Schierati, non inquadrati. Uno sprone per la destra
Il Presidente La Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)

La traversata di un decennio, ossia la traversata del deserto. Sul piano delle idee, i primi dieci anni di vita della Verità sono stati per la vita culturale del nostro Paese e dell’Europa un decennio di penuria e di miseria. Non solo se consideriamo i giornali ma anche i libri, i luoghi, le occasioni, le opere, gli autori, le istituzioni culturali. Meno copie vendute, meno spazi dedicati alla cultura, meno opere notevoli, meno idee in campo, meno dibattiti, meno iniziative e meno sfide di pensiero. Meno meno meno. In ogni versante.

A un giornale di battaglia come La Verità, libero e schierato, indipendente ma non neutrale, le idee che più stanno a cuore sono quelle che agiscono sulla vita reale dei popoli, interagiscono con la politica, reagiscono alle dominazioni correnti. Su questo terreno minato abbiamo assistito a una divaricazione sempre più netta tra la cultura, le idee, i pensieri civili e la realtà sociale, pubblica, politica. Tra movimenti e istituzioni. La cultura si è separata dalla politica. La Verità non ha finto che tutto andasse come previsto, secondo i ruoli pre-assegnati, ma ha avuto – spesso in solitudine – il coraggio di denunciare e di criticare apertamente, senza fare sconti a nessuno e senza mai lavorare per il Re di Prussia, cioè farsi strumentalizzale dagli avversari.

L’egemonia culturale si è ridotta a una cappa, una dominazione senza contenuti e senza riferimenti ideali; solo precetti e divieti, cupole mafiose e pratiche di esclusione, reciproci favori interni a conventicole e consorterie. Niente qualità, originalità ed eccellenza di contenuti, solo un plumbeo allineamento al mainstream e ai suoi cerimoniali. Ma a quel potere dominante non si è opposto nessun contropotere, non è sorta nessuna controffensiva culturale, solo chiacchiere e distintivi. La delusione ha prevalso in questi dieci anni, acuendosi quando la destra ha conquistato il governo e ogni aspettativa di cambiamento, che personalmente non ho mai nutrito, è abortita.

I quattro anni di governo della destra, come quelli del centrodestra berlusconiano di ieri, sono stati acqua fresca sul piano culturale, sono scivolati senza nulla mutare, nulla realizzare o solo avviare, senza minimamente valorizzare le idee, le opere, gli autori alternativi al mainstream e ai vecchi potentati culturali e istituzionali. Non si è avvertita nessuna differenza, nessun cambio di passo e di stile rispetto agli anni precedenti in cui hanno governato sinistre, tecnici, grillini e alleanze consociative. Non un programma culturale né un programma televisivo di qualche spessore, non una scoperta di nuovi talenti, nuovi personaggi, non un luogo in cui si è potuto dire: finalmente una voce nuova, ecco un pensiero differente, questa è farina di un altro sacco, non è la solita minestra che passa il convento. Sarà una coincidenza ma i cinque-sei nomi di maggior spicco che di solito si citano a proposito della cosiddetta cultura «di destra» (termine ormai insensato) sono tutti critici e distanti dall’esperienza governativa in corso, lontani da ogni impegno politico, tutt’altro che allineati alle scelte di fondo compiute, soprattutto in politica estera, alcuni rintanati nei propri fortini o nei propri incarichi.

Restano sul campo alcune polemiche tra governativi e pensatori «a mente libera», qualche siluramento e qualche adozione finita nel peggiore dei modi, come il caso Beatrice Venezi; qualche sconfessione governativa come quella nei confronti del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, a cui è stata tolta perfino un’innocua rubrica letteraria in Rai; e poi veti, omissioni e Ponzio Pilato; meglio lavarsene le mani. L’importante è durare al potere. Su questi diverbi La Verità ha preso una posizione tutt’altro che prona al potere governativo.

