Già anni fa Paolo Matthiae, professore emerito all’Università La Sapienza di Roma, autore della più importante scoperta archeologica della seconda metà del Novecento, la città siriana di Ebla, l’attuale Tell Mardikh, si rammaricava del fatto che nel 2010 la prestigiosa missione italiana fosse stata costretta ad interrompere gli scavi iniziati nel 1964 a causa della guerra. Oggi la situazione è cambiata e finalmente, sotto l’egida del dipartimento di Scienze dell’antichità dell’Università La Sapienza e del ministero degli Affari esteri, la missione potrà fare ritorno nel paese dopo l’occupazione del sito da parte delle milizie irregolari di Al Qaeda.
Professore, qual è lo stato attuale del sito di Ebla?
«Fino a qualche anno fa pensavamo che avesse avuto dei danneggiamenti del tutto superficiali. Invece, la situazione è più grave perché Ebla è stata occupata dai ribelli, che hanno scavato tunnel sotterranei in cui hanno costruito delle casermette devastando terreni archeologici. I colleghi della direzione generale delle Antichità di Damasco quando è stato liberato il sito sono andati sul luogo per eseguire rilievi accurati, anche con droni, e ci hanno inviato le fotografie. Questo non significa che il sito sia stato distrutto: certo, si tratta di ferite profonde e alcuni tunnel hanno sconvolto i terreni archeologici, che tuttavia non sono stati asportati completamente. Il problema che si pone in questi casi a cui francamente non eravamo avvezzi, è recuperare tutto il possibile, con quella che chiamiamo una “riabilitazione” del sito: non lo si può riportare a situazioni precedenti, però si può fare molto».
In che modo il sito può essere riabilitato?
«Quando a Ebla si sono fatte queste trincee di guerra ad altezza d’uomo, ben diverse da quelle che facciamo noi archeologi con la massima attenzione, sono stati riversati terreni archeologici. Ovviamente in buona parte sono ancora lì, quindi è in programma la riabilitazione di questi terreni: certo sconvolti, rimossi, da riscavare con estrema cura. Si possono ottenere dati ugualmente, anche se diversi da quelli di un sito in condizioni normali. Poi potrebbero esserci delle mine antiuomo, il sito dovrà essere bonificato: gli archeologi dovranno intervenire in seguito. Infine, è necessario constatare dove ci si trova alla base delle trincee. Si tratta di un’area molto estesa, quasi 60 ettari di superficie, con una disposizione particolare: la collinetta centrale più piccola di circa 250 metri di diametro, al centro quella che noi chiamiamo Cittadella o Acropoli, poi un’ampia città a quota molto più bassa e un rilievo perimetrale impressionante. In quella zona, certamente preziosa, in cui procedevamo in maniera lentissima perché l’archeologia moderna è lenta, paradossalmente i ribelli hanno portato via d’ un colpo qualcosa che avremmo tolto in diversi anni. Per quanto gli archeologi siano abituati alla distruzione, considerano ideale una distruzione antica, perché fissa ciò che ha distrutto: più è stata rovinosa più in un certo senso è positiva. Se c’è stato, come successo ad Ebla, un breve saccheggio e un incendio, quell’incendio ha conservato ogni cosa, le rovine si sono sgretolate e hanno sigillato la distruzione. Gli archivi di Stato di Ebla, del 2350 a. C., erano conservati dalle stesse rovine del Palazzo, che si sono piegate su loro stesse: abbiamo trovato la stanza ricolma delle tavolette degli ultimi 40, 50 anni della città».
Qual è la situazione che attende i suoi collaboratori in partenza per la Siria?
