Un grazie ai lettori lungo dieci anni
Maurizio Belpietro (Ansa)

Beh, adesso che non c’è più, credo di potermi considerare libero dal patto di segretezza cui mi vincolò: il giornale che tenete tra le mani, che certo non è di sinistra, è nato anche grazie a un comunista. Un comunista vero, di quelli che mai vi aspettereste possa aiutare un giornalista di destra a dar vita a una nuova testata. Perché il mondo è più complesso di come sembra e non si divide tra destra e sinistra; esiste piuttosto una sottile linea che separa le persone perbene e intelligenti dalle altre.

Ma andiamo con ordine, così capirete quanto è stata particolare la nascita della Verità. Il primo a mettermi in testa l’idea di fondare un quotidiano fu Giampaolo Pansa, il quale, mentre lo ringraziavo per aver scritto un articolo sul mio licenziamento in tronco da Libero per mano di Matteo Renzi, non amando i convenevoli, mi bloccò bruscamente per chiedermi: «Ma tu fai qualche cosa oppure no? Perché io qui, a Libero, non rimango». Il senso era chiaro: se vai a dirigere un’altra testata ti seguo, altrimenti me ne vado per i fatti miei.

Poi venne Luca Telese, che pur essendo la testimonianza vivente delle difficoltà che si incontrano quando si tiene a battesimo un giornale, cercò di convincermi a farne uno, parlando con Giorgio Poidomani, ex amministratore delegato dell’Unità e fondatore, insieme ad Antonio Padellaro e Marco Travaglio, del Fatto quotidiano. Telese, che aveva appena chiuso Pubblico, a forza di insistere mi procurò un appuntamento proprio con quel curioso manager di sinistra innamorato della carta stampata. Scomparso a 90 anni nel 2024, Poidomani mi ricevette nel suo appartamento di Fontanella Borghese, a Roma. Gli spiegai il progetto e le ragioni che mi spingevano a voler creare un altro quotidiano di centrodestra. Lui mi ascoltò con attenzione, poi mi disse che le sue convinzioni politiche gli impedivano di aiutarmi. Tuttavia, mi congedò dicendomi che ci avrebbe pensato. Giorni dopo mi richiamò e mi comunicò che avrebbe preparato per me un business plan, perché, mi disse, «anche se non ha le mie stesse idee, lei mi sembra una persona perbene». Però pose due condizioni: la prima, che non parlassi a nessuno del suo aiuto, altrimenti i suoi amici, tra quali mi citò Vauro, il vignettista caro a Michele Santoro, gli avrebbero sputato in faccia, togliendogli il saluto; la seconda, che non provassi a remunerarlo per il suo lavoro. Così, con un business plan predisposto da un comunista, La Verità prese il largo.

A dire il vero non si chiamava ancora così, perché il nome venne mesi dopo, su suggerimento di Stefano Lorenzetto. Però quel primo progetto di bilancio lo presentai a decine di imprenditori nella speranza di coinvolgerli. Erano un paio di fogli pieni di numeri, che puntavano sulla vendita di almeno 10.000 copie: il minimo per rimanere a galla. In due mesi incontrai moltissimi potenziali finanziatori ma non devo essere stato molto convincente, perché alla fine raccolsi appena 200.000 euro, un decimo di quello che avevo previsto. Cioè, era stato più facile indurre un comunista a darmi una mano, che tanti imprenditori moderati e di destra a sostenermi. La realtà, che toccai con mano in quei mesi, è che tutti avevano paura della vendetta del Grande Ganassa (copyright Giampaolo Pansa), il quale, come ebbi modo di sperimentare sulla mia pelle, quando individuava un nemico non faceva prigionieri.

Lo confesso: l’idea di mollare tutto mi venne, ma c’era già qualche collega, come Francesco Borgonovo, che si era dimesso, mentre altri, come Massimo de’ Manzoni o Giacomo Amadori, si erano posti nelle condizioni di dire addio a Libero. Rinunciare, quando Mario Giordano addirittura si dichiarava disposto a lavorare gratis per noi, dunque mi parve un tradimento. Anzi: una vigliaccata. Così, con l’aiuto di Enrico Scio, il commercialista che mi aveva seguito negli ultimi anni e che si era dimostrato disponibile a investire 50.000 euro, decidemmo di andare avanti lo stesso. In totale mettemmo insieme 540.000 euro, 290.000 dei quali miei. Ai pochi colleghi che si erano dimostrati disposti a seguirmi nell’avventura feci un discorso chiaro: se va male, a dicembre tiriamo giù la claire.

