Il Ceo di Palantir, Alexander Karp – una delle aziende di punta della nuova rivoluzione tecnologica – , ha dichiarato qualche giorno fa di fare uso di programmi di formazione interna basati sull’Intelligenza artificiale e destinati ai neoassunti perché «non possiamo più fare affidamento sui corsi della Ivy League».
Il progetto di Palantir per formare i dipendenti
Un neoassunto che fino a poco tempo fa era affidabile a priori perché laureato nelle migliori università al mondo, oggi non è più dotato delle conoscenze minime per affrontare un lavoro complesso e Palantir ha così allestito una Meritocracy fellowship destinata a diplomati alle scuole superiori che, una volta selezionati, vengono pagati (sic) per sostenere un corso intensivo di alcune settimane basato su argomenti quali: «Civiltà occidentale», «Aristotele» e «Storia americana».
Secondo Karp, anche i migliori laureati a Yale, con il QI più alto, non sono in grado di affrontare alcun compito in un’azienda tecnologica in quanto la loro formazione si basa su una serie di storture ideologiche. Commetteremmo un errore se pensassimo di trovarci di fronte alla riedizione evoluta dei vecchi corsi aziendali; ciò cui stiamo assistendo è infatti il mondo reale che certifica l’obsolescenza dell’istituto universitario occidentale e gli ritira la delega di trasferimento di conoscenze, formazione e selezione che la società le aveva un millennio fa.
Si manifesta così una scissione ormai incolmabile tra laurea intesa come certificazione e capacità reali, scissione che grazie all’IA si trasforma in obsolescenza vista la possibilità di ottenere, in un periodo che va dai sei mesi all’anno, risultati formativi assolutamente superiori di un corso universitario di quattro o cinque anni che costa, senza borse, 400.000 dollari.
Come usare al meglio l’IA negli atenei
L’aver reso le università una ridotta culturale fatta di militanza politica, coltivazione della psicosi, rivendicazione di pregiudizio e sovrapposizione di politica a morale, ha potuto reggere soltanto fino a quando il valore della certificazione consentiva l’inserimento nel mondo del lavoro e l’appartenenza a una élite.
La perdita di conoscenze reali e l’acquisizione di conoscenze false, controproducenti o semplicemente inutili, somministrata da una classe docente che non riesce a espellere elementi psicotici, palesemente incompetenti o arruolati per adesione a criteri politici, ha allestito l’attuale panorama fatto di docenti che, nella maggioranza delle facoltà, si dichiarano di sinistra o di estrema sinistra per il 92%, un sistema nel quale la convivenza di millantatori e militanti diventa forma stabile e frutto di un sistema di selezione basato esclusivamente sull’appartenenza culturale.
Ecco dunque spiegato il motivo per cui la necessità esistenziale del mondo prodotto dalle università di oggi può essere soddisfatta soltanto dal Parastato gramsciano: l’indottrinamento ideologico si è talmente allontanato dal mondo produttivo – e ormai dal mondo reale tout court – da non risultare spendibile se non all’interno del circuito chiuso che l’ha generato.
Una certezza ci viene dalla fine dell’università moderna: l’unica possibilità per ricostruirla si trova nel recupero dei presupposti medievali associati allo strumento dell’IA. Occorrerà tornare a una trasmissione basata su selezione, trasmissione da maestro ad allievo ed eccellenza.
Siamo alla fine dell’illusione della cultura di massa ma allo stesso tempo potremmo trovarci alle porte di un ritorno ai quei «reali saperi» che, tra le varie conoscenze specifiche, trasmettevano innanzitutto la capacità di abitare un mondo.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >