La Rivoluzione è diventata Parastato e ha messo la politica al suo servizio
Un momento dell'inaugurazione alla Camera della mostra su Antonio Gramsci ''I Quaderni e i libri del carcere'', Roma, 27 aprile 2017 (Ansa)

Nella società contemporanea troppi eventi appaiono insensati ma vengono accettati come meccanismi ordinari senza che ci si soffermi sulla loro intrinseca insensatezza. Se nel rientrare a casa ci accorgessimo che la nostra chiave non apre più la porta ci porremmo molte domande, cercheremmo di capire i motivi di tale fatto inaspettato e privo di apparente spiegazione e ci adopereremmo immediatamente per risolvere il problema.

Nella società nella quale abbiamo avuto in sorte di trovarci non funziona così, qui gli eventi insensati vengono accettati, metabolizzati o semplicemente ignorati a causa di un sistema narrativo talmente ampio ed articolato da assumere le caratteristiche di un vero e proprio dispositivo di controllo. A rigore, nulla di ciò che accade nelle attuali società occidentali è immediatamente e palesemente spiegabile e ciò sia a causa della complessità nella quale viviamo sia in forza di un sistema che persegue finalità che non ha interesse a rendere esplicite. Per capire ciò di cui stiamo parlando occorre riflettere su tanti aspetti che contraddistinguono la società e che convergono a costruire, instaurare e conservare un sistema di potere.

Per comprendere il funzionamento delle società occidentali nate nel Novecento è necessario elaborare una chiave interpretativa sociale, politica e filosofica senza la quale molti aspetti rimangono sullo sfondo delle approssimazioni. Nell’attuale fase di Globalismo maturo questa chiave interpretativa può assumere, a mio parere, la struttura esplicativa che potremmo definire come «Teoria del Parastato gramsciano». Per comprenderne la genealogia occorre riflettere sul concetto e sulla prassi della rivoluzione marxista nelle sue linee generali. Il concetto di «rivoluzione marxista» prende le mosse dalla dialettica hegeliana riletta in senso esclusivamente materialistico, immanentista ed economicista. Georg W. F. Hegel aveva individuato nel conflitto sia il movente dello Spirito che il senso della Storia, indicando nell’idea di superamento (Aufhebung) la chiave per leggere la realtà nel suo prodursi. Karl Marx prese le mosse da tale concetto operandone il cosiddetto «rovesciamento»: non è lo Spirito a muovere la Storia, come voleva Hegel, ma sono i rapporti di produzione alla base della lotta di classe. La rivoluzione non è dunque un evento etico o volontaristico, non si tratta semplicemente degli oppressi che si ribellano, ma è la risoluzione necessaria di una contraddizione oggettiva: il proletariato, classe priva di proprietà, è chiamato a negare la società borghese e, negandola, a negare sé stesso in quanto classe aprendo così la fase della società senza classi. Sarà Lenin il più chiaro interprete dell’idea di «rivoluzione marxista» affermando, contro ogni socialdemocraticismo evoluzionista, che lo Stato è «un modo particolare di organizzare la violenza» e che la rivoluzione non può limitarsi a «prendere possesso» della macchina statale esistente ma deve abbatterla dalle fondamenta. Storicamente, la rivoluzione marxista si configura come sequenza di colpi di Stato più o meno riusciti: dall’esordio nel 1848 alla Comune di Parigi del 1871, sino alla rivoluzione russa del 1905, si arriva alla presa del potere del 1917 in Russia ed a tutti gli innumerevoli problemi di applicazione del marxismo-leninismo che giungeranno, non senza il viatico di milioni di morti, al crollo dell’Urss nel 1991. Fin dalla strutturazione del primo potere sovietico, tuttavia, emerse la grande contraddizione alla base del Comunismo, stigmatizzata tra gli altri dallo stesso Lev Trotsky in La rivoluzione tradita, e cioè la riduzione dei fini rivoluzionari alla mera sostituzione di un potere con un altro, trasformando così la dittatura del proletariato in dittatura sul proletariato. Nasce qui l’ampia riflessione sull’inapplicabilità dei fini rivoluzionari che origina la Scuola marxista e che vede in Antonio Gramsci uno dei più originali ed acuti esponenti.

controllare le masse

Gramsci, attento conoscitore della Scuola italiana e della Teoria delle élite elaborata da Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Roberto Michels, intuì il problema che sta alla radice di tutta l’idea rivoluzionaria moderna e postilluminista sin dalla sua nascita nel 1789: l’attuazione stragista del colpo di Stato, malgrado le motivazioni teoriche, non può portare alla programmata riscrittura messianica della società, dell’uomo e del mondo ma otterrà unicamente la sostituzione di una élite al potere con un’altra. Alla luce di tale consapevolezza Gramsci avanza l’ipotesi che la conquista del potere da parte del proletariato possa avvenire per una via meno traumatica ma più funzionale del colpo di Stato: la graduale penetrazione nei settori dello Stato moderno che esercitano il reale potere. Gramsci avanza così i concetti di «guerra di posizione» e di «egemonia culturale» allestendo su di essi il dispositivo teorico con cui il Marxismo occidentale tenta di rispondere al fallimento della rivoluzione in tutta Europa dopo il 1917.

