Byung-Chul Han alla cerimonia della "Princesa De Asturias"
Byung-Chul Han (Getty Images)

Soprattutto dei Super Villanzoni: è ciò che sono i nostri rutilanti protagonisti delle cronache quotidiane, che ci sbalordiscono con le loro bizzarre ma sempre sorprendentemente insolenti notizie quotidiane, da cui veniamo accolti al risveglio mattutino.

A farcene capire i come e i perché è uno dei filosofi oggi più seguiti e sinceramente apprezzati nel mondo, il coreano europeizzato in Germania Byung-chul Han, nel suo appena uscito mini (da vedere, ma sostanziosissimo) libro: La società senza rispetto. Come abbiamo perso tatto, riguardo e cortesia. (Einaudi stile libero).

La crisi del rispetto

Come mai ciò accade e la sinistra carnevalata insozza più o meno dovunque, con sorprendente testardaggine, apparentemente con assoluta convinzione?

Il testo, pacato ma fermamente, sostiene che ciò proviene da una totale crisi del rispetto dell’essere umano per sé, e anche per tutti gli altri. I due vanno insieme perché «la società ben ordinata presuppone “il rispetto di ognuno per l’altro” come chiede la norma nordica, su quale poggia la società giusta, entrata invece in crisi già negli anni Ottanta del ’900».

La società della prestazione

«Il principio “chi vince prende tutto” produce una schiera enorme di perdenti, ai quali non viene più concesso nessun rispetto. Costoro si sentono abbandonati e umiliati, fino a perdere il senso di appartenenza alla società, cosa che provoca una spaccatura al suo interno».

Chi vuole vincere deve eliminare brutalmente gli altri: «Nella società della prestazione il rispetto non è qualcosa che spetta a un essere umano in quanto soggetto morale, ma è più che altro il risultato di una prestazione individuale. E la lotta per il rispetto ha luogo nella forma di lotta per lo status».

L’accumulazione di libido narcisistica freudiana poi, ci rende incapaci di percepire l’Altro in sé, che la società delle cose riduce a qualcosa che può essere sostituito come un oggetto che non serve più. Il tutto è «di fatto spettrale… anche la comunicazione digitale indebolisce il legame con l’Altro».

Dalla plebe alle tribù digitali

Byung-chul Han ricorda qui la distinzione tra il popolo e la plebe, praticata con cura dalla lucidissima Hanna Arendt: «La plebe è composta da tutti i declassati.

È la forma caricaturale del popolo e per questo viene confusa con esso e reclama in ogni occasione “l’uomo forte” che la possa guidare. Come la plebe si comportano poi le tribù digitali. Anch’esse, pur quando votano, si comportano come una plebe e si nutrono di fratture e polarizzazioni sociali.

Il loro comportamento è dominato da odio e risentimento». Il contrario delle tribù digitali sono invece i gruppi di amici che con/dividono «l’esserci l’uno per l’altro, l’attenzione per l’altro in quanto amico» e rispettarlo nella sua alterità, fatto che Kant considerava una «dignità», che rende la persona umana unica e incomparabile.

«La mancanza di rispetto e il declino della sfera pubblica si determinano a vicenda». In effetti sul palcoscenico del pubblico non ci si mette a nudo sempre: si tratta di un palcoscenico dove è soprattutto quando ci si sale che dobbiamo assumerci una visibilità pubblica. È ancora poi la stessa storia della sfera pubblica a mostrarci cosa e come abbia determinato la sua comparsa e potere.

La digitalizzazione e il linguaggio d’odio

Osservandone infine le vicende degli ultimi decenni si vede chiaramente come sia stata soprattutto la digitalizzazione «a permettere la formazione di spazi sociali all’interno dei quali sono cresciuti rigogliosamente sia tempeste di merda che linguaggio d’odio».

Fu così che la sopravvenuta civiltà dell’intimità smarrì il senso stesso della civiltà, che è l’attività che pone gli individui gli uni al riparo degli altri e che tuttavia consente loro di godere della reciproca compagnia. Lo scopo della civiltà è risparmiare agli altri il peso del proprio io e ripararli da esso.

Ripercorrendo il percorso del dilagare dell’intimità nel teatro pubblico appare chiaro come «la socievolezza è possibile grazie al gioco basato su regole.

Palesare ciò che è privato e personale distrugge la socievolezza». Ed è proprio la perdita del senso di civiltà che prepara il campo per la mancanza di rispetto.

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