Brutti, sporchi e cattivi è un film di Ettore Scola in cui il suo disprezzo di comunista doc per i poveri, gli italiani e i cristiani riduce i protagonisti, tutti, a subumani. Il film descrive una baraccopoli romana dove Nino Manfredi incarna un patriarca mostruoso. Immaginate se qualcuno facesse un film ambientato tra africani o asiatici, con tutti i protagonisti descritti come ignobili: il livello del razzismo sarebbe evidente.
La missione del regista comunista è mostrare il peggio, gonfiarlo, enfatizzarlo, così che la gente creda che la sua terra sia solo corruzione e accetti una dittatura comunista come unica speranza di salvezza. Ma i baraccati di Scola sono gentiluomini rispetto ai nostri maranza, non si filmano mentre stuprano in gruppo, non occupano le città di notte, non vandalizzano bar, ristoranti, stabilimenti balneari, piscine. Vogliono uccidere Manfredi, che è uno di loro, non rompono l’anima a noi. Ora purtroppo i baraccati sono stati sostituiti da gente che ci accoltella per strada urlando che Allah è grande, ci schiaccia con l’auto come scarafaggi, defeca nelle nostre chiese e si pulisce con i teli dell’altare, stupra le tredicenni, ma poi spiega che prova dispiacere, e nessun regista avrà gli attributi per fare un film su di loro.
«Brutti, sporchi e cattivi» è diventata una maniera di dire: indica qualcuno di totalmente spregevole, senza speranza di redenzione, quindi uno contro cui ogni azione è lecita. La Repubblica italiana, nata dalla sconfitta inflitta ai fascisti dagli angloamericani, è un luogo dove innocenti finiscono in prigione e ci restano, dove genitori innocenti si vedono sottrarre i figli. La Repubblica italiana ha permesso durante la cosiddetta pandemia la sospensione delle libertà più elementari inclusa quella di camminare per strada, e ha imposto con la violenza l’inoculazione di farmaci sperimentali pericolosi e inutili. Che la Repubblica italiana nata dall’antifascismo sia una democrazia degna di questo nome è una scemenza che lasciamo ai film della Cortellesi. L’antifascismo è totalitario: i fascisti, i post fascisti, gli ex fascisti, ma anche chi con il fascismo non c’entra un fico, persone di destra, conservatori, chiunque non apprezzi una immigrazione che è un’invasione violenta, chiunque non condivida le poche idee della sinistra: sono tutti brutti, sporchi e cattivi, vale a dire che non hanno diritto al rispetto: si può invocare la forca a testa in giù o un colpo di arma da fuoco.
Tra gli sporchi, brutti e cattivi i redattori del Candido: questo ha permesso anche l’arresto di giornalisti che stavano dicendo la verità e quindi ha favorito il fatto che la verità sia stata nascosta. C’è del marcio a Bologna di Guido Giraudo è un libro sulla strage del 2 agosto 1980, quando una bomba esplose nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200. Il libro può essere letto anche da chi non sa nulla della strage, perché alterna la ricostruzione dei fatti al racconto personale dell’autore, che visse direttamente una parte di quegli avvenimenti. L’autore contesta la ricostruzione giudiziaria che ha attribuito la strage a militanti dell’area neofascista, in particolare ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari. Le sentenze definitive hanno condannato Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini; il libro non può naturalmente cancellare quella verità processuale. Una sentenza definitiva non coincide sempre, necessariamente, con la verità dei fatti. Chiunque abbia visto una foto dopo l’esplosione si è reso contro che si è trattato dell’esplosione di un tipo di esplosivo e di un quantitativo di esplosivo di cui solo il terrorismo internazionale poteva disporre. Il libro ricostruisce le controinchieste pubblicate fra il 1980 e il 1981 dal settimanale Candido, diretto da Giorgio Pisanò, giornalista e uomo politico della destra italiana. Quegli articoli mettevano in discussione fin dall’inizio la pista neofascista e segnalavano le anomalie relative all’esplosivo e le presenze sospette a Bologna nei giorni della strage, che indicavano la pista palestinese. Il libro procede attraverso articoli dell’epoca, verbali, testimonianze, nomi e cronologie.