«La situazione è sotto il controllo della direzione generale delle Antichità e del governo della Repubblica araba di Siria. Ebla si trova nel territorio estremo del governatorato di Idlib, tuttora quasi completamente sotto la sorveglianza di Al Qaeda, la Turchia ne detiene il controllo di una parte. Non ci sono scontri armati confermati, ma molti villaggi sono stati distrutti. Gli archeologi vorrebbero lavorare in luoghi in cui, come abbiamo fatto per 47 anni, si potevano stabilire rapporti di familiarità e amicizia. Dopo lo scavo di sette ore della mattina, la casa della missione era sempre aperta e gli operai venivano a parlare di quello che volevano. Una campagna di scavo come la nostra è quasi un record, soprattutto con lo stesso direttore di missione, perché ho cominciato a lavorarci a 24 anni e adesso ne ho 82. Se non fosse avvenuta la crisi siriana, prevedevamo con sicurezza almeno altre otto campagne di scavo».
Ci sarebbe ancora tantissimo da fare.
«Finora è stato scavato soltanto il 10 per cento del sito. Forse è azzardato fare delle proporzioni, ma i danni che possono essere stati arrecati sul complesso della superficie secondo me non sono superiori al 25 per cento. Purtroppo il tempio che stava sul margine dell’acropoli occidentale è stato distrutto completamente, però c’è tutta la documentazione fotografica aerea e satellitare, dunque la conoscenza scientifica non è andata perduta. Sono convinto che si rifarà un parco archeologico ad Ebla e tuttavia sarà un parco pieno di ferite inconsuete, che saranno anche testimonianza della barbarie del mondo moderno. Nei libri che ho scritto ho ricordato più volte che orrori di questo genere non capitano soltanto nel vicino Oriente. Una delle barbarie più gravi della Seconda guerra mondiale, a parte il bombardamento in Italia dell’abbazia di Montecassino, è stata la distruzione totale del centro monumentale di Dresda, tesoro del Barocco settentrionale europeo. Dopo la guerra, fu ricostruita sulla base di fotografie e rilievi accuratissimi, addirittura con il sostegno finanziario delle potenze che l’avevano distrutta».
Pensa sia auspicabile un’analoga ricostruzione per Ebla?
«Il problema delle ricostruzioni di quello che viene danneggiato gravemente in situazioni moderne è molto complesso. Con il 3D si può ricostruire tutto, tuttavia uno dei problemi fondamentali è a quale livello ricostruire. Un’idea da non accettare è ricostruire presumibilmente come era in antico, quando le rovine erano agibili e agite. I punti interrogativi a cui non si può rispondere sono moltissimi: c’è una serie di indizi ma non si può ricostruire perché sarebbe una ricostruzione fantasiosa e un archeologo non può accettarlo. Invece, la ricostruzione di un certo strato della rovina, secondo me è non solo legittimo ma in un certo senso obbligatorio».
Ebla è considerata la più importante scoperta archeologica della seconda metà del Novecento. Cosa la rende straordinaria?
«Nella seconda metà del Novecento sono avvenute scoperte di grandissimo significato, come la tomba del primo imperatore della Cina e la tomba probabilmente di Filippo II, padre di Alessandro Magno, in Macedonia. Ma la scoperta di Ebla è molto particolare perché, oltre ad aver largamente riportato alla luce una splendida città del Vicino Oriente, gli archivi reali del 2350 a.C., ovvero gli archivi centrali di Stato, costituiscono un ritrovamento rarissimo: migliaia di tavolette incise in cuneiforme che narrano ogni aspetto della vita di una città a lungo perduta, fra le più importanti del tempo di tutta la Siria, in contatto con Egitto e Mesopotamia. È una scoperta straordinaria anche perché nel vicino Oriente si sono sviluppate le prime città stato: se fossero state legate alla presenza di grandi fiumi come accade in Mesopotamia, sarebbe stato un fenomeno di estrema rilevanza, ma limitato. Ebla è la città che conosciamo meglio, soprattutto per gli straordinari archivi centrali, dell’epoca che chiamiamo “seconda urbanizzazione”: l’urbanizzazione di quelle città che sono sorte in una situazione ecologica differente. Ha dimostrato che le città potevano diventare fiaccole di civiltà nonostante la distanza dall’acqua».
Quale futuro si presenta per Ebla?