Nel Quaderno 7 e soprattutto nel Quaderno 13 dei Quaderni del carcere, Gramsci distingue nettamente la «guerra di movimento» – l’assalto frontale allo Stato, possibile nella Russia zarista dove «lo Stato era tutto e la società civile primordiale e gelatinosa» – dalla «guerra di posizione», più adatta agli Stati occidentali. In essi infatti si è sedimentata, nel corso dei secoli, «una robusta catena di fortezze e di casematte» conquistando le quali si potrà operare nella direzione dell’esercizio della «egemonia culturale», cioè la «direzione morale e intellettuale», attraverso la quale controllare le masse e pervenire gradualmente alla definitiva e finale presa del potere. Tale strategia presuppone che il «gruppo dirigente» riesca a far apparire i propri interessi particolari come interessi generali giungendo così a costruire un «blocco storico» in cui struttura e sovrastruttura si saldino organicamente. La «guerra di posizione» è, dunque, un processo lungo, paziente, capillare, che richiede «la concentrazione totale dell’egemonia» una volta raggiunta la quale si giungerà per saturazione alla presa del potere rivoluzionaria.

La svolta

Tale strategia, pur godendo generalmente di stima e considerazione nei movimenti comunisti europei, non fu tuttavia la scelta d’elezione in nessun caso; la strategia rivoluzionaria prevedeva ovunque la presa del potere improvvisa e violenta secondo le caratteristiche del colpo di Stato basato sulle sollevazioni popolari, sullo sciopero generale e sugli scontri di piazza, sempre in linea con lo schema romantico del 1848. Tale impostazione – risultata efficace con la Rivoluzione d’ottobre o, nelle varianti della guerra civile, in Cina, alcuni Stati africani, Cuba e, attraverso l’invasione sovietica, in Europa dell’Est – è stata ritenuta primaria da tutti i partiti comunisti occidentali sia prima che dopo la Seconda guerra mondiale. Focalizzando l’attenzione sulla realtà italiana possiamo notare come l’opzione rivoluzionaria sia stata primaria se non unica almeno a partire dal Congresso di Livorno del 1921 e ribadita in tutto il periodo della segreteria di Palmiro Togliatti. Ad operare la svolta fu il Movimento nato nel 1968 in California e diffusosi in Europa, il quale operò sulle linee programmatiche stabilite dalla Scuola di Francoforte con Theodor W. Adorno, Max Horkheimer ed Herbert Marcuse ma dentro un più o meno implicito quadro operativo di chiara ispirazione gramsciana. A partire dal 1968, le tecniche operative comuniste non miravano più a preparare la «guerra di movimento» ma all’occupazione permanente delle «casematte del potere» – magistratura, scuola e università, media e ambiti culturali, alta burocrazia statale – in un’ottica di «guerra di posizione» o di «lunga marcia attraverso le istituzioni» basata su meccanismi di occupazione e cooptazione. A partire dalle proteste del 1968 i movimenti studenteschi occuparono fisicamente le facoltà universitarie, soprattutto umanistiche, non solo in segno di protesta ma con l’obiettivo strategico della sostituzione progressiva del corpo docente attraverso metodi di selezione non più basati su criteri di merito disciplinare neutrale ma secondo conformità ideologica e militanza pregressa. I programmi scolastici e universitari vennero così riorientati a produrre «coscienza critica» intesa come individuazione delle vittime, colpevoli da perseguire e nuovi diritti da rivendicare, istituire e gestire attraverso agenzie di Stato create ad hoc appannaggio di militanti selezionati in base all’appartenenza politica.

Lo stesso metodo venne applicato ai media, alle redazioni dei giornali, alla tv di Stato, alle case editrici, all’interno dei quali ambiti si assistette a un ricambio generazionale i cui nuovi esponenti avevano come priorità programmatiche la ridefinizione dei criteri di legittimità culturale e l’elaborazione di un lessico finalizzato alla costruzione di un nuovo «senso comune» secondo le indicazioni dello stesso Gramsci, il tutto finalizzato ad un sistema di «educazione permanente».

Allo stesso modo le facoltà di Giurisprudenza e le scuole di specializzazione diventarono luoghi di trasmissione di una visione del diritto come strumento di trasformazione sociale. Le correnti interne alla magistratura consolidarono orientamenti che privilegiano l’espansione dei diritti soggettivi e la tutela delle «categorie vulnerabili» attraverso sentenze e interpretazioni evolutive che generano nuovi ambiti di intervento, nuovi diritti e l’implicita necessità di una pedagogia sociale permanente che implementi ed imponga il nuovo «senso dello Stato».

