L’intelligenza artificiale sta entrando nelle città prima ancora che nei grandi discorsi sul futuro. Finisce nei servizi pubblici, nelle app utilizzate dai residenti, nelle piattaforme digitali, nell’organizzazione delle amministrazioni e nei sistemi che raccolgono e utilizzano i dati.

Ma il punto non è soltanto quanta tecnologia una città riesca a mettere in campo. È quanto quella tecnologia riesca poi a tradursi in servizi migliori e in una vita quotidiana più semplice.

È questa la fotografia che emerge dal primo Intelligent Cities Index realizzato da Boston Consulting Group, che ha analizzato 61 tra le principali città del mondo in 39 Paesi. Lo studio misura la maturità delle città intelligenti attraverso cinque aree: risultati ottenuti per i residenti, strategia, adozione delle tecnologie, modalità di lavoro e governance, fattori abilitanti. Il risultato è una classifica nella quale Londra occupa il primo posto, seguita da Dubai, New York, Washington e Amsterdam. Nessuna, però, eccelle in tutti gli ambiti. Anche le città più avanzate hanno punti deboli da colmare.

Londra davanti a Dubai, New York, Washington e Amsterdam

La graduatoria non misura semplicemente quale città abbia più sensori, più applicazioni o più servizi online. BCG prova a mettere insieme capacità tecnologiche e risultati concreti, distinguendo quattro livelli di maturità: leading, accelerating, emerging e developing.

Londra è in cima alla classifica complessiva e guida anche il capitolo relativo ai risultati. La capitale britannica ottiene infatti il punteggio più alto sia per la qualità della vita dei residenti sia per le opportunità economiche. È un elemento importante perché, nella logica dell’indice, una città intelligente non viene considerata tale per la quantità di tecnologia che possiede, ma per quello che riesce a farne.

Dietro Londra si trovano Dubai, New York, Washington e Amsterdam. Le cinque città hanno tutte raggiunto il livello più elevato in almeno due dei cinque ambiti analizzati. Ma il rapporto sottolinea anche un dato meno scontato: non esiste una città che domini ogni categoria. La strada verso la maturità tecnologica, insomma, non è una gara nella quale basta accumulare soluzioni digitali.

Più IA, più casi d’uso e una qualità della vita più alta

Il legame più evidente individuato dalla ricerca riguarda l’intelligenza artificiale. Le città che si collocano nel terzo superiore per adozione dell’IA sono anche quelle che presentano una qualità della vita più elevata e un numero maggiore di casi d’uso.

Il rapporto osserva che le amministrazioni più avanzate stanno portando l’IA dentro i servizi pubblici e nelle operazioni quotidiane della città. Non significa però che basti introdurre un sistema di intelligenza artificiale per ottenere automaticamente risultati migliori. La relazione individuata da BCG va letta soprattutto come un’indicazione sul valore dell’estensione dei casi d’uso: una città può migliorare i risultati per i cittadini anche partendo da un livello iniziale più basso, se riesce ad ampliare progressivamente l’impiego dell’IA.

È qui che la tecnologia smette di essere soltanto una promessa e diventa uno strumento amministrativo. L’IA può essere integrata nei servizi e nelle attività che i cittadini incontrano ogni giorno. Ma perché il sistema funzioni, l’adozione deve essere accompagnata dalla capacità dell’amministrazione di gestire quei servizi.

Quando i cittadini usano la tecnologia, cresce anche la fiducia

C’è poi un secondo elemento che emerge dall’indagine: il rapporto tra utilizzo dell’intelligenza artificiale e atteggiamento dei cittadini.

BCG rileva una forte relazione tra la frequenza con cui i residenti utilizzano strumenti di IA generativa e la percezione positiva del ruolo che questa tecnologia potrà avere nel loro futuro. Gli utenti che ricorrono più spesso alla GenAI sono anche quelli che mostrano l’atteggiamento più favorevole nei confronti dell’intelligenza artificiale.

Il fenomeno riguarda anche le applicazioni specificamente dedicate alla città. Dove le smart city app vengono utilizzate più frequentemente, la soddisfazione dei residenti tende a essere maggiore. Londra e Dubai, entrambe ai vertici dell’indice, registrano livelli elevati di soddisfazione degli utenti. Al contrario, nelle città dove l’utilizzo delle app è inferiore alla media, anche la soddisfazione tende a essere più bassa.

Lo studio segnala inoltre una relazione con l’età della popolazione: utilizzo e soddisfazione risultano generalmente più alti nelle città più giovani. Diverse delle città appartenenti al gruppo con i livelli più elevati hanno infatti oltre metà della popolazione sotto i 35 anni.

Si crea così un meccanismo che può diventare autoalimentato: se un servizio digitale funziona e viene utilizzato, aumenta la soddisfazione; una maggiore soddisfazione può favorire un atteggiamento più positivo verso la tecnologia e, di conseguenza, rendere più semplice l’introduzione di nuovi servizi.

La tecnologia da sola non basta

È probabilmente questo il passaggio più importante del rapporto. Una città può avere infrastrutture digitali efficienti e una buona connessione, ma questo non significa automaticamente essere una città intelligente matura.

BCG distingue infatti tra fattori abilitanti «hard», come dati, tecnologia e infrastrutture, e fattori «soft», come competenze, talenti e finanziamenti. Secondo lo studio, 37 città sono riuscite a trovare un equilibrio tra queste due componenti. Dublino è tra gli esempi citati.

