Più ci farà crescere, più ci renderà poveri. Il boom dell’IA sarà un grande esproprio
Ansa

Ha fatto impressione la denuncia di Jacob Coxon, ricercatore britannico che si è dimesso da Anthropic paventando, su X, il rischio che l’IA stermini il genere umano «entro la fine del decennio». La verità è che, prima di toglierci la vita, l’Intelligenza artificiale ci toglierà il lavoro e i soldi.

Se è vero ciò che scrivono gli economisti del colosso degli Amodei, infatti, nei prossimi quattro anni si materializzerà un gigantesco esproprio: più crescita produrranno le nuove tecnologie, maggiore sarà la quota che, di quella ricchezza, finirà al capitale anziché al lavoro.

Gli scenari ipotizzati da Anthopic

Il team di Anthropic ha elaborato tre scenari, riferiti agli Stati Uniti: uno «modesto», uno «sostanziale» e uno «estremo».

Nel primo, si ipotizza che, di qui al 2030, l’IA generi un aumento contenuto del Pil, simile a quello già registrato ai tempi dell’esplosione di Internet. Parliamo sempre di una cifra, in sé, da capogiro: oltre 34.000 miliardi di dollari. Una somma che, però, si tradurrebbe in un modesto incremento percentuale di 1,6 punti di Prodotto interno lordo americano, che finirebbero in prevalenza ai lavoratori: il 59,4% andrebbe a loro, il rimanente 40,6% al capitale.

Nel secondo scenario, il Pil aumenterebbe in modo più consistente: arriverebbe a oltre 36.000 miliardi di dollari, con una crescita dell’8,3%. Tuttavia, si rimpicciolirebbe la fetta della torta destinata al lavoro: dal 59,4 passerebbe al 56,1%. Ma sarebbe ancora maggioritaria.

Le conseguenze dell’intelligenza artificiale sul lavoro

La distribuzione dei vantaggi, invece, risulterebbe completamente ribaltata nell’ultima versione, quella «estrema». Quella in cui l’impatto dell’IA sull’economia sarebbe enorme, con 44.000 miliardi di dollari di Pil, ossia una crescita di 32,4 punti. Peccato che il 54,8% di questo pingue bottino se lo accaparrerebbe il capitale; solo il 45,2% del totale sarebbe indirizzato verso i salari.

Inoltre, i lavoratori maggiormente beneficati dal progresso sarebbero quelli la cui attività verrebbe meno interessata dalle innovazioni: gli stipendi di chi è impiegato in settori a bassa tecnologia salirebbero del 33,6% nello scenario «estremo»; quelli dei cosiddetti «lavoratori della conoscenza», le cui competenze verrebbero in larga parte sostituite dalle reti neurali digitali, crollerebbero dell’11,5%.

L’andamento dei tassi di disoccupazione non sarebbe altro che la fotografia speculare di questa dinamica: quella di chi svolge lavori intellettuali schizzerebbe a quasi il 18%; quella degli altri lavoratori, meno vincolati alle sorti poco magnifiche e molto regressive dell’IA, addirittura scenderebbe leggermente rispetto al livello attuale, dal 5,4 al 3,9%.

Ultima pennellata oscura, per completare il quadretto della grande confisca dei redditi: i dati con i quali si esercitano i cervelloni elettronici, per mettersi nelle condizioni di trainare lo sviluppo futuro, siamo noi a fornirli a Big Tech. E sempre senza che ci venga riconosciuto alcun compenso per tale generosa prestazione.

Zuboff e il «capitalismo della sorveglianza»

Era questo già il nocciolo della critica di Shoshana Zuboff, ai tempi del suo fondamentale saggio sul capitalismo della sorveglianza. Per la serie: quando il prodotto è gratis, il prodotto sei tu. La studiosa notava che, attraverso la quotidiana fruizione delle piattaforme Web, noi disseminiamo una serie di preziose tracce virtuali, che i colossi di Internet collezionano ed elaborano, perfezionando man mano gli algoritmi, al fine di prevedere e, soprattutto, orientare il nostro comportamento e le nostre scelte di consumatori.

L’addestramento delle IA determina conseguenze ben più devastanti: è sufficiente l’esempio dei libri distrutti per dare in pasto ai supercalcolatori più materiale possibile, nel minor tempo possibile.

Bisogna riconoscerlo: siamo al marxismo in purezza. Dal nostro banale utilizzo di servizi che sono diventati pressoché indispensabili (motori di ricerca, email, social network, chatbot), le aziende estraggono gratuitamente enormi quantità di informazioni, dalle quali, in ultima istanza, ottengono un guadagno per il quale non ci viene corrisposta alcuna mercede.

È proprio la logica del plusvalore marxiano: il valore che il lavoro aggiunge alla merce e che il capitalista non retribuisce. Espropriandolo.

Saremmo davvero a un passo dalla rivoluzione antropologica, i cui rischi sono il nucleo dei moniti di papa Leone XIV.

Come non essere travolti al lavoro dall’intelligenza artificiale

Il capitalismo della sorveglianza ha ridotto l’identità della persona a una successione di simulacri digitali: io sono ciò che i vari algoritmi captano di me dalle mie operazioni in Rete. Il capitalismo dell’IA potrebbe compiere l’opera, costringendo milioni di individui all’inattività. La si può anche vedere in positivo: Elon Musk sostiene che la produttività aumenterà così tanto, da neutralizzare gli effetti iperinflativi dell’introduzione di un «alto reddito universale».

Ci aspetterebbe, allora, un’era in cui non si avrà più bisogno di lavorare e si potranno liberare le energie intellettuali da quella forma di dipendenza. Oppure, semplicemente non si realizzerà lo scenario estremo delineato da Anthropic. Ma anche la variante intermedia provocherebbe un cambiamento radicale.

La politica dovrebbe occuparsene, prima che tutti finiamo travolti dal dominio globale dell’IA. È un’occasione storica per la sinistra: visto che ha promesso di abbandonare il woke in favore delle questioni sociali, perché non ci mette la testa?

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