ossessione fascismo
(Ansa)

«Pas d’ennemis à gauche» («Niente nemici a sinistra»). Autore di questa celebre espressione pare sia stato l’uomo politico francese René Renoult, morto nel 1946, che fu tra i fondatori del partito radicale.

Quello in essa affermato è però di un principio al quale, già all’epoca della Rivoluzione francese – come osservava lo storico Pierre Gaxotte – si ispiravano i fautori della repubblica che, pur non condividendo gli eccessi delle fazioni più radicali, ritenevano opportuno non opporvisi per non farsele nemiche ma utilizzarle, invece, in un modo o nell’altro, per il conseguimento del loro scopo, riservandosi, una volta che ciò fosse avvenuto, di toglierle di mezzo se divenute ingombranti.

Dalla Rivoluzione francese al Partito comunista: la sinistra e gli estremisti

Il che è proprio quanto ebbe puntualmente a verificarsi, quando essi, abbattuta la monarchia, nell’agosto del 1792, con il sostegno della «populace» che invase la residenza reale e costrinse il Re a rifugiarsi (per sua disgrazia) presso l’Assemblea nazionale, si sbarazzarono poi, nel luglio del 1794, del regime del terrore, instaurato da Robespierre, anch’esso sostenuto dalla «populace», e vi sostituirono un regime basato sul potere della sola borghesia che oggi diremmo «progressista», poi sfociato nell’impero napoleonico.

Da allora, il principio non ha mai cessato di essere applicato, con varia fortuna e nelle più varie situazioni, fino a giorni nostri.

Anche attualmente, infatti, se ci si vuol limitare all’Italia, vediamo come il partito democratico, se da una parte mostra una faccia progressista, sì, ma fondamentalmente legalitaria, per non alienarsi l’elettorato di sinistra tendenzialmente moderato, dall’altra strizza l’occhio alla galassia dei movimenti «antagonisti», disapprovando formalmente l’uso della violenza al quale essi spesso e volentieri ricorrono, specie contro le forze dell’ordine nelle manifestazioni di piazza, ma, al tempo stesso, non mancando mai di invocare, a loro favore, attenuanti o scusanti della più varia natura.

D’altra parte, è ben noto che il partito comunista italiano considerò per anni i brigatisti rossi come «compagni che sbagliano», smettendo di farlo solo una volta resosi conto, dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, che il continuare avrebbe comportato il forte rischio di perdere più voti tra i moderati di sinistra di quanti se ne potessero guadagnare tra gli estremisti.

Nulla di simile si rinviene, per converso, nel campo di quella che possiamo genericamente definire «la destra», intesa come l’insieme dei partiti non dichiaratamente di sinistra. In essa, infatti, non risulta mai enunciata né praticata quella che, parallelamente, avrebbe potuto essere la regola del «pas d’ennemis à droite».

Il che – andando di nuovo ai tempi della Rivoluzione francese, ai quali risale, com’è noto, la distinzione tra «destra» e «sinistra», basata sulla collocazione scelta, rispettivamente, dai deputati, grosso modo, filo-monarchici e anti-monarchici, rispetto allo scranno del presidente – può spiegarsi considerando che anche i filo-monarchici erano, a loro modo, «progressisti».

Essi condividevano, infatti, in larga parte le idee che erano divenute di moda nel «secolo dei lumi», opponendosi soltanto a quelli che, ai loro occhi, apparivano «eccessi». Essi per primi, quindi, avrebbero trovato innaturale cercare appoggio in quanti a quelle idee mostrassero di essere radicalmente contrari.

Questa mentalità, adattata di volta in volta alle mutevoli circostanze, si è mantenuta fino ai giorni nostri, trovando anzi ulteriore alimento, a far tempo dalla fine della Seconda guerra mondiale, nella generale quanto superficiale convinzione che fossero «tout court» da definire «di destra» tanto il fascismo quanto il nazismo (abbreviazione, quest’ultima – si noti – del termine «nazionalsocialismo»), cui, nella «vulgata» imposta dal pensiero dominante, viene attribuito il ruolo di «mali assoluti».

Dal Msi a Berlusconi: quando la destra rompe il tabù

Basta, dunque, che la sinistra, in una qualunque delle sue varie incarnazioni (politica, culturale, artistica, letteraria) bolli di «fascismo» o «nazismo», com’è sua abitudine, qualsiasi movimento politico da essa considerato incompatibile con le sue visioni del momento, perché la cosiddetta «destra» si senta tenuta, quasi per riflesso pavloviano, a prenderne rigorosamente le distanze, precludendosi ogni possibilità di accordo con esso. Il che è puntualmente avvenuto nei lunghi anni durante i quali la democrazia cristiana e i partiti con essa al potere respinsero sempre (esclusa la breve parentesi del governo Tambroni) ogni forma di collaborazione con il Movimento sociale italiano; forza certamente filofascista ma non per questo fondatamente sospettabile di avere né l’intenzione né la possibilità di restaurare la dittatura fascista.

Il Movimento sociale, divenuto Alleanza nazionale, venne poi, tuttavia, «sdoganato» da Silvio Berlusconi, che lo associò al potere; e la sinistra dovette, in un modo o nell’altro, trangugiare il rospo, salvo a fare di tutto, poi, per risputarlo.

Si è però poi assistito, in Italia e altrove, alla nascita e allo sviluppo di idee e programmi politici definiti «populisti» o «sovranisti», che la sinistra si è subito affrettata ad aggiungere o ad assimilare, come mali anch’essi sostanzialmente «assoluti», al fascismo e al nazismo, per la fondamentale (ma non confessata) ragione che essi si contrappongono al globalismo immigrazionista sostenuto dalla grande finanza internazionale, alla quale la stessa sinistra, tradendo le sue proprie origini, si è venduta anima e corpo.

Populisti e sovranisti, i nuovi «mali assoluti» della sinistra

Ci sarebbe stato da sperare che la «destra» avesse, a questo punto, un sussulto di ribellione. Ma così non è stato. Essa ha, infatti, continuato a subire passivamente, tranne che in qualche sporadica occasione, il ricatto morale della sinistra, autoimponendosi l’adesione agli anatemi da essa lanciati contro i vecchi e i nuovi «mali assoluti» ed escludendo, quindi, ogni possibile accordo con essi.

Così è avvenuto, in particolare, in Gran Bretagna, in Francia e in Germania, nei confronti, rispettivamente, dei partiti Reform Uk di Nigel Farage, Rn di Marine Le Pen e Afd di Alice Weidel. E così rischia di avvenire, in Italia, nei confronti del partito recentemente fondato da Roberto Vannacci, per il quale, così come per l’Afd, all’accusa di populismo e sovranismo, si accompagna anche quella tradizionale di fascismo e/o nazismo.

L’unico modo per rompere il «ricatto morale»

Si potrà mai uscire da tale situazione? Le possibilità sono due: o che qualcuno dei portatori di «male assoluto» ottenga i consensi necessari per governare da solo e poi ci riesca o che compaia, in Italia o altrove, qualcuno che, come fece Berlusconi, degli anatemi abbia il coraggio di infischiarsene.

Da non perdere