Ad animare ideologicamente questa enorme operazione di trasformazione sociale stava un preciso bisogno: la necessità da parte dei militanti di potersi veder riconoscere il tempo impiegato nell’impegno politico, a partire dall’adolescenza e sino all’età adulta, come un merito spendibile in ambito esistenziale inteso nel senso più ampio. L’idea che il proprio impegno politico non sia tempo perso o sottratto allo studio e non sia, soprattutto, una possibile causa di penalizzazione o emarginazione nel mercato dal lavoro, rappresenta forse l’aspetto più efficace elaborato dal Parastato gramsciano nella sua fase operativa postsessantottina. Non si compensa direttamente l’attivismo di piazza ma si fa in modo che esso diventi titolo preferenziale per l’accesso all’impiego nel Parastato gramsciano stesso.

l’accordo con la dc

Nel corso del suo imporsi e grazie al sostanziale accordo consociativo con la Democrazia cristiana che accettò, dopo il fallimento dell’ultimo tentativo di presa democratica del potere da parte di Enrico Berlinguer, di cedere le casematte del potere al Parastato gramsciano in cambio del presidio del potere politico garantito dagli interessi sovranazionali, il Parastato gramsciano svelò progressivamente la propria natura di sterilizzatore della prospettiva rivoluzionaria come esito storico della propria riuscita. Con il progredire dei successi della strategia complessiva la nuova generazione di intellettuali, funzionari, insegnanti, magistrati, operatori del terzo settore formatisi nella contestazione e nella cultura della Sinistra postmarxista, realizzano l’egemonia culturale di cui parlava Gramsci: i valori di emancipazione, di critica dell’autorità, di valorizzazione delle minoranze e del disagio sociale diventano senso comune delle élite istituzionali e perdono così ogni possibilità di reale «messa alla prova» storica. L’acquisizione del potere passa da essere obiettivo rivoluzionario pagato a costo della lotta di classe a risultato ottenuto da consolidare e difendere a beneficio di una nuova borghesia di funzionariato parastatale che esercita a tutti gli effetti le mansioni e i poteri di una élite, raggiungendo l’obiettivo dell’ampiezza quantitativa per sé e per il proprio mondo di riferimento ed accettando al contempo l’esito compromissorio del costituirsi come élite principale ma non esclusiva all’interno dello Stato. Il potere viene così esercitato sia direttamente attraverso i settori controllati, sia indirettamente attraverso la politica che si configura come forza subordinata al Parastato gramsciano se non, in molti casi, sua diretta emanazione.

In tutto ciò due elementi non previsti da Gramsci si sono imposti come assolutamente decisivi nel fondare la funzione e l’utilità del Parastato gramsciano: il primo consiste nella capacità di conferire senso all’orizzonte esistenziale di chi ne fa parte. Il fatto di poter dedicare la propria vita ad una continua, ininterrotta militanza politica mantenendo e consolidando allo stesso tempo un impiego ed una carriera le cui mansioni sono o completamente sovrapponibili alle finalità politiche del Parastato gramsciano oppure esercitabili in una sorta di permanente e moralmente doverosa «missione giustificata», costituisce il punto decisivo per il successo del Parastato gramsciano che riesce così a risolvere ogni aspetto esistenziale dei suoi appartenenti.

in continua espansione

Il secondo aspetto, anch’esso non previsto da Gramsci ma che sostiene la dinamica interna del Parastato gramsciano per come si è evoluto, è la necessità della sua continua espansione. Una volta che la «guerra di posizione» si è realizzata e si è ripiegata su sé stessa – trasformando l’occupazione delle casematte da strumento rivoluzionario in apparato autonomo – il sistema non può più fermarsi. Deve crescere continuamente e, per crescere, deve mantenere vivo e selettivo il conflitto. Senza espansione costante perde la propria ragion d’essere; senza conflitto funzionale perde la materia prima che alimenta l’arruolamento, i servizi e i fondi di sussistenza. Questa dinamica mutua lo schema del Capitalismo descritto da Deleuze e Guattari e radicalizzato da Nick Land: una macchina desiderante che non conosce equilibrio stazionario ma solo processi di deterritorializzazione e riterritorializzazione continui. Tuttavia mentre il Capitalismo si espande per accumulare valore di scambio, il Parastato si espande per soddisfare i continui bisogni che crea nell’autofondazione della propria funzione.

