La politica è una incessante competizione tra classi dirigenti. Vilfredo Pareto, addirittura, definiva la storia stessa «un cimitero di élite». E siccome nessuno, al camposanto, ancorché in senso figurato, ci finisce volentieri, è ovvio che il gruppo che sente minacciata la propria posizione tenti di difenderla con le unghie e i denti.

Perché le elezioni continuano a premiare i sovranisti

È quello che hanno provato a fare le élite europee – quelle di Bruxelles e l’establishment degli Stati nazionali – di fronte alla sfida dei sovranisti. Ed è una delle ragioni per cui, nonostante quelle che Antonio Tajani chiamerebbe «contromisure», costoro continuano a mietere successi alle urne: la gente vuole facce nuove. Un ricambio di élite.

Certo, non tutti i leader populisti sono in sé «nuovi»: Donald Trump non veniva dal nulla; Nigel Farage è un politico consumato. È «nuova», però, la prospettiva di vederli al governo.

Le strategie (erronee) delle èlite politiche

Il sistema ha usato due stratagemmi per blindarsi: sfruttare il potenziale conservativo dei vari vincoli esterni (mercati, costituzioni, convenzioni, magistrature, spauracchi retorici tipo fascismo e putinismo); e assorbire una parte più o meno ampia dell’agenda degli avversari, come è accaduto in materia di immigrazione.

Restiamo in Germania: già l’ultimo cancelliere socialdemocratico, Olaf Scholz, aveva ripristinato i controlli alle frontiere e avviato contatti con i talebani per le espulsioni degli afgani; uno dei propositi di Friedrich Merz era dimezzare i consensi per Alternative für Deutschland, attuando una stretta ai confini.

Entrambe le tattiche stanno facendo fiasco. Ai tempi di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, le intimidazioni dei commissari Ue a mercati aperti erano sufficienti per generare tempeste finanziarie, tali da condizionare Roma.

Una lezione che Giorgia Meloni, la quale ha affidato la gestione dei conti al prudentissimo Giancarlo Giorgetti, ha voluto tenere bene a mente. Ma ormai i mercati – quelli che, come disse nel 2018 Günther Oettinger, allora responsabile del Bilancio dell’Unione, avrebbero dovuto «insegnare a votare agli italiani» – hanno ampliato il loro margine di tolleranza agli choc elettorali.

Così, ieri, la Borsa di Francoforte quasi non ha reagito al trionfo di Afd in Sassonia-Anhalt, benché sia chiaro che non si è trattato di un semplice voto locale.

Come il sistema politico si sta sgretolando in Europa

Non sta bastando nemmeno lo sforzo di accogliere una parte delle istanze rappresentate dai partiti antisistema. Scholz è stato spazzato via e Merz è decotto; Emmanuel Macron, sopravvissuto sfruttando la conventio ad excludendum e le gabole dell’architettura istituzionale francese, sta stendendo la guida rossa al Rassemblement national; Pedro Sánchez si è vantato del record di allontanamenti di clandestini da Ceuta e nei sondaggi, ora, la destra ha la maggioranza assoluta; i laburisti inglesi appaiono inguaribili, nonostante gli annunci del nuovo premier, Andy Burnham; solo Mette Frederiksen, in Danimarca, ha arginato l’ascesa della destra radicale, al prezzo di alienarsi le simpatie di socialisti europei, firmando un appello anti immigrazione con la Meloni.

Come si spiega lo smacco?

Da un lato, la svolta sulle frontiere è ancora timida. Anche perché, in parallelo, le vecchie élite hanno portato avanti gli altri grandi progetti invisi ai cittadini, dalla transizione ecologica all’escalation con la Russia. Sono rimostranze che penalizzano pure il centrodestra italiano.

Gli scontenti non vogliono più moderazione, ma più coraggio; non più patti Ue, ma più rimpatri. Tanto che, dove la promessa di cambiamento appare disattesa, il malcontento, anziché ritrasferire suffragi alla sinistra, propizia la nascita di nuovi movimenti alla destra dei conservatori: è il caso del fenomeno Vannacci.

A quale tipo di cambiamento ambiscono gli elettori

Dopodiché, il cambiamento che invocano gli elettori non riguarda soltanto le politiche; riguarda anche le persone.

Le leve del potere sono in mano da troppo tempo agli stessi soggetti. Ursula von der Leyen è l’epitome del carrozzone arrugginito, ma non è l’unica la cui compromissione con il passato rende inattendibili i proclami sull’impegno a correggere la rotta, dando finalmente retta alla vox populi.

Nell’insofferenza per i gruppi dirigenti agglutinati agli scranni pesa, tra l’altro, la consapevolezza che costoro hanno plasmato la struttura del sistema appositamente per assicurarsi lucrose prebende. C’è la sterminata gerarchia di commissari, capi di Stato, ministri; c’è il pachiderma della burocrazia; e c’è tutto un sovrastato o parastato, fatto di «pensatoi», porte girevoli tra amministrazioni e attori economici privati, manager e Ceo culo e camicia con i politici, di cui la gente è arcistufa.

La cristallizzazione delle rendite di posizione è una deriva incorreggibile di ogni gruppo che consegue il potere. E con Gaetano Mosca, sappiamo che ogni regime, democrazia compresa, è elitario: chi comanda non è mai «il popolo», bensì una classe dirigente specializzata.

Il vantaggio della democrazia, insegnavano James Buchanan e Gordon Tullock, è che persino la spartizione dei benefit, alla fine, può essere trasformata, da privilegio di pochi, in vantaggio per molti.

La democrazia dovrebbe accrescere la reattività delle élite ai bisogni dei rappresentati e permetterne una facile sostituzione, qualora esse falliscano. Ecco cosa vuole chi si affida ai sovranisti. Ecco cosa sta mancando alle nostre democrazie: un meccanismo per smaltire i falliti.

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