A Bonaccini è sfuggita una verità: oggi chi studia è più conformista
Stefano Bonaccini (Ansa)

È sempre un’esperienza confortante ascoltare un uomo politico dire qualcosa di intelligente. Quando poi dice qualcosa che contiene, magari involontariamente, un frammento di verità, bisogna essergli grati. Stefano Bonaccini ha spiegato che chi vota a destra ha studiato meno. Può darsi. Ma prima di festeggiare  converrebbe domandarsi che cosa significhi, oggi, «aver studiato». Jacques Ellul, in Propaganda, aveva individuato un dettaglio piuttosto imbarazzante: la propaganda moderna funziona particolarmente bene sull’uomo istruito, quello che legge i giornali, possiede un vocabolario abbastanza vasto da sentirsi autonomo e soprattutto è convinto di essere immune dalla propaganda.

Il semianalfabeta almeno sospetta di poter essere ingannato. L’intellettuale sa di non poterlo essere, e quindi diventa un cliente magnifico. La scuola dovrebbe servire precisamente a impedire questo fenomeno. Dovrebbe insegnare a leggere Dante, risolvere un’equazione e soprattutto domandare: «Come lo sai?». Per qualche tempo, dopo il fascismo, l’Italia conservò persino l’idea piuttosto elegante che un insegnante e un magistrato dovessero essere riconoscibili per la loro competenza e non per la tessera politica. Poi arrivò il Sessantotto e la scuola scoprì progressivamente una vocazione più ambiziosa: invece di limitarsi a insegnare, poteva spiegare agli studenti anche che cosa fosse bene pensare. Il risultato presenta qualche inconveniente. Abbiamo ragazzi che possono attraversare il liceo senza riuscire a spiegare decentemente trenta versi di Dante, ma possiedono opinioni granitiche sul clima, sull’immigrazione, sull’identità, sull’Europa, sulla salute pubblica e sul futuro dell’umanità. Non sempre sanno distinguere un congiuntivo da un condizionale, però sanno perfettamente quali opinioni siano moralmente presentabili. È una forma pedagogica molto efficiente: si risparmia sul sapere e si investe sulla certezza. Durante la pandemia il fenomeno raggiunse una perfezione quasi artistica. La scuola, che dovrebbe insegnare il dubbio metodico, si trasformò spesso nel luogo dove dubitare era considerato irresponsabile. Mascherine, protocolli, vaccini: questioni scientifiche, dunque per definizione discutibili sulla base dei dati, furono troppo spesso trasformate in prove di buona cittadinanza. La scienza funziona dicendo «dimostramelo»; l’indottrinamento funziona dicendo «fidati». La differenza è piccola soltanto per chi non ha studiato epistemologia. Lo studente che ha studiato, si è studiato la letteratura medica e ha scoperto l’inutilità delle mascherine, ha subito un Tso per essersi rifiutato di indossarla. La scuola è una fucina di non pensanti che seguono dogmi: l’elettore ideale di Bonaccini. Lo stesso meccanismo compare altrove. Il cambiamento climatico è un problema scientifico e politico enorme, dunque meriterebbe discussioni enormi: costi, benefici, nucleare, invasi, dissesto idrogeologico, adattamento, emissioni mondiali, industria. Molto più semplice spiegare al ragazzino che l’automobile di papà è il problema cosmico e che comprandone una elettrica contribuirà alla redenzione planetaria. Anche l’immigrazione viene spesso presentata non come un fenomeno gigantesco da valutare attraverso numeri, sicurezza, salari, integrazione e capacità dello Stato, ma come un esame di bontà. Chi pone domande rischia così di essere giudicato prima ancora che gli venga risposto. Naturalmente l’Agenda 2030 non è «l’Agenda di Davos»: è un programma delle Nazioni Unite. Ma proprio qui sta il punto interessante. Un programma politico, per quanto internazionale e solennemente confezionato, dovrebbe poter essere discusso. Se invece entra nella scuola circondato dall’aureola delle cose sulle quali soltanto un troglodita può avere dubbi, abbiamo smesso di educare cittadini e cominciato a fabbricare fedeli. E allora Bonaccini potrebbe avere ragione per una ragione diversa da quella immaginata. Può darsi che una maggiore permanenza dentro determinate istituzioni produca una maggiore probabilità di assorbirne il linguaggio, i valori e le categorie. Non sarebbe neppure sorprendente: è precisamente il problema studiato da Ellul. L’uomo più facilmente propagandabile non è necessariamente quello che non ha letto nulla. È quello che ha letto moltissimo, ma quasi sempre le stesse cose. Così camionisti, portuali, operai e agricoltori diventano figure politicamente sospette non perché siano incapaci di ragionare, ma perché qualche volta hanno avuto meno occasioni di imparare quali conclusioni siano considerate rispettabili. Magari sbagliano. Magari hanno ragione. Ma conservano un vizio che una scuola degna di questo nome dovrebbe proteggere come un tesoro: chiedere «perché?». Ringraziamo dunque Bonaccini. Se davvero chi ha studiato di più vota più frequentemente a sinistra, la domanda interessante non è soltanto che cosa abbia imparato. È anche chi glielo abbia insegnato, come glielo abbia insegnato e soprattutto se gli sia mai stato permesso di rispondere: «Professore, non sono d’accordo». Ti ringrazio Mio Dio che hai rivelato queste cose ai piccoli e le hai nascoste ai sapienti, è scritto nel Vangelo. La Verità è quella di Cristo, certo, ma anche la banale verità del diritto alla propria sopravvivenza. I piccoli hanno capito e votano per chi cerca di salvarli da dittatura lgbt, violenza islamica e demenza green. I sapienti restano inchiodati ai loro dogmi, loro sanno che due più due fa cinque perché lo ha detto il partito.

Da non perdere