Sarà la strizza per le scintille tra Regno Unito e Russia; sarà un guizzo tardivo di lucidità; fatto sta che, adesso, pure il Corriere si è reso conto che stiamo giocando col fuoco.
«Dunque siamo in guerra con la Russia? Meglio chiederselo, almeno sottovoce», scrive Massimo Nava sul quotidiano di via Solferino, «prima che la politica europea e le politiche dei governi nazionali coinvolti prendano atto del piano inclinato in cui ci siamo messi verso lo scontro totale». Toh: adesso si può dire, magari «sottovoce», che l’Ue, la più danneggiata dal conflitto in Ucraina e la più esposta alle conseguenze tragiche di un suo eventuale allargamento, non solo è stata incapace di intraprendere qualunque iniziativa diplomatica, ma ha fatto di tutto per sabotare le poche che sono state avviate. Specie da quando Donald Trump è alla Casa Bianca. In seguito all’incontro del tycoon con Vladimir Putin in Alaska, lo scorso agosto, i capi di Stato volarono fino a Washington per convincerlo a desistere da un proposito criminale: nientemeno che porre fine ai combattimenti. Non si poteva mica abbandonare il Donbass. Allora, sulla stampa, compresa quella che oggi invoca un negoziato, era un profluvio di editoriali indignati sul cinismo con cui Trump riportava in auge le sfere d’influenza. A onor del vero, Nava si sarebbe congedato dalle «anime belle», nostalgiche del diritto internazionale.
Il Corriere scopre il rischio di escalation
Un anno e diverse migliaia di morti dopo, le penne del Corsera, sgomente, si domandano cosa manchi «all’ufficialità di una dichiarazione di guerra», se «i volenterosi (Gran Bretagna e Francia in testa) si spingono all’invio di missili». Sai che novità. «Sta nascendo una sorta di partnership produttiva di droni». Buongiorno: Ursula von der Leyen se ne vanta da mesi. Volodymyr Zelenzky «è ospite fisso ai vertici europei in cui discute appunto di sanzioni, armamenti e strategie antirusse». Ma va’! Veramente? C’è ormai una «evidenza del piano inclinato su cui si sono spinte le leadership europee, peraltro con scarso sostegno dei cittadini». Altra sorpresa: quelli bravi ci tengono a ricordarci che la democrazia dovrebbe contare qualcosa.
Le critiche alla linea europea su Kiev
Il guaio – il giornale milanese se n’è finalmente avveduto – è il conglomerato di granitiche «certezze etiche e politiche», che alimenta l’imperativo categorico di sostenere a oltranza Kiev. E che «impedisce di valutare l’effettiva portata e credibilità delle minacce russe». Con la mala parata, la superiorità morale dell’Occidente vacilla. Così, diventa legittimo riconoscere che quello in corso è un conflitto «di natura nazionalistica cominciato nel 2012 (e non nel 2022)». Ma gli ucraini non erano in lotta per i nostri valori? Nava ammette anche che «la Russia si è sentita minacciata dall’espansionismo della Nato». Lui è felpato, raffinato, forbito. Mica come quel sempliciotto di papa Francesco, che proprio col foglio di via Solferino si mise a sparlare dell’«abbaiare della Nato alle porte della Russia». Beccandosi del putiniano. «Dall’inizio del conflitto», denuncia alla buonora Nava, «ragioni etiche e ragioni politiche si sono intrecciate in una narrazione univoca e senza riserve, salvo quelle espresse da alcune voci critiche, zittite o bollate come filorusse». Sì. Dal Corriere. Che compilava le liste di proscrizione degli opinionisti pro Putin.
Dalla guerra al risveglio del Corriere
Ma questo è il tempo dei risvegli. È il momento di compiere un gesto rivoluzionario, di quelli che sui giornali non si vedono più tanto spesso: dire la verità.
Come ha fatto Ernesto Galli della Loggia l’altro giorno, intonando il de profundis del multiculturalismo, con un lieve ritardo di una ventina d’anni. Pazienza. Non è urgente attribuire colpe. La priorità è impedire il disastro. Perché fino a quando la guerra rimane un’ipotesi accademica, è pieno di eroi che giocano a provocarla. È quando diventa possibile, o persino probabile, che gli agnelli travestiti da leoni corrono a nascondersi. Per cui, se pure il Corriere diventa putiniano, pardon, pacifista, forse dobbiamo iniziare a preoccuparci. Significa che la pace è quasi finita.
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