«Si ha l'impressione generale che negli ultimi quattro secoli la storia del cristianesimo sia stata una continua battaglia di ripiegamento», scriveva Joseph Ratzinger nel libro Riflessioni sulla creazione e il peccato. «Si è trovato di continuo qualche sotterfugio per potersi ritirare. Ma è quasi impossibile sottrarsi al timore di essere a poco a poco sospinti nel vuoto e che arriverà il momento in cui non avremo più nulla da difendere e nulla dietro cui trincerarci». Parole terribili scritte con quarant'anni di anticipo sulla realtà.
Il biografo del Papa, Peter Seewald, ne ha spiegato la grande ossessione: «L'identità dell'Europa è uno dei temi chiave di Ratzinger. Il declino della cultura occidentale lo ferisce personalmente. [...] Viene da un Paese in cui, fino a oggi, lo scisma della Chiesa ha inflitto le più grandi ferite nella cristianità. Grandi movimenti atei si sono diffusi da qui. È certamente una conseguenza di questa storia che in alcune città della Germania orientale oggi, ad esempio a Magdeburgo, il numero di cristiani, pari al 3 per cento della popolazione, non sia superiore a quello di Shanghai o Baghdad». «Il suo ruolo è rappresentare la civiltà occidentale», ha affermato l'americano Michael Novak su Ratzinger. Questa, secondo Novak, è la sua domanda centrale: «Qual è la cultura necessaria per preservare le società libere dai propri pericoli interni e renderle degne dei sacrifici che le hanno portate alla luce?».
L'egemonia politica mondiale dell'Occidente dopo il 1989 per lui era un'illusione. Ratzinger aveva capito che i grandi successi contenevano in sé la crisi, e forse il collasso, dell'Occidente. È la «rassegnazione di fronte alla verità», di cui avrebbe parlato Ratzinger dal monastero austriaco di Mariazell, «il nocciolo della crisi dell'Occidente, dell'Eu- ropa». Sopra le maschere della stupidità e della cupidigia, l'Occidente indossava quella della disperazione.
volontà d'impotenza
A Mariazell, nelle Alpi della Stiria - il polmone verde dell'Austria - sorge un santuario mariano che collega spiritualmente i popoli dell'ex impero asburgico. Da Haydn a Mozart, gli organizzatori della visita del Papa avevano riunito tutte le glorie musicali dell'Austria. Ratzinger le conosceva bene: «In nessun altro ambito culturale c'è una musica di grandezza pari a quella nata nell'ambito della fede cristiana: da Palestrina a Bach, a Haendel, sino a Mozart, Beethoven e Bruckner. La musica occidentale è qualcosa di unico, che non ha eguali nelle altre culture».
Benedetto XVI salì al santuario per incoraggiare un'Europa occidentale che stava incassando i colpi brutali della secolarizzazione. Un Occidente apparentemente inarrestabile, ma che coltivava in sé una fortissima insicurezza culturale, come se perso l'Occidente tutto dovesse diventarne una specie di grande periferia. Una volontà di impotenza che si traduce in volontà del nulla e poi in volontà di liquidazione dell'esistente da parte di un Occidente che vive nel privato benessere senza accorgersi dei pericoli. «Benedetto XVI era preoccupato per l'Europa, qui è iniziato il movimento suicida in Occidente che oggi si sta intensificando. L'Europa è il continente malato, siamo al suo capezzale», ha spiegato il medievista della Sorbona Rémi Brague.
Ratzinger ha disturbato molto nel tempo in cui tutti hanno recitato contriti l'atto di abiura, hanno rotto con la propria storia, cambiando nome, insegne e identità. Ratzinger, da filosofo, si era messo contro il culto feticistico della Storia che caratterizza il pensiero contemporaneo. Ecco i punti da lui indicati nel processo di autodistruzione della cultura occidentale: la ragione ridotta a ragione scientifica; oblio della cultura giudaica e cristiana; la verità che deriva dalla sua sola riproducibilità tecnica; la felicità sostituita dal benessere; il «nichilismo dal volto umano» del filosofo francese Alain Finkielkraut; il mondo pensato come un immenso villaggio di vacanze e desideri; il sesso come fonte di rivelazione escatologica; e, per dirla con Ratzinger stesso, «l'ammutolire di ciò che è autenticamente umano».
