla Chiesa è indiscutibile; anzi, è la cosa più ovvia. Tuttavia, che immagine dà la Chiesa di oggi? Quella per la quale il mondo, tutto sommato, sembra non combatterla più di tanto. Non la combatte più di tanto perché la percepisce come propria.
Il mondo sente che la Chiesa ha finito per assumere la mentalità del mondo, perdendo così la capacita di giudizio, la capacita di intervenire in modo critico nei confronti del mondo. Sembra che, invece della propria forza dinamica capace di mettere in discussione il mondo, la Chiesa vada cercando qua e là spazi per accordarsi con il mondo. È utile ricordare che negli interventi di San Paolo ricorre frequentemente, più delle riflessioni sugli stessi misteri interni al cristianesimo, la preoccupazione che la Chiesa non ceda alla mentalità di questo mondo. L'espressione paolina per eccellenza è infatti: «Non vogliate conformarvi alla mentalità di questo mondo» (Rm 12,2). Ecco, noi viviamo in una situazione nella quale non possiamo negare che la Chiesa, soprattutto attraverso il grande magistero e la grande testimonianza di San Giovanni Paolo II, abbia recuperato la propria identità e si sia, quindi, ripresentata al mondo con la capacità di rinnovare l'essenza del cristianesimo, come lo stesso San Giovanni Paolo II l'ha definita, cioè il dialogo tra Cristo e il cuore dell'uomo. […]
Per capire che cosa è la Chiesa non basta approfondire la sua identità, cosi come il magistero ce la ripropone, ma occorre capire che cosa è successo in questi secoli alla Chiesa, che cosa il mondo non cristiano ha preteso che accadesse alla Chiesa. È semplice dire che cosa il mondo cosiddetto moderno si augurava che succedesse alla Chiesa: che scomparisse nella sua pretesa di rappresentare una proposta definitiva per l'uomo. Si tollerava al massimo che sopravvivesse come una delle molte proposte senza però che avesse nessuna pretesa di assolutezza. Le religioni sono tutte estremamente importanti e significative, a condizione che nessuna pretenda di essere l'unica, quella autenticamente rivelata.
Nella misura per la quale una delle religioni, nella fattispecie il cristianesimo, pretende di essere la religione divinamente rivelata, è chiaro che bisogna eliminarla dal contesto delle religioni. Andranno bene allora tutte le religioni, tranne quella cattolica. Viviamo in un mondo cosi, che lo si capisca o non lo si capisca, che piaccia o non piaccia. Viviamo in un mondo nel quale spesso gli stessi cristiani soffrono un certo complesso di inferiorità dimenticando il vero scopo per il quale essi sono nel mondo. Dio ci ha messo in questo paese perché noi potessimo investire questo paese di una proposta che non viene da noi, ma che non possiamo rinunciare a fare, pena diventare complici della rovina nostra e del mondo. Comunque, il paese in cui viviamo e il paese in cui Dio ci consente di vivere perché la nostra missione si sviluppi in modo pieno per il bene nostro e del mondo. […]
Noi facciamo l'esperienza di un cambiamento del mangiare e del bere, del vegliare e del dormire, del vivere e, ahimè, anche del morire. Noi facciamo questa esperienza. La Chiesa ci mette in cammino per arrivare a un'esperienza totale di vita nuova: l'accadimento in noi delle promesse di Cristo. Questo è l'unico ideale di vita. Non quelli che di volta in volta vengono affermati dalla mentalità dominante. Possono prevalere, come accade nel momento della storia in cui viviamo, la legalità, il culto dei diritti... Ma, come ci ha insegnato bene in questi anni Marcello Pera, è inutile che parliamo di diritti, se prima o contemporaneamente non parliamo di doveri, perché i diritti senza i doveri sono un'astrazione ideologica e i doveri senza i diritti sono una tentazione di violenza sulla vita del popolo. […]
Il nostro cammino è stato un cammino pieno dal punto di vista del tempo. Tante cose le abbiamo quasi imparate da capo, ma soprattutto abbiamo imparato a vivere il cristianesimo come una missione, non come un messaggio sul quale protendono le loro mani adunche gli esegeti e ne fanno sconquasso.