Il problema emerge quando uno dei due lati rimane indietro. Un’amministrazione può costruire infrastrutture avanzate senza avere abbastanza persone qualificate per sfruttarle o risorse finanziarie sufficienti per far crescere i progetti. Allo stesso modo, avere talenti e capitali senza una base tecnologica adeguata limita la possibilità di trasformare le idee in servizi.

Sydney, per esempio, viene indicata come una città particolarmente forte nelle infrastrutture e nei living lab, cioè ambienti nei quali nuove tecnologie vengono sperimentate sul campo. Amsterdam, invece, si distingue per l’ecosistema di startup, per la presenza di capitale di rischio e per i living lab. La città olandese ottiene il punteggio più alto proprio nella presenza di questi ambienti di sperimentazione e co-creazione delle nuove tecnologie.

Startup e capitali diventano parte della partita

La dimensione tecnologica si intreccia così con quella economica. Tra le città con la maggiore maturità complessiva, BCG rileva una relazione tra la forza degli ecosistemi dell’imprenditorialità e dell’innovazione e le opportunità economiche.

Le startup hanno un ruolo importante perché sviluppano nuove applicazioni per le smart city e per l’intelligenza artificiale. Il capitale, a sua volta, permette a queste imprese di continuare a sviluppare soluzioni tecnologiche. Quattro delle città ai vertici dell’indice ottengono infatti punteggi elevati sia nelle opportunità economiche sia nella valutazione dell’ecosistema e dei finanziamenti.

Il rapporto è però prudente sulle città meno mature: ecosistemi più deboli non significano necessariamente risultati economici peggiori. In questi casi, infatti, le performance risultano molto più disomogenee.

Madrid vince sulla strategia, Berlino sulla governance

La classifica cambia quando si passa dalla graduatoria generale ai singoli ambiti. Madrid è prima per la strategia: BCG valuta la qualità e la profondità dei piani per la smart city, compresa la capacità di aggiornarli al mutare delle tecnologie e delle priorità e il numero di settori coperti.

Il principio è semplice: più una strategia è chiara e specifica, più diventa possibile concentrare gli investimenti sui casi d’uso che possono produrre il maggiore impatto sui cittadini.

Sul fronte delle modalità operative, invece, si guarda alla governance e alla preparazione istituzionale all’IA, oltre alle partnership pubblico-private. Berlino rientra nel gruppo delle città leader: l’agenzia per lo sviluppo economico ha creato un’unità dedicata alla supervisione delle iniziative di smart city, affiancata da diverse collaborazioni tra settore pubblico e privato.

Anche qui emerge una distinzione significativa: una maggiore preparazione del governo all’IA tende ad accompagnarsi a un numero maggiore di casi d’uso, ma non determina da sola il risultato. Alcune città ben preparate procedono lentamente nel trasformare le capacità in progetti concreti, mentre altre con una preparazione più moderata riescono comunque a realizzare iniziative significative.

Dubai punta sull’adozione

Tra i cinque ambiti dell’indice, l’adozione è quello con i punteggi complessivi più alti. L’utilizzo delle applicazioni e delle tecnologie di IA sta crescendo in città molto diverse tra loro, dalle metropoli ai Paesi emergenti.

Dubai è uno degli esempi principali. La seconda classificata nell’indice generale è anche tra le città leader nell’adozione, insieme, tra le altre, a Mumbai, Manchester e Boston. Il tratto comune indicato da BCG è il numero di casi d’uso per le smart city, superiore a quello della maggior parte delle città analizzate.

Ma anche in questo caso c’è un limite. L’adozione può arrivare fino a un certo punto se mancano infrastrutture, governance e altri fattori abilitanti. Una città può quindi avere molte applicazioni e servizi digitali senza riuscire a portarli alla scala necessaria.

Non esiste una sola ricetta

È forse la conclusione più interessante dell’indice. Non tutte le città devono necessariamente percorrere la stessa strada.

BCG individua due grandi approcci. Da una parte ci sono i «costruttori equilibrati», che puntano a rafforzare contemporaneamente più ambiti e arrivano ai livelli più alti mantenendo prestazioni solide in diverse aree. Dall’altra ci sono gli «specialisti focalizzati», che concentrano gli sforzi su uno o due settori prioritari: dalla strategia alla governance, dalle infrastrutture agli ecosistemi di innovazione, fino ai talenti e alle competenze.

La classifica, quindi, non racconta soltanto quali città siano avanti e quali indietro. Mostra anche che il punto di partenza conta. Una città può cercare di costruire un sistema equilibrato oppure concentrarsi inizialmente sugli ambiti nei quali ha maggiori possibilità di ottenere risultati.

Il percorso indicato dal rapporto parte dalla definizione delle priorità: capire dove cittadini e imprese interagiscono maggiormente con l’amministrazione e concentrare lì gli investimenti in IA e tecnologia digitale. Poi vengono la governance, le partnership, l’estensione delle applicazioni che hanno già dimostrato di funzionare e, infine, il rafforzamento delle infrastrutture, dei dati, delle competenze e dell’ecosistema economico.

La città intelligente, dunque, non coincide con una città piena di tecnologia. È piuttosto una città capace di mettere tecnologia, amministrazione, imprese e cittadini nelle condizioni di funzionare insieme. L’intelligenza artificiale può accelerare questo processo, ma non può sostituirne le fondamenta.

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