Per Ratzinger è come se non ci fosse più contrapposizione fra il totalitarismo nazi-comunista e le democrazie liberal-democratiche, perché se il primo ha bruciato ogni riserva ideale, le seconde ci hanno consegnato una tabula rasa, un mondo senza più misura, dove tutto è assente, percorso da una grande perdita, che finisce in una specie di suicidio bianco, il cui nichilismo banchetta sul cadavere della cultura, il cui sole è sempre più al tramonto e che vive le ultime dolcezze di una giornata che ormai non ha più nulla da dare.
barca capovolta
Il Ratzinger che nel 1985 aveva definito i Paesi socialisti «la vergogna del nostro secolo» era preoccupato dalla possibilità che l'Occidente precipitasse in una nuova «vergogna» che sarebbe uscita dai laboratori, dalle accademie, dai Parlamenti, da quei basamenti di un pensiero unico contro il quale si sarebbe battuto l'uomo vestito di bianco, coltissimo come 12 professori, umile come un bambino alla prima comunione, che viveva come un parroco di campagna, che si vedeva per le strade di Roma come un prete qualunque, il basco in testa e una cartella sdrucita di documenti, principe di una curia disorientata e devastata da lotte interne. «Un uomo che sembra essere emerso all'improvviso da chissà quale gabinetto letterario rinascimentale», come lo ha definito la Revue des deux mondes.
«Al momento l'Occidente europeo [è] la parte del mondo più opposta al cristianesimo», dirà Ratzinger nel corso di un'intervista alla trasmissione Excalibur di Antonio Socci. Nell'intera arcidiocesi della sua Monaco di Baviera, la città dove si salutava con Gruess Gott (saluto Dio) invece che con un semplice buongiorno, la città della Rosa bianca, dove gli studenti cattolici prima di salire sul patibolo hitleriano vollero tutti confessarsi, oggi si contano appena 26 seminaristi nei vari stadi di formazione a fronte di circa 1.700.000 cattolici. Basti pensare, in confronto, che la diocesi americana di Lincoln, in Nebraska, ha attualmente 49 seminaristi per 96.000 cattolici.
«La Chiesa non è qui per “recuperare il terreno perduto", questa non è la sua missione», ha dichiarato il cardinale Jozef De Kesel, arcivescovo di Bruxelles. Dopo Ratzinger, la Chiesa è in ritirata, travolta dalla secolarizzazione, e sa che di sé stessa [...] rimarrà ben poco nel giro di una generazione. Come vedremo, Ratzinger lo aveva detto con mezzo secolo di anticipo.
[...] In Vaticano, sotto il papato di Benedetto XVI, si tenevano convegni sull'avvenire del cristianesimo in Occidente. Ratzinger in varie occasioni disse che si sarebbe instaurato un «cattolicesimo sclerotizzato e stanco», ridotto al «pragmatismo», un «cristianesimo borghese», conseguenza di una «stanchezza della fede [che] si perde anche nel relativismo del nostro tempo». Parlò di un sacerdote «esteriormente dilacerato e interiormente svuotato». E per i funerali del suo amico cardinale di Colonia, Joachim Meisner, Ratzinger ci consegnò l'immagine della Chiesa come di una «barca [che] si è già riempita fin quasi a capovolgersi».
La caduta del cattolicesimo europeo è spettacolare e la Chiesa si trova in una situazione di anemia e di declino, quantitativo e qualitativo, di «autodistruzione», disse Ratzinger. Stiamo assistendo a una sorta di addio al cattolicesimo senza lacrime, dramma e nostalgia. Lo splendore e la maestosità della tradizione occidentale sono ridotti a una immensa Vienna, un reparto geriatrico stracolmo di tesori dell'arte, della religione e della cultura. Per Ratzinger, era una società «autodistruttiva».