«Un futuro complesso perché la situazione del sito è disastrata a causa delle vicende degli ultimi anni. In prospettiva, la riabilitazione del sito potrà comportare fra qualche anno di ristabilire il parco archeologico, e nuove scoperte archeologiche che io non vedrò, perché ci vuole del tempo, ma che ci potranno essere soprattutto sull’acropoli del tempio di Ebla: abbiamo fatto sondaggi e sappiamo che ci sono due palazzi uno sopra l’altro, con interni per nulla scalfiti. Il futuro di Ebla sarà sicuramente importante».
Il problema della distruzione del patrimonio artistico e archeologico in tempi di guerra non riguarda soltanto Iraq e Siria: lo Yemen, al centro dell'ostilità fra Arabia Saudita e Iran, conta ormai almeno sessanta siti rasi al suolo dai bombardamenti, un numero allarmante e destinato a salire. «All'inizio del conflitto hanno tagliato le gambe agli yemeniti distruggendo siti, scuole, musei archeologici», commenta Sabina Antonini De Maigret, direttrice della Missione Archeologica Italiana In Yemen, operativa fino a due anni prima della guerra. «Questo conflitto, di cui si è parlato poco, nasce da una scissione, anche tribale, tra gli Houthi, una popolazione appoggiata dall'Iran che si trova a Sa'da, al nord al confine con l'Arabia Saudita, e il potere centrale, e piano piano ha coinvolto tutto il Paese. Poi sono intervenute altre forze, perché il presidente ha chiesto aiuto a Riyadh e i Sauditi hanno formato una coalizione, coinvolgendo tutti i Paesi del Golfo, tranne l'Oman, per risolvere la situazione. C'è di mezzo anche Al Qaeda, e l'Isis: è anche una questione religiosa, ma soprattutto è giusto che si sappia che lo Yemen, sia dal punto di vista umanitario che dal punto di vista del patrimonio archeologico e culturale è, se non peggio, ridotto come la Siria.
Quali sono i problemi per il patrimonio artistico?
«Intanto, le distruzioni. Nel maggio del 2015 la coalizione ha inspiegabilmente distrutto obiettivi che non sono militari. Per esempio, il museo di Dhamar, raso al suolo dai bombardamenti. Oppure Marib, la capitale dei Sabei, e a Baraqish, un'altra città del deserto dove abbiamo lavorato tantissimi anni e in cui abbiamo impiegato tantissime risorse, anche economiche, per gli scavi e il restauro di due templi, che sono stati inspiegabilmente rasi al suolo. La città vecchia di Sana'a è patrimonio dell'Unesco, ci sono 6.000 case, molte distrutte, e circa 3.000 rese inagibili. Ma perché radere al suolo musei e siti archeologici?».
A suo parere, perché l'hanno fatto?
«Ho una lista fornita dal Goam (General organization for antiquities and museums): i siti archeologici, le cittadelle, le fortezze rovinati sono 62. Alcuni distrutti al 100%, altri danneggiati gravemente. Distrutti sia dalla coalizione che dagli Houthi. Invece, 19 siti sono stati distrutti da Al Qaeda e Isis: si tratta più che altro di mausolei e luoghi di culto prevalentemente islamici. Naturalmente, sono aumentati gli scavi clandestini, perché non c'è più controllo centrale. Nello Yemen ci sono sempre stati scavi clandestini e traffico di opere d'arte. Ci sono zone, per esempio, dove noi lavoravamo, in cui non ci si poteva addentrare tre chilometri oltre il deserto. Sapevamo che c'erano scavi illeciti, addirittura con i bulldozer. Tutte le opere d'arte partono per il Golfo e l'Arabia Saudita. Paradossalmente, le vendono ai loro carnefici».
Come è strutturata la missione archeologica italiana in Yemen?
«La missione nasce nel 1980, fondata e guidata da Alessandro De Maigret che l'ha condotta fino al 2011, quando è morto. Io sono entrata nella missione nel 1984 e abbiamo lavorato continuativamente fino all'inizio degli anni Novanta, quando c'è stata l'unificazione tra Yemen del Nord e Yemen del Sud. Dopo un'interruzione di due anni per la guerra civile che ne è seguita, abbiamo continuato fino al 2015. Abbiamo fatto anche molta formazione sia sugli scavi, sia con borse di studio per ragazzi yemeniti che poi sono andati ad occupare posti chiave nello Yemen. L'ultima formazione è stata nel 2014: non siamo potuti andare, per cui abbiamo fatto venire loro qui».
Da parte del governo c'era volontà di salvaguardare il patrimonio artistico?
«Certamente: avevano un'Università in cui fare formazione e non lavoravano solo italiani, ma anche tedeschi e francesi. Lo stesso governo, con il Social fund for development of Yemen, ha finanziato restauri e scavi. Gli yemeniti stessi gestivano scavi archeologici: c'era la facoltà di archeologia e ogni regione ha un piccolo museo. C'era sensibilità e collaborazione, a tutti i livelli. E poi ci sono le tribù locali, che si sentono proprietarie dei siti archeologici, come a Baraqish: è una città dove passava la via carovaniera, e se la contendevano due famiglie locali. Il Goam pagava dodici guardiani, sei per parte. Quindi, anche i siti archeologici avevano i loro guardiani, per evitare che ci fossero scavi clandestini e per tutelare il patrimonio».
Come immagina il futuro del Paese?
«Non mi rassegno assolutamente: bisogna sempre essere positivi e propositivi. Quello che è stato distrutto al 100% non si può ricostruire, ma ciò che è recuperabile deve essere recuperato. Tutti noi archeologi siamo prontissimi a ritornare e ad aiutare, lo facciamo già da lontano».
In che modo?
«Sono stati dati dei fondi per inventariare tutto ciò che c'è nei musei archeologici, per comprare infrastrutture, ed è già qualcosa. L'Unesco e alcuni privati hanno dato il necessario per poter acquistare la strumentazione necessaria per fotografare e inventariare tutto e mettere in sicurezza quello che c'è nei musei archeologici. Alla prima riunione a Parigi nella sede dell'Unesco, lo scorso 15 luglio, erano convocate tutte le missioni archeologiche e tutti quelli che si occupavano anche del patrimonio intangibile, come la musica: stiamo parlando del patrimonio culturale, non solo archeologico. Abbiamo fatto molte mostre fotografiche sullo Yemen in Italia e all'estero. E poi conferenze, convegni, noi continuiamo a fare un convegno annuale, ogni anno in una città diversa. Quest'anno sarà a Parigi, a giugno. Quando possiamo, facciamo partecipare anche gli yemeniti. È importante non perdere il patrimonio culturale yemenita: il mio terrore è che si ricostruisca facendo una tabula rasa di quello che era. Lo Yemen è la culla della civiltà araba ed è l'unico Paese la cui cultura antica non si trova in altri Paesi del Golfo. Io sto inventariando tutto l'archivio della missione, l'archivio analogico, gli anni Ottanta e Novanta, perché è quello che rimane adesso di molte cose che sono andate distrutte: è l'unico patrimonio che poi rimarrà e a cui fare riferimento».
Perché distruggere i siti archeologici: tabula rasa o iconoclastia?
«Noi archeologi abbiamo dato all'Unesco, fin dall'inizio del conflitto, le coordinate di tutti i siti, che sono state passate ai sauditi: parlo di loro perché erano a capo della coalizione. Veder colpiti proprio musei e siti di cui abbiamo fornito loro una lista completa, affinché fossero tutelati, è terribile. Non voglio credere che lo abbiano fatto appositamente, però il dubbio c'è. Bombardare questi simboli fa pensare che effettivamente ci fosse una volontà politica. Le moschee a Sa'da erano antichissime e non si potranno più ricostruire, risalgono agli albori dell'Islam».
L'Onu ha lanciato un allarme per le condizioni in cui è costretta a vivere la popolazione.
«La crisi umanitaria non è da poco e deve essere sottolineata: la popolazione è ridotta allo stremo. Le guerre ci sono, però la vita va avanti: l'importante è dare una speranza agli yemeniti e dire che siamo loro accanto e che li aiutiamo».