Sulla cultura ha prevalso la piaga del caporalato. È il sistema di sottopotere vigente. Ogni forza di potere ha la sua forma di controllo, anche se ognuno poi vede solo quella altrui, e ne denuncia i metodi. La Dc, per esempio, usava il sistema clientelare, dai clientes, d’origine romana, o dei galoppini, tra raccomandazioni e santi protettori, uno schema d’impronta cattolica e devozionale. La sinistra, invece, usa i derivati del partito ideologico, che prevede intellettuali organici, vigilantes democratici e funzionari di partito; oggi somiglia a una sorta di consorteria ideologica, tra club, logge, lobbies, più il collettivo per la sorveglianza democratica e antifascista. Con la destra invece è in uso il caporalato, un sistema che ricorda vagamente il mondo militare, le caserme e i suoi tipici modi di fare. Il caporale dispone nel nome del capo e la filiera dei nominati e sottoposti si adegua. Magari approfondiremo in un’altra occasione.

Rispetto a questa situazione un giornale, anche se appassionato e tutt’altro che neutrale, deve saper testimoniare l’aspro sapore della libertà, del pensiero critico, del coraggio di chi non si allinea e non cambia le sue idee col cambiamento delle prescrizioni che giungono dal potere. La Verità si è differenziata in questi anni proprio per questo. Non appiattirsi significa capire che il nemico principale dell’Europa e dell’Occidente è l’Europa stessa, è l’Occidente medesimo e che bisogna partire di qui per capire il presente malessere. È facile e puerile e non serve a nulla sbrigare il male e il disagio additando un nemico e scaricando su di lui ogni negatività: la colpa è della Russia, è della Sinistra, è dell’Immigrato, è dell’Islamico, è del Palestinese. Bisogna capire cosa non va anche dalle tue parti, nel resto del mondo, tra i tuoi contemporanei e tra quelli che dicono di essere dalla tua parte.

E questo abbiamo cercato di scrivere sulla Verità. Abbiamo cercato di accompagnare questa denuncia prospettando scenari differenti, affrontando temi insoliti, riscoprendo autori differenti o visti nel loro lato «imperdonabile». La cultura vera non è mai altoparlante del potere, e non si accontenta di scaricare fuori i mali radicali, le insufficienze, che covano all’interno. Ci sono i giornali-specchio che si limitano a riflettere le linee della destra di potere, italiana e occidentale di oggi, senza osare mai una critica alla propria parte. La Verità ha scelto in libertà, e con voci dissonanti, una strada più difficile, non fa sconti nemmeno al governo in carica e non finge di non vedere gli scontenti cresciuti in questi anni che oscillano sul piano politico tra l’astensione e l’adesione al movimento del generale Vannacci. Ne comprende le ragioni, condivide la voglia di una svolta vera, semmai si chiede se sia realisticamente praticabile, in che modo e fino a che punto. Non fa killeraggio verso chi osa disturbare il manovratore.

Posso testimoniare che in questi anni di assidua collaborazione con La Verità non un mio articolo, anche critico o in dissenso anche rispetto alla linea del giornale, è stato mai censurato; non un avvertimento o una raccomandazione ho mai ricevuto quando ho espresso posizioni in aperto dissenso dalla linea del giornale o dal governo meloniano. In passato, invece, mi è capitato più di una volta di dover lasciare il giornale su cui scrivevo o l’editore con cui collaboravo perché non ero allineato. Ma un giornale non ha senso se è l’altoparlante di un potere o di uno schieramento, non è interessante se sai a priori cosa dirà, anzi cosa ripeterà, se è l’emanazione di un cerchio magico o di un leader. Non hanno più senso gli organi e organetti di partito. Un giornale, anche se schierato, deve decidersi sul significato da dare al verbo riflettere: se significa pensare con la propria testa o rispecchiare le posizioni dominanti. Ma nel secondo caso non si fa giornalismo e tantomeno cultura, solo propaganda e volantinaggio. A che serve leggere se non ti fa pensare?

La Verità ha scelto per testata un nome pretenzioso: nessuno in realtà può parlare in nome della verità. Ma la vera missione della cultura e del giornalismo è non spegnere mai la passione per la verità.

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