Il cattolicesimo non è ancora morto, non è ancora un malato terminale, il suo «cadavere si muove ancora», eppure in Europa sembra vicino al De profundis. Ratzinger sarà ricordato come l'ultimo Papa che ha provato a tenerlo in vita? Da Zagabria, egli ha parlato del rischio di questa «Europa [...] destinata all'involuzione».
la sfida del dissidente
Questo è anche il significato delle sue dimissioni, la re- gressione papale, la renuntiatio di questo vecchio fragile e stanco in un abbandono volontario da una scena planetaria divorante, a favore di un ritiro solitario e meditativo: il crollo del cattolicesimo in Occidente. Le dimissioni non soltanto di un Papa, ma anche dell'Europa che lo aveva prodotto. Fu durante un incontro per canonizzare i martiri di Otranto, dove più di 800 cristiani erano stati massacrati dai turchi nel 1480 per essersi rifiutati di convertirsi all'islam, che il Papa ha annunciato le sue dimis- sioni, l'11 febbraio 2013. Un martirio da relativismo.
Sei mesi prima di dimettersi, Ratzinger aveva evocato «una diffusa mentalità nichilista» che lo avrebbe sconfitto, trasformandolo come scrisse La vie nel «profeta paradossale di una Chiesa minoritaria». «Siamo in un'ora seria: il laicismo radicale può distruggere l'umanesimo», ribadì Ratzinger a un seminario della Congregazione salesiana un anno prima di diventare Papa. Come ha scritto Alain Finkielkraut, «Papa Benedetto ci ha lasciato notevoli testi filosofici, come la conferenza a Ratisbona, dove spiega che l'Europa è nata dalla confluenza della spiritualità biblica e delle domande greche. Questa eredità è ora in discussione. L'Europa rischia di perdere la sua anima. Il cristianesimo è in una posizione di debolezza. È perseguitato a Oriente e ridicolizzato a Occidente». La ridicolizzazione di Ratzinger in un Occidente condannato alla spossatezza soave dello scetticismo. Nel clima di conformismo dominante, [...] ai più è sembrato che Ratzinger fosse un nemico del bene. Ma eravamo noi a non esserci accorti che il bene, per dirla con Philippe Muray, era diventato un «impero». E che quel Papa ne era diventato il grande dissidente da internare, da mettere a tacere.
I cristiani orientali sembrano reliquie esotiche o complici dell'Occidente, i resti dei missionari occidentali. Sono nati in Oriente come i loro antenati, sono sicuri di essere sempre stati li, e anche di essere i primi. Non vogliono essere gli ultimi, condannati a essere eterni vagabondi, a scegliere tra la conversione, la fuga e la tomba.
Il piano islamista in Siria previde fin da subito la distruzione del cristianesimo. Come ha raccontato Jean Clement Jeanbart, arcivescovo melchita di Aleppo, «non appena giunti in città i guerriglieri islamici, quasi tutti provenienti dall'estero, hanno occupato le moschee. Ogni venerdì i loro imam lanciano messaggi di odio, invitando la popolazione a uccidere chiunque non professi la religione del profeta Maometto. Essi utilizzano i tribunali per formulare le accuse di blasfemia. Chi è contrario al loro pensiero paga con la vita».
John Eibner, a capo della ong americana Christian Solidarity International che si è molto battuta per i cristiani orientali, ha parlato di «un'ampia pulizia religiosa che minaccia l'intera comunità cristiana del Medio Oriente e c'è un'enorme area di territorio dalla Siria nordoccidentale fino a Baghdad che è purificata religiosamente». I segni e gli avvertimenti c'erano tutti. Bastava voler ascoltare e capire. La prima petizione per i cristiani perseguitati risale addirittura al 2009 sul quotidiano francese Le Monde3. Era prima di tutti i grandi massacri, delle grandi invasioni dei villaggi e delle città cristiane, della distruzione del loro patrimonio storico e religioso.
