Bill Gates, il nerd divenuto miliardario, a 70 anni suonati lancia un allarme che sta facendo discutere negli Stati Uniti. Secondo il fondatore di Microsoft, l’Intelligenza artificiale (IA) causerà così tante perdite di posti di lavoro che saranno necessarie delle «quote umane» per preservare l’occupazione di alcune categorie di persone.
In un lungo scritto comparso sul suo sito personale, Gates descrive i tre grandi rischi che l’IA porta con sé. Il primo è che molti posti di lavoro scompariranno per sempre, il secondo è che i malintenzionati potranno fare molti più danni e, infine, il fatto che l’IA potrebbe ostacolare lo sviluppo cognitivo e sostituire le relazioni umane. Per quanto riguarda l’occupazione, l’ideatore di Windows propone di riservare alcuni posti di lavoro agli esseri umani. Questo per motivi etici, ad esempio in ambito sanitario, ma anche per motivi economici: «Potremmo farlo perché permettere alle macchine di sostituire un determinato ruolo comporterebbe la perdita di un gran numero di posti di lavoro per coloro che non possono cambiare impiego facilmente». Secondo Gates, «il settore riservato all’essere umano si evolverà nel tempo: dovremmo considerare la possibilità di riservare alcuni posti di lavoro fin da ora e di introdurre gradualmente l’IA nel corso di anni o decenni, impegnandoci a preservare alcuni impieghi». Per creare queste riserve umane, però, è necessario rispondere ad alcuni interrogativi cruciali: «Chi decide cosa riservare agli umani? Quali criteri dovremmo utilizzare? Come impedire alle aziende di imbrogliare e di utilizzare comunque i robot? Cosa succede al commercio internazionale quando un Paese permette ai robot di produrre qualcosa e un altro no?».
La proposta è dunque di «creare un quadro normativo nazionale e internazionale per affrontare il tema dell’IA. Nessuna delle nostre istituzioni attuali è stata progettata per gestire una tecnologia che si diffonde così rapidamente e influenza così tanti aspetti delle nostre vite. Quindi dovremo crearne di nuove». In questo passaggio la diffusione dell’IA viene descritta quasi come una pandemia.
Gates sembra prospettare una sorta di Onu dell’Intelligenza artificiale: «A livello nazionale, i Paesi avranno bisogno di organismi in grado di stabilire le priorità tra le diverse agenzie governative. L’obiettivo sarà garantire che ogni rischio venga preso in considerazione. Ma anche un Paese che riesca a mettere ordine al proprio interno rimarrà esposto a rischi che trascendono i confini nazionali. Per questo motivo, sarà necessario costruire parallelamente un’organizzazione internazionale», diversa da qualsiasi altra mai creata. «Esistono regimi di ispezioni per le armi nucleari, regolamenti per l’aviazione internazionale e accordi che proteggono lo strato di ozono. Una nuova organizzazione globale per l’IA avrà bisogno degli elementi di tutti e tre e di altri ancora».
Infine, l’articolo afferma che sarà necessario riequilibrare il sistema di tassazione del lavoro e del capitale: «Credo che dovremmo tassare i token di Intelligenza artificiale e i robot. Attualmente, se sei un datore di lavoro e assumi qualcuno, paghi le tasse sui salari. Ma se acquisti un robot, di solito puoi detrarlo immediatamente come spesa aziendale. Il sistema fiscale ti spinge a sostituire le persone con le macchine. Una tassa potrebbe rallentare un po’ la fuga dal lavoro umano e raccogliere fondi per la riqualificazione professionale e per un sistema di protezione sociale più solido». Lo ha scritto anche Paolo Del Debbio sulla Verità di ieri: esiste, in prospettiva, un tema di sostenibilità delle finanze pubbliche. Ai robot e all’Intelligenza artificiale non si pagano stipendi che possono essere tassati né contributi previdenziali, dunque le fondamenta stesse dello Stato contemporaneo rischiano di essere erose.
Il quadro dipinto da Gates è a metà strada tra il drammatico e l’apocalittico, pur fornendo una serie di idee per un dibattito ancora agli albori: «Il mondo ha bisogno di un piano. Le soluzioni dovrebbero essere sviluppate attraverso un processo democratico pubblico».
Se non altro, rispetto alle verbose tirate pseudo-etiche alla Dario Amodei, l’articolo dell’ex ragazzo prodigio della Silicon Valley ha il pregio di essere concreto e di indicare chiaramente l’elefante nella stanza. La stella di Gates si è parecchio offuscata dopo la rivelazione dei suoi stretti rapporti con Jeffrey Epstein. Lo scritto di ieri rappresenta il primo intervento pubblico da quando lo scandalo lo ha investito in pieno. Nei mesi scorsi aveva suscitato clamore un suo intervento critico rispetto al Green deal e al millenarismo ambientalista.
Gates riconosce di non indossare una veste bianca: «Nel mio ruolo collaboro con Microsoft e altre aziende che si occupano di Intelligenza artificiale. Tuttavia, le mie opinioni sull’Intelligenza artificiale non sono motivate dalla possibilità di guadagnare denaro». Che gli si creda o meno, i temi che pone sono più fondati e meno remoti di quanto possa sembrare.
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