Ma non mancavano solo i soldi, indispensabili per partire: mancava tutto. Il 24 agosto, a meno di un mese alla data fissata per l’uscita in edicola, la redazione, intesa come giornalisti ma anche come luogo dove installare scrivanie e computer, ancora non c’era. Lo stampatore neppure. Il distributore, cioè colui che si occupa attraverso la sua rete di agenzie locali di far giungere le copie in edicola, non era stato individuato. Mancava pure il contratto con la società telefonica, che consentisse il collegamento internet. Per non parlare poi dei numeri zero, ovvero di quelle prove che si fanno prima di cominciare. Più che i numeri zero, a quattro settimane dalla data di uscita eravamo all’anno zero. Il pomeriggio del 24, con la metà o forse più degli italiani ancora in vacanza, in un piccolo gruppo ci ritrovammo nello studio del commercialista: con noi c’era Attilio Mattusi, storico responsabile della distribuzione de Il Giornale ai tempi di Montanelli. Da anni in pensione, occupava la giornata mettendo in ordine i conti della sua parrocchia e quando gli chiesi di aiutarci, spiegandogli che non avevamo niente, penso che abbia acconsentito più per pietà che per convinzione, promettendo di darci una mano fino a dicembre. A complicare le cose ci si mise pure la rinuncia di un service che avrebbe dovuto fornire una serie di pagine preconfezionate: a poche settimane dal lancio, quando gli spiegammo che la data fissata era il 20 settembre, Giorgio Dell’Arti ci disse che avevamo il «cervello in acqua» e che non aveva alcuna intenzione di partecipare a un fallimento. Nel frattempo, in altre redazioni più che sulla data di apertura si scommetteva su quella di chiusura, che veniva data per certa prima di Natale. Un simpatico collega, direttore di una testata concorrente, salutò uno dei redattori dicendogli non solo che non avrebbe mangiato il panettone, ma che entro fine anno sarebbe tornato da lui in ginocchio, supplicando di riassumerlo. Ovviamente, il 24 di dicembre, il giovane congedato così cordialmente si tolse la soddisfazione di inviare il taglio del panettone sul tavolo della nostra redazione.

Ormai lo avrete capito: la nascita della Verità non fu né facile né accompagnata da grande entusiasmo, se non da parte della piccola ciurma di giornalisti che ci aveva creduto e da migliaia di lettori che fin da subito ci accolsero con entusiasmo. Senza soldi, senza gruppi finanziari alle spalle, nel pieno della crisi dell’editoria ma con la voglia di non farci tappare la bocca da nessun potere, nasceva un giornale senza padroni né padrini. In dieci anni abbiamo fatto molti scoop e dato molti dispiaceri a politici e potenti, fedeli al motto che una notizia è una notizia e va pubblicata. Se siamo riusciti a tener fede alla promessa fatta il il 20 settembre del 2016 è grazie a voi lettori, che vi siete dimostrati più numerosi di quelli immaginati in quel primo business plan predisposto da Poidomani. Ma è anche grazie ai tanti colleghi che ci hanno creduto, lasciando a volte un posto di lavoro sicuro per uno ad alto rischio. Alcuni li ho già citati, ma ce ne sono altri come Edoardo Cavadini, Claudio Antonelli, Fabio Corti, senza dimenticare collaboratori importanti che sono arrivati o si sono aggiunti poi: Giorgio Gandola, Giancarlo Perna, Cesare Lanza, Massimo Gandolfini, Silvana De Mari, Riccardo Ruggeri, Marcello Veneziani, Paolo Del Debbio, Ettore Gotti Tedeschi, Claudio Risé, Antonello Piroso. E mi scuso fin da ora con i tanti che non cito, non perché meno importanti, ma per evitare di trasformare il giornale in un elenco tipo Pagine gialle. Sì, è merito di questa comunità (perché è una comunità), fatta di lettori curiosi e giornalisti intrepidi, se dopo dieci anni siamo ancora qui e sempre con lo stesso entusiasmo e la medesima volontà di non farci condizionare.

Non voglio farla troppo lunga. Mi limito a riportare una frase che mesi fa, quando fu allontanato dal Giornale e accolto sulle nostre pagine come collaboratore, Alessandro Sallusti mi disse: lo sai, vero, che nell’ambiente non vi considerano tanto normali? Non so se intendesse che siamo pazzi, imprevedibili o semplicemente incontrollabili. So che di non essere normale io sono fiero e credo che lo siano anche i colleghi che in questi dieci anni mi hanno affiancato, sapendo soprattutto che siamo liberi per davvero. Da tutto e da tutti, tranne che dai lettori.

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