Sono trascorsi dieci anni e ancora l'Occidente è sordo. «Non passa un giorno senza che i cristiani dell'Oriente paghino in carne e ossa il prezzo dell'intolleranza e del fanatismo. Un'estinzione alla quale rimaniamo drammaticamente sordi e ciechi. Questo annichilimento che si svolge davanti ai nostri occhi è estremamente serio, non solo in termini di coscienza umana ma anche per il futuro di tutto l'Oriente. Dopo le donne, che i fanatici cercano di emarginare ed escludere dalla società e dal mondo, i cristiani orientali sono diventati il nuovo capro espiatorio, il simbolo di una modernità insopportabile. Questi cristiani arabi, che vengono uccisi o gettati sulle strade dell'esilio, sono di casa in Oriente, dove la loro presenza millenaria precede l'islam (…) Per schiacciare gli infami, come direbbe Voltaire, tutte le menti illuminate devono mobilitarsi in modo che la barbarie non imponga la sua legge. I cristiani orientali stanno morendo. E riguarda tutti noi».
Come ha scritto l'archimandrita Ignazio Dick, vicario generale della chiesa greco melchita di Aleppo, «non siamo corpi estranei. Ciò che ci aspettiamo dai nostri fratelli occidentali non è tanto il loro aiuto materiale, quanto piuttosto la loro comprensione e il loro rispetto». La maggior parte di queste Chiese sono divise in due rami: uno ortodosso e l'altro cattolico. Questi ultimi riconoscono l'autorità suprema del Papa, pur rimanendo dotati ciascuno di un Patriarca.
«Maroniti, copti, melchiti, siriaci, armeni, assiri, caldei, quanti nomi strani che hanno i cristiani orientali», pensa l'occidentale scristianizzato. La morte dei cristiani orientali è il segno non solo della nostra vergogna, ma della morte della nostra civiltà. E riguarda la sopravvivenza di memorie relative alle origini stesse del cristianesimo.
Sono terre di anacoreti e di «uomini santi», i quali, con la Pace di Costantino, passarono dall'eremo al cenobio, edificando chiese e conventi, esportando nel mondo il cristianesimo. A Oriente fiorirono meditazioni e approfondimenti del messaggio evangelico. Durante il Medioevo, quelli furono i luoghi dell'Oriente più popolati di edifici cristiani. Serbatoio di spiritualità e di pensiero in cui si affinarono teologi e patriarchi. Sia pure in numero via via minore, per la crisi della Chiesa orientale, dovuta alla crescente egemonia islamica. Tutto ciò fino ai tempi moderni, quando la loro decadenza subì una brusca accelerazione. Ci sono addirittura chiese paleocristiane che ebbero vasti influssi e che arrivarono fino alla Dalmazia e all'Italia meridionale e in Lombardia. Inoltre costituiscono un unicum nella storia dell'architettura cristiana. Perdere oggi per sempre queste memorie storiche di questa parte dell'Eurasia, a cui in fondo erano appartenuti anche gli apostoli, significherebbe perdere qualcosa che riguarda le origini del Cristianesimo.
Dei regni arabi formatisi sin dal VI Secolo avanti Cristo ci sono il Regno Nabateo di Petra, in quella che oggi e la Giordania; il Regno di Hatra, vicino a Kufa in Iraq; quello di Edessa in Mesopotamia, centro della civiltà siriaca; e quello di Palmira, l'antica Tadmor, la città delle palme. Tranne Petra, Hatra, Edessa e Palmira sono state tutte toccate dalla furia del fondamentalismo islamico in questi anni. Hatra e stata occupata dagli islamisti nel marzo del 2015 e gravemente danneggiata nei mesi successivi. L'Isis ha pubblicato video che mostravano i suoi bulldozer in azione contro gli antichi templi assiri, fra i più colpiti dai jihadisti, assiri che sono i figli di Nestorio e parlano ancora l'aramaico, la lingua di Gesù.
