Dodici mesi dopo l’esecuzione di Kirk la fabbrica dell’odio sforna nuovi obiettivi
Charlie Kirk (Ansa)

Il 10 settembre di un anno fa Charlie Kirk stava parlando di fronte a una platea di circa 3.000 persone nello Utah, quando un proiettile lo ha colpito. Erano le 12.23 ora locale, Charlie aveva 31 anni, il suo killer Tyler Robinson appena 22.

All’epoca, in Italia, Kirk era pochissimo noto, ma nel giro di poche ore era già diventato il principale oggetto di discussione nei talk show e sui giornali. E purtroppo ricordiamo molto bene che cosa dissero di lui fior di intellettuali, politici e giornalisti. Ci fu chi sostenne che aveva alimentato l’odio e dunque era di fatto responsabile della propria morte. Chi spiegò che a spargere vento si raccoglie tempesta. Chi ripeté più e più volte che Charlie era un odiatore, un razzista, un omofobo, un fascista. In certe trasmissioni spopolavano i collage di affermazioni di Charlie del tutto decontestualizzare, patchwork creati ad arte per farlo apparire intollerante e discriminatorio. Anche se ciò che Charlie faceva era esprimere la sua verità senza tentennamenti e cercare costantemente il confronto con chi aveva idee diverse dalla sue, pratica che sarebbe in teoria il lievito della democrazia.

A un anno di distanza, c’è di buono – molto buono – che Charlie lo conoscono tutti. Ovviamente non tutti hanno approfondito il suo pensiero, ma molti sì. Hanno letto i suoi testi, rivisto i suoi video, compreso chi fosse davvero. In tantissimi, ovunque, hanno sentito le commoventi parole di sua moglie che – con una straordinaria esibizione di pietà cristiana – ha invitato a non rispondere all’odio con altro odio. Charlie Kirk ha affrontato il martirio nel senso più proprio del termine: ha dato testimonianza, e il suo volto e il suo pensiero sono giunti a milioni di persone. Alcuni sono stati cambiati da questo incontro. Altri hanno semplicemente capito che si può (e che forse si deve) avere il coraggio delle proprie idee e che esistono persone disposte a mettere in gioco tutto, compresa la propria vita, pur di non farsi ridurre al silenzio.

Dodici mesi dopo la sua morte, però, tocca dire anche che molto poco, attorno a noi, è cambiato. Più precisamente, sperimentiamo ogni giorno l’esistenza del medesimo odio e del medesimo disprezzo che hanno animato l’atroce dibattito svoltosi quando il cadavere di Charlie era ancora caldo. La cultura e la politica dominanti in Occidente sono rimaste le stesse di prima, le élite ragionano e operano nello stesso modo. Cioè odiando e demonizzando chiunque esprima un pensiero critico o alternativo rispetto alla visione prevalente e politicamente corretta.

Lo dimostra ciò che accade negli Stati Uniti, ma ancora di più ciò che succede costantemente in Italia. Prendiamo il caso temporalmente più vicino, ovvero la vittoria alle elezioni di Afd. Da giorni grandi analisti e commentatori di ogni genere insistono a ribadire che, in effetti, gli esponenti del partito tedesco sono nazisti. Giusto ieri Oscar Farinetti, persona moderata e pensante, dichiarava che i vertici di Afd sono «nazisti dalla testa ai piedi».

Non è difficile comprendere che cosa comportino affermazioni di questo tipo. Il nazismo è identificato in Occidente come il male assoluto. Un male con cui non si può scendere a patti, un male che va estirpato alla radice con ogni mezzo possibile. Il nazista si elimina, non si comprende. Sostenere dunque che uno sia nazista significa dunque metterlo al centro di un mirino: se Afd o altri movimenti analoghi rappresentano una minaccia totale alla democrazia e al vivere civile, allora qualcuno potrebbe ritenere che sia giusto toglierli di mezzo con le maniere forti. Ci sono politici che già chiedono restrizioni della libertà di parola, figuriamoci se qualche fanatico non potrebbe pensare di farsi giustizia in modo più brutale.

Questa ovviamente è la manifestazione estrema del disprezzo, ma ve ne sono anche altre gradazioni meno brutali ma ugualmente insidiose. Quante ne abbiamo viste negli ultimi mesi? Editori cancellati dalle fiere editoriali sempre con il medesimo stigma fascista. Giornalisti e intellettuali per cui costantemente si pretende il boicottaggio a festival ed eventi pubblici. In queste ore a Venezia viene proiettato il film Dau di Il’ja Chrzanovskij. È una colossale pellicola contro il totalitarismo girata da un oppositore di Vladimir Putin, che però è stato accusato di putinismo dal governo ucraino con contestuali richieste di censura e messa al bando. È solo un caso, uno fra i tantissimi. E poi ci sono le analisi politiche di illustri esponenti e ideologi progressisti che etichettano chi vota a destra come ignorante, ottuso, nemico della scienza e della ragione. È lo stesso metodo utilizzato con Charlie Kirk: non sei allineato, dunque vai ridotto al silenzio in modo più o meno violento. Pochi sparano, per fortuna. Molti però diffamano, insultano, ostacolano, mistificano, cancellano.

La morte di Charlie ha mostrato al mondo intero che conseguenze può avere questo odio feroce. Ha svelato a quale follia brutale possa condurre il wokismo, malattia terminale del post marxismo. Forse non è un caso che i popoli di tutto l’Occidente abbiano cominciato ormai da un po’ a rifiutare questa ideologia, a chiedere un cambiamento radicale e un ritorno alla realtà. E più i popoli si ribellano, più l’odio verso i dissidenti si fa rabbioso, velenoso. Anche se per settimane i progressisti italiani si sono interrogati sulle storture del woke e hanno fatto mostra di volerlo abbandonare, la patologia è rimasta, e ancora infetta.

Charlie Kirk ha mostrato che sconfiggerla si può, che l’Occidente non ha ancora smarrito tutta la sua anima. Un anno dopo la sua morte siamo ancora in attesa che chi lo ha insultato e vilipeso abbia l’umiltà di rivedere il giudizio e di ammettere il proprio errore. Sappiamo che non succederà: se avvenisse sarebbe il primo miracolo del beato Charlie.

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