Quando si parla di fantascienza, spesso si pensa a galassie lontane, battaglie fra imperi interstellari oppure alieni dall’aspetto improbabile. Philip K. Dick ha scelto un’altra strada. Una strada che ha elevato la fantascienza da genere letterario e cinematografico di serie B (se non C2 zona retrocessione) a un qualcosa di maledettamente serio, che si interroga su grandi tematiche quali l’essenza umana, la realtà, il futuro e la nostra sopravvivenza.
Dick, in particolare, si è soffermato su un quesito apparentemente surreale: e se il mondo che abitiamo fosse falso? E se ciò che chiamiamo realtà fosse soltanto una costruzione, un sistema di apparenze talmente perfetto da non permetterci più di riconoscerne l’artificio? Non necessariamente una gigantesca macchina governata da misteriosi burattinai, ma un insieme di percezioni, informazioni e convinzioni capaci di condizionare il nostro modo di interpretare ciò che abbiamo davanti agli occhi.
Da questo terribile sospetto nasce Mondi che cadono a pezzi. Versioni di Philip K. Dick, il saggio del filosofo francese David Lapoujade pubblicato da Einaudi, nella traduzione di Claudio D’Aurizio. Lapoujade insegna alla Sorbona, e ha curato i testi postumi dell’illustre pensatore parigino Gilles Deleuze. Non guarda a Dick come a un autore di culto (anche se in effetti è difficile non definirlo tale) ma come a un intellettuale capace di leggere le più profonde crepe della realtà.
I mondi che si sfaldano di Philip K. Dick
Per Lapoujade, la fantascienza tradizionale tende a creare universi, a moltiplicarli, a costruire mondi alternativi nei quali il lettore possa immergersi. Dick fa qualcosa di diverso: costruisce mondi che cominciano a sgretolarsi non appena qualcuno prova a guardarli da vicino. La realtà, nei suoi romanzi, non è mai completamente affidabile. Più la osserviamo, più emergono contraddizioni, fratture, possibilità incompatibili fra loro.
Succede nella La svastica sul sole, dove la Germania nazista e il Giappone hanno vinto la Seconda guerra mondiale e si sono spartiti il territorio degli Stati Uniti. Ma la domanda decisiva non riguarda soltanto il destino alternativo della storia: riguarda la possibilità stessa che ciò che i protagonisti considerano reale non lo sia fino in fondo.
In Ubik, invece, vita e morte diventano condizioni difficili da distinguere. I personaggi non riescono più a stabilire con certezza quale sia il proprio stato, mentre la realtà sembra deteriorarsi progressivamente sotto i loro occhi. E in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, il romanzo che avrebbe ispirato Blade Runner, la questione diventa ancora più radicale: che cosa distingue davvero un essere umano da una macchina capace di imitarne perfettamente il comportamento?
Qui compare un elemento fondamentale della narrativa di Dick: l’empatia. Non è soltanto una virtù morale, ma uno degli strumenti attraverso cui l’uomo tenta di riconoscere nell’altro un essere vivente, dotato di una propria interiorità. Se anche una macchina può parlare, ricordare, provare emozioni apparenti e comportarsi come un uomo, la domanda diventa allora molto più inquietante: siamo ancora sicuri di sapere che cosa significhi essere umani?
È questa, nella lettura di Lapoujade, una delle grandi intuizioni di Dick: i suoi mondi non crollano semplicemente perché sono falsi. Crollano perché costringono l’uomo a mettere in discussione gli strumenti con cui stabilisce che cosa sia vero.
Philip K. Dick dalla letteratura alla cronaca
Ed è proprio qui che il pensiero di Dick sembra uscire dalla letteratura e affacciarsi, molto pericolosamente, sul nostro presente.
Non perché lo scrittore americano avesse previsto l’intelligenza artificiale generativa, i social network o gli algoritmi. Sarebbe troppo facile, e in fondo anche riduttivo, trasformarlo nel solito autore «profetico» capace di anticipare tecnologicamente il futuro. La sua intuizione è più profonda: Dick aveva intuito che il problema del futuro non sarebbe stato soltanto il controllo dei corpi, ma il controllo delle percezioni.
Oggi viviamo immersi in un flusso ininterrotto di immagini, informazioni, opinioni e narrazioni. Una parte crescente di ciò che vediamo non arriva più direttamente dal mondo, ma passa attraverso sistemi capaci di selezionarlo, ordinarlo e personalizzarlo. Gli algoritmi decidono quali notizie mostrarci, quali contenuti rendere più visibili, quali immagini riproporci e quali conversazioni alimentare.
Non significa necessariamente che esista un misterioso burattinaio intento a costruire una realtà artificiale per tutti noi. È qualcosa di più sottile. Esistono miliardi di persone che possono finire contemporaneamente dentro miliardi di versioni differenti del mondo, costruite sulla base delle loro ricerche, dei loro gusti, delle loro reazioni e delle loro abitudini.
Il problema, dunque, non è più soltanto capire se una determinata informazione sia vera o falsa. È comprendere quanto della realtà che percepiamo sia il risultato di una selezione operata da altri.
È qui che Dick diventa sorprendentemente contemporaneo. La tecnologia ha reso possibile produrre immagini di persone che non hanno mai pronunciato quelle parole, fotografie di avvenimenti mai accaduti, video capaci di mostrare persone reali mentre fanno qualcosa che non hanno mai fatto. L’intelligenza artificiale può generare testi, fotografie, voci e volti sempre più difficili da distinguere dai loro equivalenti reali.
La conseguenza più inquietante non è soltanto che possiamo essere ingannati. È che rischiamo di perdere progressivamente la capacità di stabilire, a colpo d’occhio, che cosa sia autentico. E questo è esattamente il tipo di inquietudine che attraversa tutta l’opera di Dick.
Dove risiede la salvezza umana
E allora come possiamo salvarci da un mondo simile, in cui la fantascienza è diventata cronaca, in cui le istituzioni mentono e le macchine imitano l’uomo? Occorre affidarsi ancora una volta a Dick, il quale suggerisce la cura al veleno mortale tutto apparenze: l’empatia, la capacità di riconoscere nell’altro un simile, e non un simulacro perfetto.
Lapoujade lo scrive chiaramente: la figura centrale presente nei romanzi dell’autore statunitense non è l’architetto che progetta il mondo ideale (illusorio), ma colui che si rimbocca le maniche, raccoglie i frammenti e ripara quello che può. E siamo noi a dover conservare (e, molto spesso, recuperare) quell’empatia per ricostruire un mondo umano, pezzo dopo pezzo. Prima che, come in Blade Runner, non si distinguano più uomini e replicanti.
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