Dei 20.000 cristiani assiri che c'erano in Siria ne sono rimasti 1.000. Le cronache che ci arrivano dai villaggi assiri in Iraq sembrano provenire da un'epoca lontana: interi villaggi svuotati, con centinaia di prigionieri; la distruzione di opere d'arte leggendarie; una tassa sulle minoranze religiose; conversioni forzate di massa; decapitazioni. Una furia che ricorda Tamerlano e Gengis Khan, che pure non erano riusciti a distruggere la chiesa assira. I militanti islamici stanno perseguendo contro gli assiri una campagna implacabile per annientare tracce di civiltà risalenti all'antica Mesopotamia.
I cristiani assiri, infatti, sono gli eredi del regno cristiano di Edessa, baluardo contro i turchi e gli arabi, «primo scalino della potenza cristiana in oriente» come scrive il Tasso nella «Gerusalemme liberata».
Edessa, una delle più antiche citta cristiane al mondo, oggi e Urfa, un baluardo dell'islam politico turco. Nel 1914, il Patriarcato armeno di Costantinopoli contava 2.459 siti cristiani. Nel 1974 erano scesi a 913, di cui 464 inutilizzabili. Si fa risalire proprio a Edessa l'origine del mandylion, l'immagine del Cristo con la barba e dai lunghi capelli, la più antica raffigurazione del volto di Gesù. Molti volti «miracolosi» del Cristo raggiunsero l'Italia, come la Veronica, veneratissima nel Medioevo, e che finì a Roma in San Pietro. Ma è l'immagine di Edessa ad aver plasmato l'immaginazione occidentale. Secondo la leggenda, il mandylion di Edessa non fu dipinto da mano umana, ma nacque come impronta del viso di Cristo su un panno. Il mandylion fu inviato da Gesù al re Abgar di Edessa, l'assiro che è stato il prototipo del monarca convertito al cristianesimo. La reliquia fu trasferita a Costantinopoli, dove divenne il palladio della città imperiale, prima di arrivare a Genova.
Le stragi di cristiani assiri in Iraq iniziarono subito nel 2003. Una studentessa assira dell'Università di Mosul, Anita Tyadors, venne giustiziata perché parlava inglese, vestiva all'occidentale ed era cristiana. Pochi giorni dopo ci fu il massacro di quattro assiri che scortavano Pascale Warda, l'unico ministro donna del governo iracheno. Poi fu ucciso l'assiro Ra'aad Augustine Qoryaqos, docente di Medicina dell'Università di Anbar. Due cristiani di Baghdad, Ameejon Barama e sua moglie Jewded, furono ritrovati con la gola recisa. I jihadisti uccisero il traduttore assiro Layla Elias Kakka Essa. Nella rivendicazione, Al Qaida defini gli assiri «collaborazionisti crociati».
Passano gli anni e i jihadisti arriveranno a tagliare la punta delle dita di un ragazzo cristiano di 12 anni nel tentativo di convertire un gruppo di siriani all'islam. Ma quando hanno rifiutato, i terroristi hanno giustiziato tutte e 12 le persone. Una donna ha gridato «Gesù» prima che lei e gli altri fossero decapitati dal gruppo terroristico. Storie come questa diventeranno comuni per i successivi tre anni in Medio Oriente. Ma non solo. Una carneficina nel giorno della Resurrezione a Lahore, in Pakistan, nel 2016 ha spezzato la vita di 72 innocenti tra i cristiani, di cui molti bambini.
Quando lo Stato islamico decapitò 21 cristiani copti sulle spiagge della Libia, il Dipartimento di Stato americano si rifiutò di riconoscere che erano stati assassinati in quanto cristiani. Si riferì a loro in quanto «cittadini egiziani». Una codardia imbarazzante.




