Valute virtuali e finanza digitale. Il nuovo volto del riciclaggio
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Il riciclaggio di denaro sporco è il meccanismo che consente alle organizzazioni criminali di trasformare i proventi di traffico di droga, corruzione, frodi, estorsioni e altri reati in capitali apparentemente leciti. Senza questa fase, i profitti illeciti rimarrebbero difficilmente utilizzabili nell’economia legale.

Negli ultimi anni, però, il fenomeno è profondamente cambiato. Se un tempo il contante rappresentava lo strumento principale per occultare l’origine del denaro, oggi la digitalizzazione della finanza e la diffusione delle criptovalute hanno ampliato le possibilità a disposizione dei riciclatori. Le valute virtuali consentono infatti di trasferire rapidamente capitali oltre confine, utilizzare piattaforme distribuite in diverse giurisdizioni e creare strutture societarie sempre più opache. La blockchain non garantisce un vero anonimato, ma uno pseudonimato che, soprattutto se combinato con strumenti come mixer, exchange esteri, piattaforme decentralizzate e società schermo, può rendere molto più complesso ricostruire i flussi finanziari. È proprio questa evoluzione ad aver spinto il Financial Action Task Force (Fatf) ad aumentare negli ultimi anni l’attenzione verso gli operatori che offrono servizi in criptovalute. È in questo contesto che si inserisce il Mutual Evaluation Report 2026 del Fatf, l’organismo internazionale che definisce gli standard globali contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. Il rapporto riconosce all’Italia uno dei sistemi antiriciclaggio più avanzati a livello internazionale, ma individua anche alcune vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate dalla criminalità organizzata proprio mentre il riciclaggio evolve verso strumenti finanziari sempre più sofisticati. Nel complesso l’Italia ottiene valutazioni di «Substantial» nella maggior parte degli indicatori di efficacia, ma tre aree vengono giudicate soltanto «Moderate»: la vigilanza sui soggetti non finanziari, la trasparenza sulla titolarità effettiva delle società e le misure preventive contro il finanziamento del terrorismo.

La criticità più rilevante riguarda il registro dei titolari effettivi. Il Fatf osserva che il registro italiano è tuttora sospeso, compreso l’accesso da parte delle autorità competenti. Investigatori e magistratura non dispongono quindi di uno strumento unico per individuare rapidamente chi controlla realmente una società o un trust e devono ricostruire queste informazioni attraverso banche, professionisti obbligati o richieste di cooperazione internazionale. In un Paese dove le mafie utilizzano società schermo e prestanome per infiltrarsi nell’economia legale, questa viene indicata come una vulnerabilità significativa. Non a caso il ripristino del registro costituisce una delle principali raccomandazioni formulate dal Fatf. Il rapporto conferma inoltre che la criminalità organizzata continua a rappresentare la principale minaccia di riciclaggio in Italia. Secondo il Fatf, le organizzazioni mafiose stanno ampliando la propria presenza nell’economia legale, infiltrandosi in imprese, appalti e investimenti anche in aree tradizionalmente meno interessate dal fenomeno. Non si limitano più a «ripulire» il denaro proveniente dalle attività illecite, ma puntano a controllare direttamente aziende, partecipazioni societarie, immobili e settori strategici dell’economia, trasformando il riciclaggio in uno strumento di espansione economica. Gli esperti evidenziano come tali infiltrazioni abbiano trovato nuove opportunità anche durante la fase successiva alla pandemia, caratterizzata dall’afflusso di ingenti risorse pubbliche.

A questo si aggiunge il peso dell’economia sommersa. Nel 2022, secondo il rapporto, ha raggiunto circa 201 miliardi di euro, pari al 10% del Pil, dei quali quasi 20 miliardi deriverebbero direttamente da attività criminali. Tra i principali reati figurano criminalità organizzata, evasione fiscale, corruzione, traffico di droga, reati societari, traffico di esseri umani, contrabbando e traffico illecito di rifiuti, mentre il largo utilizzo del contante continua ad alimentare riciclaggio ed evasione. Tra le debolezze individuate figura anche la vigilanza su avvocati, agenti immobiliari, commercialisti e altri professionisti obbligati agli adempimenti antiriciclaggio. Il Fatf osserva che il livello di consapevolezza del rischio non è uniforme e che il sistema ispettivo non sempre concentra i controlli sugli operatori maggiormente esposti. In alcuni casi possono trascorrere fino a cinque anni tra un’ispezione e l’altra, mentre le procedure sanzionatorie richiedono circa due anni, riducendone l’effetto deterrente.

Uno dei capitoli più attuali riguarda proprio le criptovalute. Il Fatf riconosce che l’Italia ha introdotto un quadro regolatorio articolato e ha rafforzato la vigilanza sugli operatori del settore. Tuttavia evidenzia come il livello di conformità dei fornitori di servizi in valuta virtuale rimanga inferiore rispetto a quello delle banche tradizionali. La comprensione dei rischi è ancora disomogenea e questo rappresenta un elemento di preoccupazione in un mercato in rapida espansione. Secondo il rapporto, in Italia risultano oltre due milioni di clienti che detengono complessivamente circa due miliardi di euro in criptovalute. Per gli esperti del Fatf il settore richiederà controlli sempre più sofisticati, perché rappresenta uno degli ambiti nei quali il riciclaggio internazionale sta evolvendo più rapidamente. Sul piano operativo il giudizio resta comunque positivo. Guardia di Finanza, Direzione investigativa antimafia e Uif vengono considerate strutture altamente specializzate e nel periodo esaminato hanno contribuito alla confisca di oltre 7 miliardi di euro di patrimoni illeciti. Il Fatf sottolinea però che il sistema dovrà evolversi con la stessa rapidità delle nuove tecniche di riciclaggio: maggiore trasparenza societaria, controlli più efficaci sui professionisti e vigilanza rafforzata sulle criptovalute rappresentano le priorità indicate per impedire che mafie e criminalità economica sfruttino le nuove tecnologie per occultare l’origine dei capitali illeciti.

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