Il punto fondamentale è la cosiddetta pista palestinese. L’autore ricostruisce il contesto internazionale degli anni Settanta: i rapporti fra l’Italia e le organizzazioni palestinesi, il cosiddetto Lodo Moro, i traffici di armi, la presenza del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, guidato da George Habbash, e il caso dei missili sequestrati a Ortona. In questo quadro compare Abu Anzeh Saleh, rappresentante in Italia del Fplp, arrestato nel 1979 insieme ad alcuni militanti italiani per un traffico di armi. Il volume suggerisce che la strage possa essere maturata dentro quel sistema di relazioni, ricatti, vendette e traffici internazionali. L’ipotesi che l’attentato non sia una strage fascista compiuta dai Nar, ma un episodio connesso al terrorismo palestinese, ai suoi rapporti con apparati italiani o a un’operazione sfuggita di mano, è una pista che il libro ritiene non solo plausibile, ma colpevolmente trascurata: chi l’ha segnalata è fisicamente finito in galera. L’autore collega questa ipotesi anche alla presenza a Bologna di soggetti internazionali legati al mondo del terrorismo eversivo, a documenti e testimonianze emersi negli anni, e alle questioni rimaste aperte sulla natura dell’esplosivo e sull’identificazione di alcuni resti umani. Non afferma che ogni dettaglio sia risolto; sostiene, piuttosto, che le domande irrisolte sono troppe per accettare senza discussione una narrazione lineare.
Accanto alla ricostruzione della strage, il libro racconta la vicenda personale dell’autore, coinvolto nella pubblicazione degli articoli del Candido. Per avere difeso il segreto professionale e rifiutato di rivelare l’identità di una fonte giornalistica, egli fu arrestato e detenuto nel carcere di San Giovanni in Monte. Il Candido era un giornale monarchico e conservatore, non aveva niente a che fare col fascismo, ma essendo di destra faceva parte del gruppo di quelli sporchi, brutti e cattivi. Sarebbe stato possibile con un giornalista di un giornale non di destra? Immaginiamo lo stesso schema applicato a, per esempio, Ranucci Sigfrido, accolto come una rock star dai magistrati italiani? Queste pagine sono fra le più efficaci dell’opera: descrivono il carcere non come categoria astratta, ma come umiliazione quotidiana, sporcizia, fame, attesa, paura, perdita del tempo e nostalgia della famiglia. Il racconto personale dà carne alla materia storica. Ci ricorda che dietro le parole «inchiesta», «imputato», «custodia cautelare» e «segreto istruttorio» vi sono esseri umani. Vi sono padri lontani dai figli, mogli lasciate nell’angoscia, persone che possono essere schiacciate da un’accusa anche prima di una condanna. Il libro è, perciò, anche un atto d’accusa contro una giustizia più interessata a trovare un colpevole che a trovare la verità. C’è del marcio a Bologna non è un libro neutrale, ha una posizione politica, una voce precisa e una memoria militante, e il fatto che un libro sia schierato non significa che non sia fondamentale; spesso è proprio la voce di chi è stato escluso dalla narrazione dominante a conservare documenti, domande e prospettive che altri preferirebbero non ascoltare. La strage di Bologna rimane una ferita immensa, anzitutto per le vittime e per i loro familiari. Attribuirla ai fascisti, sporchi brutti e cattivi per antonomasia, è stata un narrazione affascinante per moltissimi, ma con troppe falle. Proprio per questo non dovrebbe essere trasformata in un monumento intoccabile, dove ogni dubbio sia considerato un’offesa. I morti hanno diritto alla verità. E proprio per questo bisognerebbe piantarla di escludere la voce di quelli sporchi, brutti e cattivi. E se finalmente diventassimo una democrazia decente dove tutti hanno lo stesso diritto di parola?
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >