Sospeso l’uomo che denunciò Arday
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Come sempre, quando di mezzo ci sono il woke e il politicamente corretto la verità non conta nulla: contano la propaganda e la faziosità ideologica. Anzi, essendo della propaganda e della faziosità ideologica il principale nemico, la verità non è semplicemente ignorata, ma oltraggiata e fatta a pezzi. E chi la diffonde viene punito. È nuovamente successo l’altro ieri, giorno in cui l’università belga di Gand ha stabilito di applicare nei confronti del professore americano Nathan Cofnas – pur senza sollevarlo per adesso dal suo incarico di ricercatore – delle severe quanto immotivate restrizioni della durata di tre mesi. Cofnas è colui che ha smascherato il mitomane Jason Arday, il quarantunenne docente di Cambridge suicidatosi lo scorso 14 agosto dopo che proprio Cofnas aveva sollevato il velo sulla montagna di falsità su cui Arday, che all’inizio di agosto si era infatti dimesso dall’ateneo inglese, aveva costruito la sua brillante carriera accademica.

Come è stato provato, Arday tra le altre cose aveva copiato buona parte della sua tesi di laurea da un’altra ricercatrice; spacciava per pubblicati testi che non aveva mai dato alle stampe; asseriva di avere raccolto 5 milioni di sterline a scopi umanitari benché la pagina del sito JustGiving dedicata a una delle iniziative che l’uomo sosteneva di voler foraggiare ne riportasse, di sterline, 380. Insomma, un ballista patologico fornito però di un paio di caratteristiche che, agli occhi di wokisti e politicamente corretti, perdonano e addirittura giustificano qualsiasi menzogna e imbroglio: era di origini africane (ghanesi, per la precisione) e aveva la pelle scura. E così a finire sotto processo non è stato Arday bensì Cofnas, la cui «colpa», appunto, è esclusivamente quella di avere dimostrato come a Cambridge non si effettui nessun controllo su un insegnante se quest’ultimo, in virtù della sua etnia e della sua estrazione sociale, risulta funzionale a un certo modo di raccontare – e spesso di mistificare, come in questo caso – la realtà.

Già alcuni giorni fa, subito dopo il suicido del «più giovane professore nero nella storia di Cambridge», il gruppo Good Law Project aveva lanciato una petizione (in grado di raccogliere rapidamente oltre 30.000 firme) per chiedere al governo britannico l’apertura di un’inchiesta sul ruolo dei media nella morte di Arday e su una presunta campagna persecutoria, a sfondo razzista, ai suoi danni. Ora giunge la decisione dell’università di Gand di sospendere per tre mesi Cofnas dall’insegnamento, imponendogli anche l’obbligo di lavorare da remoto e soltanto in relazione agli argomenti di ricerca indicati nel suo originario contratto con il campus. Attenzione, però: se si esaminano le storie personali di Cofnas e di chi gli ha inflitto la sanzione, le reali ragioni dell’assurdo provvedimento risulteranno ancora più chiare. Cofnas, nel 2024, è stato rimosso dall’incarico di ricercatore presso l’Emmanuel College di Cambridge a causa di alcune sue tesi, diffuse in un blog, secondo cui i geni svolgerebbero un ruolo nel determinare le differenze d’intelligenza tra individui appartenenti a diversi gruppi etnici. La rettrice dell’università di Gand che ha firmato la sospensione di Cofnas, la sessantatreenne ex vice primo ministro del Belgio Petra De Sutter, è invece una persona transgender, attivista della comunità Lgbtq+ e in prima linea nel sostegno alla riproduzione medicalmente assistita e alla gestazione per altri (l’utero in affitto). La verità dei fatti, insomma, non poteva che avere le ore contate.

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