Persino sul woke i progressisti non danno spiegazioni né si scusano
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«Never apologize, never explain» (mai scusarsi, mai dare spiegazioni). È questa un’espressione di uso corrente nel linguaggio familiare americano e la sua origine sembra risalga a un film del 1949 dal titolo She wore a yellow ribbon, in cui era John Wayne a pronunciarla, aggiungendovi, a mo’ di spiegazione, che altrimenti si sarebbe dato «un segno di debolezza». Alla suddetta regola si è strettamente attenuta Alexandria Ocasio-Cortez, aspirante candidata alla presidenza Usa per il 2028, allorché, nel ripudiare, come ha fatto in una recente apparizione in pubblico, quelle che, a suo stesso giudizio, erano state le «follie» commesse in passato dal movimento «woke» e di cui anch’essa era stata sostenitrice (come quella di voler togliere i finanziamenti alla polizia e abolire le carceri), si è ben guardata da chiedere scusa per i danni che aveva contribuito a produrre e anche dallo spiegare le ragioni per cui aveva così radicalmente e repentinamente cambiato opinione.

Di ciò l’ha aspramente criticata, sulla Verità del 31 agosto scorso, Silvana De Mari. Agli ottimi argomenti sui quali la sua critica si fonda può, tuttavia, aggiungersi l’osservazione che quella della Ocasio-Cortez altro non è se non l’ennesima, modesta manifestazione di un atteggiamento che è sempre stato proprio di ogni «sinistra» , fin dai tempi della rivoluzione francese. Ne fu un primo esempio, infatti, quello offerto da coloro che concorsero a determinare la caduta dal potere di Massimiliano Robespierre, dopo essere stati suoi seguaci e collaboratori nel regime del «terrore» da lui instaurato, senza che alcuno di essi si sognasse neppure lontanamente di scusarsi per le immani sofferenze che quel regime aveva prodotto a tutta la Francia né di spiegare in dettaglio le vere ragioni per le quali l’uomo, fino a un giorno prima esaltato come salvatore della patria, fosse poi stato riconosciuto come un suo nemico.

Né risulta che scuse e spiegazioni siamo mai pervenute da Nikita Krusciov e dai numerosi altri che, come lui, avevano collaborato con Stalin durante i lunghi anni della sua dittatura, allorché, nel XX congresso del partito comunista dall’Urss, svoltosi nel 1956, ne rivelarono le vere o presunte nefandezze, peraltro sconosciute soltanto a quanti, soprattutto in Occidente, si erano, per principio, rifiutati di riconoscerle, nonostante le prove che, fin dal 1946, ne erano state offerte da Viktor Kravchenko nel suo famoso libro Ho scelto la libertà. E sulla stessa linea si posero i dirigenti comunisti italiani, i quali – a parte taluni sporadici casi di dimissioni dal partito – si associarono anch’essi alla condanna di quello che, con il XX congresso, si era cominciato a definire dispregiativamente «stalinismo» senza minimamente avvertire il dovere di scusarsi e giustificarsi per avere, fino al giorno prima, dato a credere che Stalin fosse stato il «padre dei popoli» e un benefattore dell’umanità. Non dissimile fu poi anche la linea di condotta tenuta dagli stessi dirigenti comunisti italiani con riguardo a Mao Zedong, da essi esaltato in vita come autore del «grande balzo in avanti» e della «rivoluzione culturale», da cui la Cina avrebbe tratto enormi vantaggi, per poi riconoscere, dopo la sua morte, anche stavolta senza scuse o spiegazioni di sorta, che l’uno e l’altra si erano invece rivelati come immani e sanguinosi disastri.

Si tratta di un atteggiamento che sarebbe assai riduttivo attribuire soltanto a opportunismo politico coniugato a interessi personali. La sua origine, infatti, è da individuarsi nell’innato convincimento, nella maggior parte di quanti scelgono, a qualsiasi livello, la via dell’impegno politico a sinistra, di essere per ciò stesso sempre e comunque dalla «parte giusta della storia». Di qui l’impossibilità logica, per essi, di riconoscersi responsabili di alcunché nei confronti di coloro che, in un modo o nell’altro, hanno subito gli effetti della loro azione, dovendosi ritenere quest’ultima in ogni caso giustificata. Il che non significa, naturalmente, escludere che essa possa essere stata caratterizzata da errori, anche macroscopici, tra i quali annoverare anche quelli che normalmente vengono definiti come crimini. Significa soltanto che tali errori o crimini debbono riguardarsi come questione interna fra gli «addetti ai lavori», nell’ambito dei quali deve risolversi l’attribuzione delle relative responsabilità, senza che gli estranei possano esservi in alcun modo coinvolti o avanzare dubbi o recriminazioni di sorta.

Si tratta di un sistema sostanzialmente assimilabile a quello che, per secoli e secoli, è stato proprio della Chiesa cattolica, con la differenza, però, che per quest’ultima esso trovava una giustificazione logica nel fatto che gli uomini di chiesa, attribuendosi a questa origine divina, si riteneva dovessero rispondere, in ultima analisi, dei loro errori o delitti soltanto a Dio, pur in presenza delle sanzioni canoniche che a essi potevano essere inflitte dai loro superiori ecclesiastici, mentre chi sceglie l’impegno politico dovrebbe, in linea di principio, accettare di sentirsi responsabile verso coloro ai quali si è rivolto per chiederne il sostegno o ai quali la sua azione ha prodotto danno. E invece, paradossalmente, mentre la Chiesa postconciliare, con le sue ricorrenti, pubbliche richieste di perdono per le malefatte, vere o presunte, passate o presenti, dei suoi membri, sembra aver adottato, in larga misura, la logica che dovrebbe esser propria di chiunque eserciti attività politica, a tale logica continua, invece, a sottrarsi, a imitazione della Chiesa preconciliare, la generalità degli uomini politici impegnati a sinistra.

A tutto ciò si potrebbe obiettare che neppure i politici di diverso orientamento usano chiedere scusa e fornire spiegazioni per i loro errori. Il che è sicuramente vero, con la importante differenza, però, che tale loro atteggiamento è generalmente riconducibile alle vecchie, note e, tutto sommato, rassicuranti debolezze umane dalle quali può derivare la mancata osservanza di un dovere di cui si avverte, comunque, l’esistenza, mentre, per gli altri, è determinante il convincimento che a quello stesso dovere essi non siano tenuti; e ciò per effetto di una mentalità le cui origini risalgono a ideologie generatrici della maggior parte degli orrori che, a partire dal fatidico 1789, hanno periodicamente funestato l’umanità.

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