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Dario Amodei, ceo di Anthropic (Getty Images)

Donald Trump si schiera contro il catastrofismo che aleggia sull’Intelligenza artificiale. «È in atto una cospirazione malata contro l’IA e i data center. L’unico Paese a rallegrarsene è la Cina. Chi vince la sfida dell’IA, vince tutto!», ha affermato ieri il presidente americano.

Le sue dichiarazioni sono arrivate nel mezzo del dibattito innescato da un saggio che Dario Amodei ha pubblicato sabato. Nel suo intervento, il ceo di Anthropic ha sostenuto che le aziende impegnate nel settore dell’IA dovrebbero «rallentare il passo». In particolare, ha suggerito che le società del comparto dovrebbero garantire l’accesso a dei «valutatori esterni integrati» che analizzino la sicurezza della tecnologia sviluppata.

Ha inoltre auspicato un coordinamento tra le aziende tecnologiche che operano all’interno di Paesi democratici. «Gli Usa e altri governi democratici devono cercare di coordinarsi con i governi autoritari, nella misura in cui ciò sia possibile», ha anche aggiunto.

Del resto, la narrazione catastrofista ha ripreso vigore dopo che, mercoledì, l’ex ricercatore di Anthropic, Jacob Coxon, aveva sostenuto che «le persone che sviluppano l’Intelligenza artificiale credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio».

Amodei è quindi partito anche da qui nella sua proposta volta a favorire un rallentamento nello sviluppo dell’IA. Un’idea, questa, che è stata appoggiata dal ceo di OpenAi, Sam Altman, e da quello di SpaceX, Elon Musk. Ora, che l’Intelligenza artificiale sia una tecnologia controversa e rischiosa, è fuori discussione. Al contempo, si registrano però dei dubbi sulle reali motivazioni che hanno spinto il leader di Anthropic a sposare la linea del «rallentamento».

Innanzitutto, è interessante notare un elemento. Il senatore del Vermont, Bernie Sanders, ha recentemente presentato un disegno di legge che, se approvato, porrebbe dei paletti assai rigidi allo sviluppo dell’IA, sottoponendo quest’ultima al ferreo controllo di un ente federale.

Ebbene, come sottolineato da Time, a offrire la propria consulenza nella redazione di questa proposta è stata ControlAi. Stiamo parlando di una organizzazione no profit, che, secondo il Guardian, è principalmente finanziata da Jaan Tallinn: un miliardario che, in passato, ha investito in Anthropic.

A questo si aggiunga che, negli scorsi giorni, l’ex presidente americano, Barack Obama, ha dichiarato che il Partito democratico dovrebbe occuparsi della sicurezza dell’Intelligenza artificiale.

Alla luce di tutto questo, va ricordato che Anthropic ha recentemente rimandato la sua quotazione in Borsa a metà ottobre. Ebbene, come sottolineato da Forbes, oltre a un fatturato importante e a un utile operativo positivo, l’azienda ha un consistente cumulo di passività.

Non si può quindi escludere che, anche attraverso la mediazione del mondo dem (con cui Amodei è storicamente in buoni rapporti), Anthropic punti a mettersi al tavolo con i regolatori per ottenere delle garanzie in vista dell’Ipo.

Sotto questo aspetto, la narrazione catastrofista potrebbe essere utile a muoversi in una tale direzione. Senza trascurare che essa potrebbe essere funzionale anche ad accattivarsi le simpatie di un mercato – quello americano – che appare preoccupato per l’IA e, soprattutto, ostile ai data center che la alimentano.

Una terza possibile motivazione della posizione dei big tech è che puntino ad aggirare le normative antitrust. «La legge antitrust non impedisce alle aziende di Intelligenza artificiale di coordinarsi per garantire che l’IA non danneggi le persone.

La legge antitrust impedisce assolutamente alle aziende di IA di organizzarsi per impedire l’ingresso di concorrenti più economici e emergenti», ha affermato Alvaro Bedoya, che era nella Federal Trade Commission ai tempi dell’amministrazione Biden. «Smettete di fingere che la legge antitrust debba essere sospesa in modo che possiate formare un cartello», ha rincarato la dose il consigliere tecnologico della Casa Bianca, David Sacks, rivolgendosi ad Amodei e ad Altman.

Quale che sia la sua motivazione reale, la mossa del ceo di Anthropic sta irritando Trump, che vuole primeggiare nella competizione con Pechino. Il presidente americano auspica, sì, che il settore ipertecnologico statunitense tenga conto delle priorità strategiche del governo federale.

Al contempo, non vuole però dei lacci che impediscano agli Usa di arginare efficacemente la concorrenza cinese. Pur essendo contrario a una totale deregulation, l’inquilino della Casa Bianca mira quindi a ridurre al minimo le regolamentazioni del settore.

«Aziende di frontiera implorano il governo di regolamentarle? Mi sembra un po’ come il Cavallo di Troia», ha dichiarato ieri JD Vance, mentre Sacks ha esortato Amodei e Altman a prendersi direttamente la responsabilità di «rallentare il ritmo» senza la necessità di normative apposite. «È molto improbabile che la Cina aderisca a un accordo globale», ha aggiunto, evidenziando, di nuovo, l’urgenza della competizione con Pechino.

Quella stessa Pechino che ha, a sua volta, respinto la linea di Amodei. Il Global Times, organo di stampa del Partito comunista cinese, ha infatti affermato che il ceo di Anthropic, in realtà, si «propone di strangolare la Cina per ampliare il divario tecnologico e poi di cercare negoziati condizionati con Pechino per rallentarne lo sviluppo».

Questo significa che la Repubblica popolare è fondamentalmente della stessa idea di Trump. Un paradosso che, a ben vedere, è soltanto apparente. Il presidente americano e Xi Jinping leggono infatti il dossier dell’IA all’interno della medesima logica: quella della politica di potenza.

Ma Trump non deve guardarsi soltanto dalle manovre di Amodei. Axios ha riferito che oggi si terrà un evento dedicato alla necessità di imporre maggiori regole all’IA: un evento a cui prenderanno parte anche Coxon, Sanders e Steve Bannon.

Quel Bannon che, non certo da oggi, è a capo di quei settori del mondo Maga che sono scettici nei confronti dell’Intelligenza artificiale. Il nodo Trump se lo ritrova quindi anche in casa.

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