Tutti sotto controllo
(IStock)
  • Il concetto di «trasparenza» è stato stravolto nel giro di pochi anni: da strumento con cui la stampa e i cittadini potevano vigilare sull’operato di governi e funzionari pubblici, verificando come venissero spesi i soldi dei contribuenti, è diventato l’arma con cui il potere sorveglia i cittadini e le loro opinioni. «Nel nuovo mondo», ha dichiarato poche settimane fa Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum, «si dovrà accettare la trasparenza totale: tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si deve aver paura». Uno scenario da distopia totalitaria.
  • Ivrea studia un progetto di sorveglianza alla cinese: premiati i cittadini «virtuosi».

Lo speciale contiene due articoli.

Non bastava prepararsi a «non possedere nulla ed essere felici»: secondo Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum (Wef), nel paradiso che i leader del Wef stanno edificando per noi, nessuno potrà più avere privacy. «In questo nuovo mondo si dovrà accettare la trasparenza totale», ha dichiarato Schwab poche settimane fa, «tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. La trasparenza sarà integrata nella personalità degli individui. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si dovrebbe aver paura». Il concetto è «male non fare, paura non avere», ma somiglia di più a una distopica corruzione della nobile parola trasparenza.

La «trasparenza» è stata una delle grandi riforme americane del dopoguerra. Nel 1955, il deputato democratico californiano John Moss, apprezzato sia dai democratici che dai repubblicani e mai sconfitto in alcuna elezione, introdusse una legge che sarebbe diventata il fiore all’occhiello della democrazia americana, il Freedom of Information Act (acronomizzato in Foia). Il Foia è la legge federale sulla libertà d’informazione degli Stati Uniti, che consente la divulgazione totale o parziale d’informazioni e documenti controllati dalle autorità pubbliche statunitensi. Il provvedimento garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino e ha lo scopo di rendere più trasparenti le funzioni delle agenzie governative statunitensi, in modo che i cittadini americani possano identificare più facilmente i problemi nel funzionamento del governo e fare pressione sul Congresso, sui funzionari delle agenzie e sul presidente per affrontarli.

Il Foia fu osteggiato fin dall’inizio da quasi tutte le principali agenzie governative. A sostenerlo, per i repubblicani, fu un giovane Donald Rumsfeld. Dopo una serie di modifiche, la legge nel 1966 passò alla Camera con 307 voti favorevoli e nessun voto contrario: il presidente di allora, Lyndon B. Johnson, fu costretto a firmarla. Le istituzioni non si rassegnarono ma la stampa, allora, fece davvero da «cane da guardia» del potere. Quando nel 1971, un anno prima del Watergate, scoppiò l’affaire dei Pentagon Papers (i documenti top secret del Dipartimento della difesa Usa sulla guerra in Vietnam), il New York Times e il Washington Post – che erano stati censurati dall’amministrazione Johnson per averli pubblicati – portarono il caso alla Corte Suprema che, pochi giorni dopo, annullò l’ingiunzione del governo Usa per violazione del primo emendamento. La motivazione del verdetto fu: «La stampa serve chi è governato, non chi governa».

Il principio di trasparenza insito nel Freedom of Information Act ha conferito alla stampa e ai privati cittadini lo straordinario potere d’indagare su ciò che avveniva nelle stanze dei bottoni, un tempo impenetrabili. Le richieste ai sensi del Foia hanno reso pubblici gli affari dell’Fbi e della Cia. Più recentemente, è grazie al Foia che è stato scoperto che Anthony Fauci ha nascosto alla popolazione mondiale le evidenze scientifiche sulla vera origine del coronavirus, molto probabilmente uscito da un laboratorio, quello cinese di Wuhan. Per decenni la trasparenza, insomma, è stata interpretata in senso pro democratico, dando ai cittadini il potere di controllare l’operato di governi e funzionari pubblici e di verificare come erano spesi i soldi dei contribuenti. La parola è diventata sinonimo di lotta contro l’abuso di potere, attraverso organizzazioni come il «Corruption Perceptions Index» di Transparency International.

Quando sono uscite le rivelazioni di Julian Assange su Wikileaks e poi quelle di Edward Snowden, l’America liberale è rimasta sotto choc. Non parliamo di cent’anni fa: il sondaggio Pew che ha rivelato che il 40% del Paese era «abbastanza» o «molto» preoccupato che le proprie comunicazioni private fossero state violate è del 2015 e in quegli anni c’è stata un’ondata di sostegno pubblico per Snowden e Assange.

In pochi anni, in concomitanza con l’elezione di Donald Trump, è cambiato tutto: Snowden e Assange sono oggi considerati agenti stranieri (probabilmente russi) e trattati come tali. All’improvviso, gli informatori sono diventati «cattivi» e i documenti autentici sono stati bollati come «disinformazione». Le libertà civili sono ormai considerate una scusa per proteggere razzisti e agenti di disinformazione. Seymour Hersh, Premio Pulitzer nel 1970 per aver denunciato i crimini di guerra commessi nel villaggio vietnamita di My Lai, ha recentemente rivelato che i gasdotti Nord Stream 1 e 2 non sono stati (auto)sabotati, come è stato lasciato intendere alla popolazione mondiale, da Vladimir Putin che ci ha speso 21 miliardi di euro ma, verosimilmente, da americani e norvegesi. Poiché la fonte di Hersch è anonima, il suo articolo è stato immediatamente bollato come «falso».

Sono bastati, insomma, pochi anni, una pandemia e due guerre e il termine «trasparenza» è stato completamente stravolto e capovolto, diventando l’opposto di ciò che John Moss aveva immaginato. Oggi, quando politici e media parlano di «trasparenza», si riferiscono al potere di ottenere «trasparenza» sulle attività dei privati cittadini. Nei dibattiti interni sulle proposte di legge come il Digital Services Act europeo, approvato a fine agosto, la Commissione Ue si è chiesta come aziende come X-Twitter potessero servire meglio i governi che tentano di sradicare la «disinformazione», fornendo maggiore «trasparenza ai servizi di intelligence» (sic). Nel 2021, l’Aspen Institute ha pubblicato un rapporto sull’«Information disorder» che contiene un’intera sezione di «Raccomandazioni per aumentare la trasparenza». In questa sezione è scritto nero su bianco che «sebbene la protezione della privacy degli utenti sia importante, alle piattaforme non dovrebbe essere consentito di utilizzare la privacy come pretesto per limitare la ricerca di dati e informazioni sui cittadini». La stampa, che dovrebbe sfidare il potere, ne è ormai diventato l’agente esecutore.

Le ultime dichiarazioni di Schwab sono soltanto la ciliegina sulla torta e rappresentano l’apice dell’interpretazione distopica che ormai si sta dando al termine «trasparenza»: il principio è stato completamente ribaltato e oggi sta a significare un sistema inevitabile di totale assenza di privacy che le popolazioni dovranno imparare ad accettare. Sono questi i principi che animano, oggi, i fact-checker, sacerdoti della nuova «trasparenza»: per loro, la privacy personale è pericolosa, la segretezza istituzionale no. Ormai trasparenza significa cedere privacy allo Stato, mentre dovrebbe essere il contrario.

Le nuove avanguardie intellettuali con la mano destra perseguono la trasparenza totale quando si tratta di rovistare nelle opinioni personali dei cittadini, con quella sinistra si oppongono a qualsiasi tentativo di controllo sull’operato delle istituzioni. In sintesi, se anni fa a fare scandalo erano gli abusi delle istituzioni, oggi lo scandalo siamo noi, le nostre informazioni, le nostre opinioni.


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