Giovannino Guareschi si affaccerà domenica a casa vostra, sui vostri schermi, dalla finestra di Rai 1, in un film dedicato alla sua vita. Stavolta non manderà le sue creature, Don Camillo e Peppone, ma verrà lui, di persona, seppure nelle vesti di un attore, con un titolo guareschiano: Non muoio neanche se mi ammazzano.
Gran bella idea a cura di Andrea Porporati, a cui hanno collaborato Alberto Guareschi, figlio di Giovannino, e un guareschiano doc come Marco Ferrazzoli: speriamo che la realizzazione della fiction ne sia all’altezza. Nel dubbio, meglio scriverne prima.
La vita del creatore di Don Camillo e Peppone
Ebbe una vita breve, succosa e travagliata, Giovannino. Se ne andò presto, a 60 anni, e se ne andò proprio nel 1968, con cui era incompatibile, dopo una vita difficile, tra campo di concentramento, in un lager tedesco e poi in un carcere della Repubblica italiana, più una caterva di libri tradotti in tutto il mondo, film assai popolari che rappresentarono l’Italia umile e operosa del Dopoguerra e belle avventure a mezzo stampa, come il suo impertinente settimanale Candido, che ebbe un ruolo decisivo nella disfatta del fronte popolare socialcomunista alle elezioni del 1948.
A suo modo Guareschi fu scrittore politico. Scrisse il romanzo politico sulla nascita e lo sviluppo della Repubblica italiana. Nessun altro autore di libri e di film ha raccontato come lui la lotta politica in Italia e non attraverso la teoria, l’ideologia, le culture politiche e la grande storia. Ma dall’interno e dal vivo, attraverso i temperamenti, le persone, a partire da quel microcosmo che è il paese, la provincia. Per giunta una provincia che aveva ancora i segni tremendi della guerra civile, nel cuore del «triangolo rosso», dove eccidi si susseguirono a stragi.
L’anticomunismo di Guareschi (e di Don Camillo)
Guareschi fu un anticomunista che si spese molto nel 1948 e anche in seguito a contrastare i «trinariciuti compagni»; ma scrivendo la saga di Don Camillo rese simpatico, pieno di umanità e di caldi sentimenti politici il suo storico «nemico», il compagno Peppone, e gli rese omaggio anche come sindaco fattivo, autoritario come un vecchio podestà fascista ma animato dal desiderio di giovare non solo alla Causa del Partito ma anche al Popolo, alla gente del suo paese.
Una volta Giovannino salì su un palco del Partito comunista emiliano, la gente sotto tumultuava a vedere lui, il reazionario anticomunista Guareschi sul loro altare. Ma Giovannino, candido come il foglio che fondò, li ammansì dicendo che con i suoi libri aveva compiuto un miracolo: aveva reso simpatico e umano anche agli occhi della borghesia e dei credenti, il compagno comunista Peppone. Vero.
Le posizioni politiche conservatrici di Guareschi
Giovannino era un conservatore, nell’animo e nei sentimenti prima che nelle idee. Fu monarchico, scontando la sua fedeltà sulla sua pelle. Fu internato per due anni in un campo di concentramento in Polonia e poi in Germania.
Era stato deportato perché da ufficiale d’artiglieria non aveva aderito alla Repubblica sociale ed era rimasto fedele al giuramento al re e al Regno d’Italia. E monarchico restò, fino alla fine, andandosene dal mondo col tricolore e lo stemma sabaudo sulla bara. È uscito un libro che lo racconta e lo documenta, Guareschi il monarchico, a cura di Franco Ceccarelli ed Emiliano Procucci (ed. Dreambook).
Guareschi narrò i primi ardori della vita politica repubblicana. In quel tempo c’era in Italia un bipolarismo circondato dal coro dei partiti «minori».
Leggendo i suoi libri, vedendo i suoi film, oltre il divertimento e la magia del racconto, ti nasceva la passione sana per la politica: fervente e sanguigna, anche muscolare, ma genuina, mai disgiunta da umanità, comunità e operosità.
