Per non dissolversi questa società si può aggrappare agli «dèi forti»
(Getty Images)

Egregi signori del pensiero debole, della società aperta, del relativismo etico, dell’ateismo pratico, sappiate una cosa: nonostante il vostro diniego torneranno gli dèi forti. Ne abbiamo bisogno, non possiamo più farne a meno e prima o poi, a dritta o a manca, si rivedranno «gli dèi forti».

Chi sono queste entità potenti e altolocate? Sono gli dei che abbiamo abbandonato quando pensammo di relativizzare la verità e indebolire l’essere per vivere in una società aperta e non autoritaria, senza pretese di verità assolute e di certezze perentorie. Sono i custodi del noi, gli agenti del sacro di cui ogni società ha bisogno per vivere e per collegarsi. A pronosticarlo è un teologo americano che insegna a Yale e dirige la maggiore rivista cristiana negli Stati Uniti, First Things. Si chiama Russel R. Reno e ha pubblicato un libro, Il ritorno degli dèi forti pubblicato in Italia da Liberilibri con la prefazione di Michele Silenzi.

Gli americani la fanno facile, semplificano la storia e non considerano gli intrecci, le variabili, le complessità, tendono a ragionare anche sul piano teologico in termini di forza e debolezza; ma a volte sbloccano le situazioni con decisionismo pratico e idealismo della volontà; per loro il mondo non viene inghiottito dalla palude del non fare, non resta paralizzato a somma zero dalle spinte contrastanti, ma taglia i nodi gordiani, si spinge oltre, e un’impetuosa energia lo spinge a risolversi per non perire.

Qui intervengono «gli dèi»: sono i principi intramontabili, le idee basilari, i riferimenti superiori che orientano la vita, che anch’io alcuni anni fa definii dèi, in un libro, Nostalgia degli dèi (Marsilio, 2018).

Da qui nasce la critica necessaria alla società più aperta, che vuole scrollarsi di dosso degli dèi e indebolire l’essere per avere maggiore libertà; e questo in una società autoritaria è un’istanza sacrosanta ma quando l’autorità scompare e la libertà sconfina nel caos e nel nulla, quando per sfuggire al pericolo autoritario si cade nel pericolo tecno-totalitario, quando il non essere trionfa sull’essere, e la negazione prevale su ogni positivo punto d’appoggio, allora è necessario riaprire il cammino inverso. È il tema che già pose Emile Durkheim e che Reno richiama circa il ruolo del sacro e la funzione essenziale della religione nella società.

Abbiamo bisogno di dare uno scopo trascendente alla vita pubblica, dice Reno, abbiamo bisogno di una casa e di recuperare il senso collettivo del noi. «I venti stanno cambiando – scrive – Sempre più persone in Occidente vogliono il ritorno degli dèi forti».

Anche perché si fa sempre più comune e diffusa la percezione che il pericolo attuale non sia una società chiusa ma una società in dissoluzione. La critica del teologo investe da un versante Karl Popper e il suo progetto antiplatonico di società aperta e refrattaria a ogni fondazione trascendente, dall’altro Gianni Vattimo e il suo proposito di indebolire la pretesa di verità e la forza dell’essere.

Ma Reno non risparmia «la povertà metafisica» dei conservatori oggi al potere; l’incapacità di pensare la politica in relazione agli scopi trascendenti, alle idee e agli dèi; il loro piccolo opportunismo, aggiungiamo noi, unito al grande egocentrismo dei capi.

Ma gli «dèi forti» di Reno sono destinati a confluire nel fascismo apocalittico di cui scrive Naomi Klein in un libro appena uscito negli Usa e in Gran Bretagna (End Times Fascism, ovvero il fascismo della fine dei tempi)? Il riferimento è al suprematismo occidentale e al solito triangolo trumpiano di Elon Musk, Peter Thiel e J.D.Vance, probabile candidato alla Casa Bianca dopo il Tycoon. L’Anticristo, l’Armageddon, il Katechon sono i cavalli di battaglia. E il Cavallo di Troia resta l’Intelligenza artificiale.

Che relazione c’è tra gli dèi forti e il richiamo apocalittico del suprematismo (oltre la solita, vecchia scorza del fascismo)? C’è un nesso causale, un rapporto necessario di causa-effetto? A me pare che quello sia uno dei possibili esiti e non la conclusione inevitabile del ritorno agli dèi forti.

Anzi, mi spingerei oltre e direi: l’unico modo per disarmare, togliere argomenti e munizioni al suprematismo e ai demoni evocati, è proprio quello di rifondare la sfera pubblica, la politica e la comunità su scopi trascendenti, non legati alla volontà di potenza e di prepotenza, al narcisismo e al leaderismo dei suprematisti e dei loro surrogati periferici (anche in contrasto con «l’originale»).

E ai loro arsenali tecnologici, militari e finanziari. Sappiamo l’uso aberrante di Dio nella politica americana, i toni pseudomistici ed escatologici delle sette religiose che circondano Trump (a volte anche fisicamente attorniano la sua scrivania nello studio ovale). Il riconoscimento degli dèi forti sarebbe l’unico modo per prevenire e svuotare le pretese del suprematismo e i suoi dèi arruolati nel campo di battaglia.

Gli dèi forti per Reno vengono dall’alto e animano il meglio delle nostre tradizioni e sono il vero argine per «impedire il ritorno degli dèi oscuri che sorgono dal fondo del nostro spirito». Gli dèi inferi, potremmo chiamarli.

Sul piano del pensiero la distinzione fondamentale tra il fanatismo religioso, o la strumentalizzazione della fede sul piano politico, militare, egemonico e il riconoscimento degli «dèi forti» e di un fondamento trascendente dell’essere, a mio parere poggia su un presupposto indispensabile: la verità esiste ma nessuno ne possiede le chiavi e il monopolio, anche la «nostra» religione è il fondamento della nostra visione ma non può essere imposta al mondo come l’unica, assoluta verità per tutti i popoli e tutti i tempi; è la nostra via ma la verità è più grande di noi e nessuno può ergersi a giudice supremo (e suprematista) del bene e del male, della verità e dell’errore.

Ogni civiltà ha la sua via alla trascendenza e nessuno può costringere con la forza nessuno a seguire la propria. Ma così non si ricade nel relativismo, obbietterà qualcuno? La verità, la trascendenza, l’essere restano al di sopra del relativo; quel che è imperfetta, parziale e perciò plurale, cioè relativa, è la nostra visione della verità, della trascendenza, dell’essere.

Questa premessa è necessaria per tentare di far convivere libertà e verità, amore per la trascendenza e amore per l’umanità con le sue imperfezioni e differenze, senza sacrificare l’una all’altra. E per arginare il pericolo che gli dèi siano troppo forti e dispotici; o che viceversa siano troppo deboli fino a soccombere al predominio dell’egolatria, della tecnica e della finanza. Una strada difficile, difficilissima, ma non ne conosco di migliori.

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