paziente in un letto d'ospedale e medico che gli tiene la mano
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Stiamo assistendo alla giostra dell’assurdo, con una buona dose di irrazionalità. Anzi, di più, di stupidità. Di fronte ad una persona certamente disperata e sofferente, o meglio di fronte ad una persona sofferente fino alla disperazione che vuole suicidarsi, noi, la società, la comunità degli uomini che fa?

Provvede al suo suicidio! Spiana la strada alla eliminazione del sofferente. Cancella in un attimo secoli di umanesimo, di solidarietà, di compassione, di carità.

Il significato della «morte dignitosa»

L’ipocrisia, la menzogna, della morte «dignitosa» ci sta spingendo tutti verso la «soluzione» più facile, meno pesante, che richiede molto meno impegno e sacrificio come è proprio della cura, del prendersi cura, del condividere e accompagnare, accettando di attraversare anche anni, mesi, giorni di amarezza e sconforto.

Ed è proprio a questo punto che sorge non «una domanda», ma «la domanda» intorno alla quale ruota il tema del suicidio assistito: che cosa possiamo definire «umanesimo»? Dare la morte a chi chiede di morire o spendere fino all’ultimo euro per dare conforto, consolazione e vita a chi chiede di morire? Rispondere alla disperazione con un gesto disperato, o caricarsi di quella disperazione trasformandola in accoglienza totale, senza limiti?

Autodeterminazione e tutela della vita

Il nuovo idolo è l’autodeterminazione, la libertà assoluta, senza limiti, cui deve inchinarsi ogni altro bene e diritto, perfino la vita, divenuta oggetto di consumo e di compravendita.

Se è così o si vuole che sia così, di fronte ad una persona che sceglie di farsi del male, che si pratica tagli o ferite perché non tollera il «male di vivere» – si chiama «autolesionismo» ed è tutt’altro che raro – che dobbiamo fare? Assecondarla? Aiutarla nel suo proposito?

La sofferenza e il compito della cura

Si dirà: ma questa è una persona malata, che va curata. Perché, una persona che chiede di essere uccisa, non è forse una persona malata, sofferente, disperata al punto di voler «sparire»?

Al di là di tanti orpelli e di chiacchiere ideologiche, il cuore del tema è tutto qui: il buon senso, la ragione umana, il vivere civile. Confortati e corroborati dal fatto che oggi abbiamo a disposizione tutti gli strumenti necessari per «curare», per lenire il dolore fisico, per accompagnare con delicatezza, dignità e umanità fino al traguardo naturale.

Purtroppo, negli ultimi tempi – a proposito di stupidità – legiferare sul suicidio assistito è diventata bandiera di partito: la sinistra la vuole a tutti i costi, la destra cerca di frenare o mitigare. Le Regioni vanno in ordine sparso. Ormai il mantra che risuona nei nostri cervelli è sempre lo stesso: una legge ci vuole! È diventata quasi un’ossessione, una sorta di destino ineludibile, di «imperativo categorico» cui non possiamo sottrarci.

Il ruolo della Corte Costituzionale

Si tira in ballo la Corte Costituzionale con i suoi diktat, la faccenda del «male minore», il «far west» tanatofilo delle regioni, fino a sentenziare che è una questione di progresso, di contrasto al patriarcato sociale, di modernità che non può essere bloccata.

Vabbè, prendiamo tutto per buono: si faccia una legge e lo Stato faccia lo stato. Si scriva una legge che tuteli rigorosamente il «diritto alla vita», che dichiari la vita un bene non disponibile all’arbitrio, che porti al 100% la disponibilità di cure palliative, che destina fondi per caregivers familiari e non, che dichiara «solennemente» e garantisce concretamente che nessun cittadino italiano sarà abbandonato e ha diritto ad essere accompagnato al traguardo naturale della vita, senza dolore fisico e spirituale.

È un percorso impegnativo, da ogni punto di vista, ma è un percorso che ci conduce tutti sulla via virtuosa della solidarietà umana di cui abbiamo tanto bisogno. È anche una «uscita di sicurezza» dalla stupidità ideologica che – come la storia insegna o dovrebbe insegnare – ha sempre e solo portato dolore e morte.

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