Storicamente, dopo la fase 1970-2000 dedicata all’occupazione delle casematte, il sistema trova nell’Immigrazionismo globalista la propria modalità principale di accaparramento di materia prima e giacché l’espansione costante si manifesta come professionalizzazione dell’attivismo e come creazione continua di nuovi ambiti di intervento, ogni «nuovo diritto», ogni nuova categoria di vittima, ogni nuova emergenza genera posti di lavoro protetti, progetti finanziati, sportelli, mediazioni, ricerche, necessità di assunzioni e di fondi quasi mai finalizzati alla produzione di valore economico reale ma basati sul drenaggio fiscale delle risorse generate dal settore produttivo e riorientate dallo Stato sul Parastato. Il conflitto sociale, in questa cornice, non è un’anomalia da eliminare né un motore rivoluzionario da assecondare fino in fondo ma l’innesco dialettico per ogni intervento, espansione e fornitura di servizio, un elemento da gestire o suscitare in ordine ai fini dialettici già hegeliano-marxisti-leninisti ma deviandone l’obiettivo: non più verso la tensione rivoluzionaria ma verso la conservazione dell’assetto di potere stabilito. Senza conflitto non c’è materia prima; senza materia prima non c’è giustificazione per nuovi servizi; senza nuovi servizi non c’è arruolamento; senza arruolamento non c’è premio esistenziale; senza premio esistenziale l’apparato perde ragion d’essere.

Alla luce di ciò, ogni tentativo di «Gramscismo di destra» si rivela un tentativo inutile o addirittura una richiesta mascherata di infeudamento – come accaduto ad esempio nel caso del Terzo settore cattolico – giacché il tentativo di occupare posizioni o di costruire una ipotetica «egemonia alternativa» non intaccherebbe il meccanismo espansivo e materialmente premiante che rende il Parastato gramsciano invulnerabile alle sole operazioni culturali o istituzionali ed otterrebbe l’unico risultato della ghettizzazione. Per lo stesso motivo il Parastato gramsciano, una volta raggiunto il potere, si rivela immune alle oscillazioni politiche in quanto la propria funzione non dipende dal consenso di massa né si subordina a legittimazioni politiche ma risente unicamente, ai suoi vertici, delle fisiologiche dinamiche di alternanza interna tipiche delle élite.

lo smantellamento

Le prospettive di un suo smantellamento si basano dunque su due opzioni: il taglio delle linee di approvvigionamento e l’obsolescenza indotta dalla rivoluzione tecnologica in corso. Come indicano le iniziative intraprese negli Stati Uniti per individuare e smantellare le fonti di sostentamento del Parastato gramsciano nel mondo – una su tutte l’apposita agenzia denominata UsaID (United States Agency for International Development) – l’intervento si deve concentrare sul semplice e lineare smantellamento delle linee di approvvigionamento, iniziativa che ogni tipo di governo che non si riconosca nel potere esercitato dal Parastato gramsciano dovrebbe porre all’apice assoluto della propria agenda politica. Grazie a questa operazione di deterritorializzazione forzata la macchina desiderante del Parastato gramsciano perderà la propria essenziale capacità di attribuire a coloro che si votano alla perpetuazione dei suoi fini la risoluzione di ogni problematica inerente la propria prospettiva esistenziale, liberando così non solo il gigantesco impegno di fondi statali attualmente assorbiti dal Parastato gramsciano in tutti i suoi innumerevoli aspetti ma consentendo, al contempo, di valorizzare enormi energie ed individualità che attualmente si trovano in un assetto parassitario.

Oggi viviamo un tempo propizio giacché ad affiancarsi a questa linea-guida, ordinaria ma così difficile da attuare vista l’oggettiva subordinazione della politica agli interessi del Parastato gramsciano, si evidenziano le dinamiche rivoluzionarie inerenti il salto tecnologico rappresentato da Intelligenza artificiale e robotica. L’espansione di IA e robotica nei settori chiave delle casematte (istruzione, mediazione, amministrazione, servizi) rappresenta il passaggio fondamentale per il suo smantellamento non tanto per la smaterializzazione dei processi quanto per l’effetto decisivo sull’arruolamento e l’accaparramento della materia prima: se i robot e le IA sostituiscono gli operatori umani il premio parastatale per la fedeltà politica viene meno, l’attivismo politico perde il suo sbocco professionale e la soluzione esistenziale si dissolve in una totale riscrittura delle esigenze lavorative. La riprogrammabilità stessa rappresenta un secondo elemento decisivo nella prospettiva di obsolescenza delle funzioni amministrate dal Parastato gramsciano in quanto sinora la componente umana ha sempre rappresentato il fattore decisivo di fedeltà ideologica che un’IA, nel suo essere programmabile, non può mai garantire per definizione. Ci attende dunque una paziente operazione di smontaggio di una macchina che ha trasformato la strategia rivoluzionaria in un sistema di autoconservazione elitaria che pare essere ormai giunta all’esaurimento della sua funzione storica.

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