Eppure il coprotagonista del suo racconto è un prete manesco e stravagante, che parla con Gesù Cristo come se fosse davvero suo padre, e non il Figlio di Dio. E l’altro è un sindaco comunista, di quelli allineati al partito e adoratori di Mosca, prepotente e autoritario, anche se sotto sotto si commuoveva quando sentiva l’inno del Piave e il tricolore e amava la famiglia.
Il successo straordinario di Don Camillo
Quella di Guareschi fu una vera e propria saga nazionalpopolare, anzi local-popolare, una versione lieve, umoristica, vivace ma a volte anche commossa, con momenti di premura e di affetto tra i due antagonisti, pur nel loro burbero e plateale conflitto permanente. Guareschi fece conoscere agli italiani la nobiltà e l’umiltà della politica come missione, l’ardore militante, di strada e di piazza, il legame vero tra la gente e i suoi rappresentanti.
La trovata geniale che rese il racconto più saporito e più verace fu che oppose al sindaco comunista non il politico democristiano ma un prete, che era il suo vero competitore. Non dimentichiamo che i preti ebbero un ruolo determinante nella vittoria della Dc alle elezioni fatidiche del 1948: anzi, lo scarto lo fecero le donne, che per la prima volta votavano in elezioni politiche e che disubbidirono ai loro mariti socialcomunisti per seguire il parroco, votando per la Madonna e lo scudo crociato. Perché nell’urna Dio ti vede, Peppone Stalin no.
Con i suoi baffoni Guareschi fu una specie di cura omeopatica contro Stalin: baffoni contro baffoni. Quei baffi autobiografici campeggiavano sul volto dell’omino disteso sotto la testata del Candido. Nel ritratto che gli dedicai nel mio libro Imperdonabili definì Guareschi «il maestro elementare dell’Italia repubblicana». Perché insegnò a più generazioni l’abecedario della vita nazionale e delle passioni civili, le basi elementari del frasario e dei sentimenti pubblici, con un lessico essenziale, comprensibile a tutti.
Guareschi nel Dopoguerra
Dopo due anni di prigionia nei campi di concentramento nazisti, Guareschi passò nel Dopoguerra per un fascista. E dopo aver vinto la battaglia delle immagini e delle parole nel 1948 appoggiando la Dc degasperiana, fu mandato in galera dallo stesso De Gasperi per svariati mesi, in seguito a un suo reportage scottante e controverso.
Quando vinse la sua battaglia politica nel 1948 Guareschi provò umana e cavalleresca comprensione per i vinti: «Io sono un sentimentale e ho provato tanta pena pensando ai naufraghi che si stringono intorno all’albero rizzato al centro della zattera. Poi ho pensato che se avesse vinto il Fronte, io probabilmente avrei penzolato appeso al collo alla cima di quell’albero e allora ho provato minor pena».
Guareschi notò che la Carta costituzionale tutelava il paesaggio ma non la dignità dell’Italia; però quando si passò dalla carta ai fatti la disparità cessò, nel senso che non fu tutelato nemmeno il paesaggio…
I valori che ha incarnato Giovannino Guareschi
Giovannino era un cattolico sanguigno che amava il vino non solo perché sangue di Cristo. Avrebbe condiviso la teologia del tortellino, di cui parlò un suo illustre conterraneo, il cardinale Giacomo Biffi; quel cattolicesimo che si fa carne in tutti i sensi e ha il gusto della vita anche nell’al di là, per l’eternità.
Era arcitaliano nel carattere e nell’umorismo, nel paesaggio che occhieggiava dalle sue pagine, nei profumi di cucina e di vita quotidiana che promanava la sua prosa, nei valori e nel buon senso. Guareschi incarnava la maggioranza degli italiani di allora, quelli fatti in casa, come le tagliatelle della nonna. Del Nord come del Sud, padani e terroni.
Guareschi era uno scrittore della realtà senza essere iscritto al neorealismo e alla sua ideologia marx-freudiana. Per Guareschi gli uomini sono fatti di carne e di sogni, di pianti e d’allegria, di pugni, non solo chiusi e di tenerezze non solo puerili; di culatello e di preghiere. Amava la tradizione, la vecchia trinità Dio, patria e famiglia, il legame con le radici e con la terra.
Indimenticabile Giovannino che rese grande il suo mondo piccolo.
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